La lettera trovata

– Iiiiii boooorghesi son tutti dei porci…
– Ciao Paolo… ma cosa è questa canzone?
– Più sono grassi più sono lerci…
– Ma dai, smettila, è oscena.
– Più son lerci più fanno i milioni..
– Oscena, anacronistica, vecchia e pure brutta!
– Iiiiii boooorghesi son tutti… È di Giorgio Gaber, non te la ricordi, la cantavamo insieme un milione di anni fa, c’eri anche tu in osteria, due amici una chitarra e la ragazza, bicchiere di lambrusco e via… iiii boooorghesi..
– Ma smettila dai. Piuttosto, hai parlato di lambrusco. Ti va una birretta?
– Come no! Andiamo.
– Ti volevo raccontare una cosa, però devi promettermi che poi non cominci con le tue solite storie, le tue prediche infinite, le tue litanie ecc… ecc…
– …
– Il tuo silenzio lo prendo per un sì, chi tace acconsente. Ti ricordi quel mio amico… quel fisioterapista… quello che lavora in America del sud, in quella città sterminata dove non è mai inverno… ebbene, sul lungo Senna e in una di quelle bancarelle di libri usati…
– Lungo Senna?, ma non hai detto America del sud?
– Sì, abita là, ai tropici, ma quel giorno era a Parigi.
– A far che?
– E che ne so, in vacanza, un congresso, non importa, fammi parlare e ascolta: in una bancarella di libri usati ne trovò uno che gli interessava. Trattava del terzo mondo. Pensa un po’… terzo mondo… roba preistorica… immagina oggi che Dilma impresta soldi al Berlusca per uscire dalla crisi… Be’ dicevo, terzo mondo… pensa se esistesse ancora un primo un secondo e un terzo, spaghetti, carne e frutta. Roba da matti, concetti più vecchi di quella tua canzonaccia di prima.
– Iiiii boooorghesi…
– Smettila. Ascolta. Ebbene, nel libro, impregnato di ideologia e livore pseudo libertario, intriso di quella violenza verbale tipica di un tempo ormai felicemente lontano, morto e sepolto…
– Amen.
– Ascolta e taci! Dentro, tra le pagine del libro, il mio amico ci trova un foglio, una lettera. Sai, un foglio di carta scritto a mano, come si faceva nei tempi antichi, come quando le persone si conoscevano e si riconoscevano attraverso segni tangibili, fisici, anche attraverso la calligrafia… Tu ad esempio non hai idea della mia calligrafia, di come scrivo, se faccio la N sembrare una U, o se la B la scrivo in stampatello… non lo sai perché oggi ci scriviamo col computer e la mia calligrafia non l’hai mai vista.
– Certo che lo so come scrivi. Me lo ricordo benissimo quando con la bomboletta spray sui muri… iiiii boooorghesi…
– Ma sta zitto, scemo! Fammi parlare. Insomma, il foglio di carta era una lettera. Una vera lettera. Mancava però il destinatario. Non posso neanche immaginare chi fosse. Roba vecchissima. Magari qualche persona importante. Oppure solo gente con cui l’autore era entrato in polemica. La lettera si esprime in un tono pazzesco, un tono da far paura. Penso che se l’autore avesse avuto il suo interlocutore a tiro, o lo avrebbe massacrato di botte o gli avrebbe sparato.
– Urca che bello!
– Come urca che bello? A me invece fa molta paura pensare che sia esistita gente così e che magari nascosta da qualche parte esista ancora. Pensa un po’. L’autore della lettera insulta tutto e tutti, non lascia nessuno spazio alla discussione, al dibattito, allo scambio di idee, allo scambio di esperienze, all’ascolto. Sai, La cosa più importante quando si parla con qualcuno, non sono le parole che si dicono, ma i silenzi che si osservano, in modo che l’altro possa esprimersi liberamente. Poi tu fai quello che ti pare, magari dentro di te l’altro lo puoi mandare anche a quel paese. Ma devi conservare un atteggiamento di profondo rispetto.
– Dove lo puoi mandare l’altro?
– A quel paese.
– E dov’è ‘sto paese?
– Scemo! stai zitto e lasciami parlare che non capisci niente, cretino sei e cretino resterai, cretino lo sei sempre stato, sempre a interrompere gli altri con battutacce da caserma e sberleffi da ubriaco. Ascolta muto, zitto, non devi neanche respirare, guai a te: anzi, oltre alla bocca chiudi pure gli occhi che non ti voglio vedere, chiudi bocca occhi e orecchi ma stammi a sentire, fermo e zitto. Dunque La lettera era un invettiva, una vera e propria dichiarazione di guerra. Ma strana però. Era una guerra in cui l’autore sapeva di uscirne perdente, perché si rendeva conto di lottare contro un nemico molto più forte. Vasto come il mondo, l’avversario sembra essere non tanto una persona fisica, ma un sistema di valori personificato in gente vera che a sua volta rappresentava un sistema di valori. Insomma una cosa molto complicata. Il destinatario della lettera, o meglio, i destinatari, sembravano (nelle parole dell’autore) gente molto importante e con molto potere.
