La lettera per la festa del Presidente Giuseppe Stoppiglia

«Spezzati cuore mio ma solo per amore.

Spezzati cuore mio ma solo per pietà…

Fratello abbracciami – chiunque tu sia –

abbracciami…».

[Mikis Theodorakis]

«Occorre aver molto caos dentro di sé

per generare una stella che danza».

[Friedrich Nietzsche]

Amiche e Amici carissimi,

sono teneri e vivi i colori del giorno appena nato. Ogni alba, ogni aurora è diversa, sempre nuova. È un privilegio contemplarla ogni mattina e offrire il rito minimale del caffè al dichiararsi della prima luce.

Intorno tutto tace, un silenzio intatto come neve vergine. Dalle finestre della cucina, nel cielo ancora buio, scorgo un’unghia di luna. Curare i vasi di fiori sul balcone, nella luce uguale, senza ombre, è una terapia che rasserena.

In questi momenti vorrei poter condividere con Voi la limpida alacrità del risveglio e farVi giungere il mio saluto e la mia voce.

Durante il carnevale di quest’anno, nella bruma lieve di un pomeriggio piovoso, è capitato nella nostra casa Pedro, un ragazzo catalano, con sacco a pelo e chitarra. Era raffreddato e febbricitante. Arrivava da Venezia, dove aveva tentato di racimolare qualcosa in un ristorante, ma i ristoratori veneziani, si sa, non fanno suonare i girovaghi.

Il giorno dopo è ripartito, lasciandomi col rimorso di non avergli chiesto dove poterlo rintracciare e per non averlo indirizzato subito all’ostello, per un riparo, almeno finché non gli fosse passata l’influenza. È sparito, così, senza mèta, inghiottito dall’indifferenza in cui si consumano tutte le disperazioni.

La sera gli diedi una ciotola di brodo caldo – il formaggio lo toccò appena con estrema discrezione – e dell’aspirina. Gli chiesi di cantarmi le sue canzoni e lo fece con una carica di espressività così accorata che non c’era bisogno nemmeno di capire le parole, poi mi mostrò i suoi quaderni di versi e di canzoni.

Gli chiesi dei genitori, separati; Pedro abitava prima con la madre, poi questa si era messa con un amico. «Sono contento per lei», diceva, ma intanto era andato via di casa. Aveva lavorato per un periodo nella cucina di una trattoria, dodici ore al giorno. Poi aveva deciso di mettersi in viaggio. «Vuoi bene a tuo padre?». «Non so», mi disse con franchezza. «E a tua madre?». «Non so», fu la stessa risposta.

Parlò a lungo della sua esperienza con la droga e dell’enorme fatica per uscire da quel tunnel, quindi affrontò la durezza del vivere, che era poi il grido delle sue canzoni, consapevole delle lotte che ognuno deve condurre per la sopravvivenza.

Mi colpì, soprattutto, quando mi disse che un giorno si era guardato allo specchio e aveva visto il diavolo. «Ognuno di noi – aggiunse – deve guardarsi allo specchio e non deve arretrare, vedendo il diavolo. Solo riconoscendo bene in faccia il male che è in noi, possiamo liberarcene. Non negandolo, mascherandoci, nascondendoci a noi stessi. Ho deciso di cambiare quando ho trovato il coraggio di riconoscere il male dentro di me. Mi sono accettato, con la faccia del diavolo che avevo».

Pedro è andato via, lasciandomi il suo specchio. In esso ho trovato i miei errori e le mie menzogne, ho trovato il mio diavolo. Non ho cercato scuse per la mia debolezza: l’avevo lasciato partire, senza un gesto umano, tranne l’inutile abbraccio sulla porta.

«Se Cristo bussasse alla vostra porta, lo riconoscereste?». Sì, io l’avevo riconosciuto e rinnegato e, come Simon Pietro, ho pianto amaramente.

Vi scrivo, amici, nel tentativo di rompere un assedio. È un tentativo timido, il mio, di fronte a un assedio soffocante, opprimente, totale. Un assedio paradossale, fatto più di assenze che di presenze. Assenza di entusiasmo, di energia, di prospettive, ma soprattutto assenza di maestri. La società italiana non è più una comunità umana, un luogo educativo, una corrente sorgiva, sta diventando un pantano di acqua stagnante.

Una situazione drammatica, dominata da un potere tracotante e corruttore. Il bipolarismo, nella settaria versione italiana, ha rotto l’unità spirituale del Paese, ha spronato a una legislazione e a dei provvedimenti amministrativi spietati contro la vita degli stranieri, ha seminato rancore e odio, lasciando incontrollato il governo per cinque anni, anche se decide guerre, politiche d’impoverimento e l’installazione del nucleare.

Nella vita intellettuale e morale non riusciamo più a trovare correnti interne vive. Solo una sassata può agitare la superficie o, tutt’al più, smuovere il fango sul fondo, intorbidendo l’acqua. Sotto l’atmosfera soporifera si estende un deserto spirituale, di un’aridità terrificante.

Non c’è freschezza, né spontaneità, non c’è gioventù. Ci sono i giovani, ma la gioventù manca, tenuta repressa da una specie di inquisizione e da un formalismo senile, latente. La “vetustocrazia” è capace solo di dire: «Non spingete, ragazzi».

Si dice che, qua e là, ci siano germi vivi e fecondi, mezzi nascosti, ma il terreno è così pressato e compatto che i teneri germogli dei semi profondi non riescono a rompere lo strato superficiale della crosta, a spaccare il ghiaccio dell’omertà.