– Ammanicata…
– Sì, ammanicata… Ma no, ma cosa mi fai dire, ma quale ammanicata e ammanicata! Sto parlando di cose serie: non so se fosse potere politico, economico o solamente il potere che hanno i professori, i magister, i maître à penser.
– Ehi, ma come parli…? maître a che?
– Maître à penser, animale!, i maestri di pensiero, quelli che con le loro opinioni, i loro atteggiamenti sono capaci di influenzare non solamente le persone, ma anche la cultura, la stampa, il pensiero di un’epoca intera. Non perché abbiano ragione, ma perché in qualche modo rappresentano lo spirito dei tempi. Indubbiamente sono anche dotati di una notevole capacità di comunicare, di un certo carisma personale, sono capaci di agglutinare intorno alle idee e ai concetti che formulano con chiarezza e convinzione i più svariati personaggi di varia provenienza che a loro volta fanno da cassa di risonanza alle idee e agli atteggiamenti dei maître. È probabile che a quello che dicono ci credano davvero e questa loro convinzione fa muovere le montagne dell’indifferenza. Perché i maître à penser riescono a suscitare polemiche nel bene e nel male, a favore o contro. Insomma la lettera che il mio amico ha trovato nel libro comprato a Parigi, non ha un destinatario preciso. O forse sì.
– Ma come sei sibillino?
– Sibillino sarai tu e quelli come te. Io le cose le racconto come le vivo.
– In modo sibillino.
– Scemo cretino, nonché imbecille.
– Nonché?
– Sì. Scemo cretino ed anche imbecille! Taci… Dunque… mi hai fatto perdere il filo del discorso… Ah sì, la lettera si conclude con invettive e insulti. A quanto sembra non è mai stata spedita: quella trovata dal mio amico non era una copia, era proprio l’originale. Il motivo del mancato invio non lo sapremo mai. Forse una dimenticanza. O forse l’autore fece un passo indietro, preso dal timore della reazione, vinto dalla paura… Chissà… La vuoi leggere? eccola qui. No, in mano non te la do, tu la perderesti subito. Secondo me ha un valore storico, Il mio amico me l’ha data per farla stimare da un antiquario… be’ adesso te la leggo io. Ascolta, ma senza interrompere. Ascolta.

———————————————————————————————————————————–

S’i fossi foco
Scriverò un articolo di fuoco e fiamme, urla e furore. Scriverò un articolo che senza pudore annuncerà al mondo la verità. Arrampicato sulla torre griderò la rabbia e la frustrazione. Sputerò e vomiterò tutto quello che so, tutto quello che ho visto. Rivelerò i loro segreti. Il velo sarà squarciato, il tempio distrutto. Saranno smascherati. Dalla verità saranno ridotti in polvere. Ingoiati dal vortice spariranno per sempre.
Fino a qualche anno fa avrei immaginato l’epilogo di questa storia in due modi diversi ma sostanzialmente analoghi. La mia morte, dopo essere stato catturato e torturato, mediante fucilazione o impiccagione; la mia messa al bando, il mio ricovero coatto in manicomio.
La reazione contro di me e le mie parole, significava che quello che affermavo era vero o, in qualche modo, riusciva a toccare tasti intoccabili, arrivava fino a dove nessuno aveva mai osato: ciò che volevo far sapere al mondo era degno di essere represso, soppresso, messo a tacere per sempre. Venire torturato e ucciso mi avrebbe trasformato in martire. Essere chiuso in manicomio era il condividere la sorte dei dissidenti di ogni dittatura, da Giovanni il Battista a Solzhenitsyn.
Oggi no. Il matto sulla torre, il pericoloso profeta dell’apocalisse non fa paura ha nessuno. Non è necessario ridurlo in catene né chiamare l’ambulanza. Le sue parole hanno la forza di una scoreggia confusa con il rumore del traffico. La verità è il mondo liquido del vale tutto contemporaneo. Il profeta è un merdone qualunque.