Un amico settantaduenne, un uomo che conserva una fede matura e ancora un vigoroso entusiasmo, sostiene che qui, in Italia, i giovani promettono qualcosa fino ai trent’anni, poi si trasformano in rassegnati.

Non si trasformano, li trasformano. Cadono feriti e anemici di fronte al reticolo brutale e ferreo del nostro autoritarismo e della nostra stupidità. Nessuno rivolge a loro, in tempo utile, uno sguardo benevolo e intelligente. Nella povertà di idee, nelle oscenità da taverna, nella politica meschina e arida, diventa difficile crescere e trasformarsi per un giovane. Lo spirito d’intolleranza è talmente forte da scoraggiare qualsiasi loro inclinazione naturale, rendendoli vittime di un superstizioso servilismo.

Maledetto è il Paese che non ha bisogno dei giovani! Questi ultimi, oggi, tardano a lasciare i lembi della gonna materna e a separarsi dalla placenta familiare. Quando lo fanno, disperdono le loro energie alla ricerca di un padrino, che li guidi in questa savana agghiacciante.

Per sfuggire all’eliminazione, mettono in atto tutte le loro facoltà camaleontiche, sino a prendere il colore grigio scuro e sbiadito dell’ambiente circostante, e ci riescono. Non è un adattarsi alle circostanze, facendo sì che queste si adattino a loro volta, attivamente, a essi, ma è un adagiarvisi passivo, un esibire quello che non c’è.

Che fare? Come Macondo ce lo stiamo chiedendo da tempo. Pagare fino in fondo il tributo a una sopravvivenza (dignitosa) e attendere che la disperazione dia il coraggio di chi non ha più nulla da perdere?

Oppure è meglio non attendere, ma lanciarsi a occhi chiusi in una sfida che sappia dare colore, sapore, senso e identità alle giornate a venire, senza paura di perdere tutto perché niente in fondo ci appartiene?

Personalmente sono assalito da un guazzabuglio di pensieri. Quale strada intraprendere? Dove sono i giovani di rincalzo? Dov’è la Chiesa? La gerarchia, in Italia, sostiene il governo attuale perché appoggia “i principi non negoziabili”. Il primo principio non negoziabile non è forse la giustizia? La gerarchia ecclesiastica, però, non sembra accorgersi che il governo non ha una posizione forte verso i deboli o verso i fratelli del Terzo mondo che emigrano, né sostiene la famiglia e tanto meno promuove una scuola impegnata. «Sono indignato e sofferente – mi scrive l’amico p. Arnaldo de Vidi, missionario in Brasile – nel vedere come l’ortodossia, con pieghe interessate, rimane lontana dalla pratica del Vangelo».

Non riesco a immaginare un progetto concreto e tanto meno a realizzare un tipo di cambiamento di fronte al mutamento antropologico così profondo, avvenuto, non solo nel quadro politico, ma anche in quello familiare, morale e sociale.

Sentiamo forte la solitudine, la mancanza d’amore, l’inerzia, la freddezza. L’assenza d’amore, anche senza l’odio attivo, è una situazione in cui manca la vita. «Chi non ama è nelle tenebre e cammina nelle tenebre, e non sa dove va» (1 Gv 2, 11).

Con la scelta del tema Fuori dai recinti del giusto e dell’ingiusto, c’è un campo: lì io ti incontrerò per la festa nazionale di Macondo, abbiamo voluto insistere su questo interrogativo e cercare nuovi stimoli alla riflessione, anche per non correre il rischio di consolare chi cerca consolazione e di non lavorare più sulla disperazione come passaggio obbligato della speranza.

Nel programma allegato potete leggere la presenza di personaggi prestigiosi e di testimoni eccellenti, primo fra tutti il Vescovo di San Salvador, don Gregorio Chávez, collaboratore di Dom Óscar Romero, poi l’egiziano Wael Farouq, Piercamillo Davigo, Pietro Barcellona, p. Edilberto Sena e Akolè Sedufia.

L’incontro del sabato pomeriggio è centrato sul tema Ci collochiamo dalla parte del torto, in mancanza di un altro posto in cui metterci, con la presenza di relatori straordinari e di grande esperienza come Luigi Zoja, Aluisi Tosolini, Maria di Rienzo e Giacomo Panizza. Vorremmo che fosse un momento particolare: oltre che scavare e analizzare la perdita della memoria collettiva e il tramonto dell’autorità paterna (con padri fragili e poco autorevoli) come legame fra generazioni, ritrovare l’energia e la consapevolezza per superare il senso di nausea che ci ha preso alla gola di fronte a fatti e personaggi talmente ingombranti da superare il limite della sopportazione.

Scriveva E. Lévinas: «C’è nella nausea un rifiuto di restarci, uno sforzo di uscirne… La nausea è un’impossibilità di essere ciò che si è, mentre si è al tempo stesso ancorati a sé stessi, serrati in un cerchio stretto che soffoca. Non c’è più niente da fare, ma è proprio questa l’indicazione dell’istante supremo in cui non resta che uscirne».

«Se la casa brucia – diceva il Buddha – non chiedere com’è il tempo fuori: esci prima che sia troppo tardi».

Non basta essere d’accordo, occorre partire tutti, perché nessuno è tanto vecchio da rinunciare.

Vi aspetto tutti alla Festa, sarà un momento di forte impatto emotivo e creativo. Vi abbraccio con immensa gioia, uno a uno, con tenerezza e affetto,

– Giuseppe Stoppiglia –