Siete morti, marci, vecchi. Siete imputriditi, flaccidi, fradici. Vorrei vedervi morti. E prima di morire vorrei vedervi soffrire. Siete corrotti, cattivi, bugiardi. Anzi no, non siete bugiardi, perché per essere bugiardi bisogna sapere che si sta inventando una menzogna, invece voi a quello che dite e a quello che fate ci credete davvero. E in buona fede continuate a dirlo e a farlo, come se niente fosse… è la vostra verità. Per questo vi odio e vi voglio seppellire. Io, il matto, vi voglio vedere morti. Perché voi, da vivi, esalate il disgustoso rancido fetore che abbruttisce ogni cosa, chi vi tocca muore. Mi avete usato, avete fatto di me il vostro zimbello per i vostri loschi fini. Avete usato la mia gente, la sua innocenza, il suo lavoro, la sua bontà, per arricchirvi. E non solamente di soldi. Per arricchirvi di prestigio. E il prestigio dà potere. Il potere di mostrarsi potenti. Il potere che si nutre di potere, il potere capace di convogliare uomini e mezzi in nome di una causa, l’unica causa che conosce: se stesso. Ecco quello che siete. Il vostro agire ha contaminato ogni relazione umana, ogni scambio sincero. Siete penetrati negli interstizi della nostra anima. Ci avete convinto del fatto di avere bisogno di voi e della vostra presenza. Ci avete comprato la dignità, e comprandocela ce l’avete distrutta, ce l’avete negata così come negate ogni nostro sforzo che facciamo per riottenerla. Vi dimostrate contriti e penitenti davanti alle sofferenza altrui, quando invece questa sofferenza è prodotta dalla vostra contrizione e dalla vostra stessa penitenza. Ecco perché vi voglio vedere morti. Siete vigliacchi perché attaccate sorridendo, uccidete accarezzando, baciando azzannate e il vostro abbraccio è una spira mortale. Vi detesto, vi odio. Mi sembra di vedervi, coi vostri sorrisi paterni e bonari, le vostre facce da avvinazzati, la vostra risata unta di miele e di fiele. Mi sembra di vedervi. Quante volte ho speso il mio tempo con voi, ho parlato, lavorato con voi. Quante volte sono stato vostro complice. Che Dio, mi perdoni, che Dio abbia misericordia di me e mi perdoni. Perché agli occhi di un bambino potrei apparire come  voi, perché vengo da dove venite voi, perché sono impregnato della vostra essenza. Mi sembra di vedervi: intorno al tavolo, matita alla mano, conti alla mano. Mi sembra di sentirvi: collaborazione, contatto, interculturalità, alterità. No, non sono così ingenuo di accusarvi di ipocrisia. Come se anch’io non lo fossi. Sarebbe troppo comodo cavarsela con un semplice insulto. Invece vi accuso di genocidio, fisico e culturale. Culturale perché attraverso il vostro potere ci avete trasformato in caricatura di noi stessi ad uso e consumo delle orde di turisti assetati di sangue e di esotismo che ci mandate in massa. Fisico, perché non c’è niente di più palpabile che la nostra cultura, formata dai nostri corpi. Vi accuso di furto e rapina. Furto, perché vi infiltrate tra noi per rubarci i nostri bambini con i soldi e con l’affetto. Ce li volete comprare attraverso quello scambio, quel baratto medioevale chiamato adozione. E non importa che sia adozione di fatto o adozione a distanza. Transazione commerciale è e transazione commerciale rimane. Soldi in cambio di gente. Soldi in cambio di eterna riconoscenza. Soldi in cambio di sottomissione, soldi in cambio di bambini, di sorrisi, di abbracci. Ed è tutto filmato, tutto documentato perché vi piace poi divulgare la vostra opera. Divulgare per guadagnare ancora più prestigio, ancora più potere. Vi accuso di rapina perché le vostre mani dove toccano rubano, le vostre idee insultano, le vostre  parole ci inondano di infamia.
Ecco adesso sarà facilissimo ignorarmi: il merdone scorreggione sulla torre… cosa ha detto… non l’ho mica sentito e tu…andiamo dai che non abbiamo tempo da perdere…
Verrà un giorno…, ma padre Cristoforo era capace di perdono. Io no. Maledetti.
————————————————————————————————————————

– Uau. Che roba…
– Visto, te lo avevo detto che era roba forte, un pugno nello stomaco.
– L’autore era incazzato nero, secondo me anche lui avrebbe cantato con me… iiii booorghesi son tutti dei porci più sono grassi più sono lerci… zum pà pà. É una lettera che senz’altro si rivolge a…
– Ma che ne sai tu?
– No, è che mi è venuta in mente una storia che mi ha raccontato quel tuo amico fisioterapista, di quando lavorava con gli uomini di strada in una grande casa di accoglienza… aveva formato un gruppo di studio sui problemi della salute… i problemi che quegli uomini vivevano sulla loro pelle. Durante la riunione si affrontavano temi di grande importanza: la prevenzione, l’igiene, l’AIDS, l’ernia del disco, l’infarto, la prostata, tutti argomenti su cui lo sommergevano di domande, quelle domande che si vergognavano di fare al medico o che non ne avevano mai avuta l’occasione per parlarne. Il tuo amico spiegava, portava materiali di studio, libri. Le riunioni erano diventate un appuntamento immancabile.
– Sì mi ricordo. Ma cosa centra con la lettera che ti ho appena letto?
– Centra eccome. Adesso ascoltami tu per favore. Un giorno il telegiornale trasmise le immagini di una alluvione disastrosa avvenuta nel paese del tuo amico. I fiumi straripati, gente in fuga, case distrutte, ponti sommersi. Gli uomini di strada, dico: u-o-m-i-n-i di s-t-r-a-d-a, disoccupati, da anni in situazione precaria, fecero una colletta fra di loro e si presentarono alla riunione con un sacchetto pieno di monete, di spiccioli. Era il loro contributo per i disgraziati che avevano perso tutto. I loro pochi averi li mettevano a disposizione di gente che non conoscevano neppure dall’altra parte del mondo. Il tuo amico accettò con le lacrime agli occhi. Capì il valore della solidarietà umana, spontanea, viva, vera, senza mediazione alcuna. E si ricordò di padre Antonio Vieira…
– È vero, sarà successo un milione di anni fa. Padre Antonio Vieira? Ma cosa centra con la lettera?
– Sì padre Antonio Vieira chiamato in lingua Tupí “Paiaçu”, il grande padre. Una delle poche voci sorte nell’ambito della chiesa e della cultura del XVII secolo in difesa degli indios. Famosissimo per i suoi discorsi dal pulpito, fustigatore dell’ipocrisia e dei costumi dell’epoca: A mim, a imagem dos meus pecados me comove muito mais que essa imagem do Cristo crucificado. Diante dessa imagem do Cristo crucificado eu sou levado a ensoberbecer-me por ver o preço pelo qual Deus me comprou. Diante da imagem dos meus pecados é que eu me apequeno por ver o preço pelo qual eu me vendi. Por ver que Deus me compra com todo o seu sangue, eu sou levado a pensar que eu sou muito, que eu valho muito. Mas quando noto que eu me vendo pelos nadas do mundo, aí eu vejo que eu sou nada. Eu valho nada.
– Tradurre, prego!
– “A me l’immagine dei miei peccati mi commuove molto di più che questa immagine del Cristo crocifisso. Davanti a questa immagine del Cristo crocifisso sono portato ad esaltarmi in superbia nel vedere il prezzo per il quale Dio mi ha comprato. Dinnanzi all’immagine dei miei peccati sono io che mi rimpicciolisco nel vedere il prezzo per il quale mi sono venduto. Nel vedere che Dio mi compra con tutto il suo sangue, sono portato a pensare che io sono molto, che valgo molto. Ma quando noto che io mi vendo per l’infimo del mondo, allora sì capisco che io sono un niente, io non valgo niente.”
– ….
– Non hai ancora capito? A partire dal titolo, s’io fossi foco…
– … arderei l’mondo.
– Si fossi vento lo tempesterei… la lettera è l’atto d’accusa contro chi ha trasformato il rapporto umano in una transazione commerciale, contro chi compra i bambini coi soldi delle “donazioni”, contro chi invia “donazioni” all’estero per riciclare i suoi fondi neri attraverso la beneficenza. È un atto di accusa contro un sistema di pensiero che si è impossessato… ecco, lo vedi ripeto le parole della lettera. È stata scritta un milione di anni fa e abbandonata in un libro a Parigi, forse perché l’autore si spaventò sulle possibili ripercussioni, forse perché non voleva più litigare, o forse perché è partito per il Madagascar… perché  tu sai benissimo come funziona la cosa. Gente così viene messa a tacere. Sai benissimo come funzionano le associazioni di volontariato internazionale, che in realtà di volontariato e di solidarietà non hanno proprio niente, ma, al contrario, servono per mascherare enormi trasferimenti di somme di denaro da un paese all’altro che poi… E la citazione manzoniana finale, dove la mettiamo la citazione?
– …
– Lo vedi che ho ragione io, lo vedi che alla fine ho ragione io quando ti parlo degli oppressi e del giogo della bontà a cui sono sottoposti costantemente, l’abbraccio soffocante dei buoni, l’amore che uccide, la superbia dei buoni che davanti al Crocifisso si gonfiano di orgoglio per il prezzo pagato da Dio…
– Adesso basta, finiscila con ‘ste storie che hai stufato. Te lo avevo detto di non cominciare con le tue prediche! Parlare con te è impossibile ed inutile. Sei sempre fermo sulle stesse posizioni, non ti sai rinnovare, non sai guardare avanti al futuro di un mondo in connessione continua…  sei peggio dell’autore della lettera ecco cosa sei.
– Va bene, non parlerò più. Ma cantare invece posso. Vero?
– E canta, canta che tanto chi ti ascolta?
– Iiii boooorghesi son tutti dei…