Meno male

Esistono per lo meno quattro versioni della storia. Un incidente in macchina, un atropelamento (che in portoghese significa “essere stato investito da un veicolo”), una doença feia ( letteralmente “brutta malattia” eufemismo per definire un tumore, un cancro) ed infine una coisa mandada. Per chiarire cosa sia una coisa mandada ci sarebbe bisogno di un trattato di antropologia culturale. Non voglio spingermi tanto in là, definiamola come “malocchio”, “fattura”, macumba. Per un certo periodo ho creduto alla prima versione, poi alla seconda. Anche la terza mi sembrava plausibile. Sulla quarta invece nutrivo forti dubbi. È lui però che mette in giro le voci, che alimenta le dicerie. L’ho conosciuto alla fermata. Tre volte a settimana alla stessa ora, stesso punto, sole pioggia vento non importa, sempre là, come me. Un giorno lo vedo disperato, preoccupatissimo. Ad ogni autobus che passava chiedeva al bigliettaio se per caso avesse trovato la sua borsa. Era già stato al capolinea, alla centrale. Niente, non gli restava altro che affidarsi alla sorte di incontrare la stessa persona, lo stesso bigliettaio che lo aveva aiutato a salire e a scendere, montando e smontando la rampa per i disabili. È l’unico aiuto di cui ha bisogno, per il resto si arrangia benissimo. L’incidente, l’atropelamento, la brutta malattia e la coisa mandada, lo hanno beccato dall’ombelico in giù. Braccia e mani funzionano benone. Manovra la sua seggiola a rotelle, la sua carrozzina (la chiama affettuosamente così, carrozzina) come chi ha anni di esperienza e pratica da vendere. Sul lato destro pende il sacchetto pieno della sonda urinaria. La causa della sua preoccupazione, della sua agitazione sono i documenti perduti con la borsa, tutti i documenti compreso il più importante quello che lo autorizza a fare la dialisi tre volte a settimana nella clinica convenzionata. Perderlo significherebbe affidarsi alla burocrazia assassina, soccombere definitivamente nelle sabbie mobili dell’arbitrarietà dell’amministrazione pubblica. È realmente disperato. Lo tranquillizzo dicendogli che il suo nome è inserito in un sistema integrato, informatizzato e che il tesserino è una mera formalità. Basta il nome e tutta la sua storia clinica è accessibile in qualunque computer di ogni ospedale convenzionato con il sistema pubblico. Non mi crede. Forse ha ragione lui. Lo accompagno fino alla porta, buona fortuna.

Le nostre abitudini combaciano, ci incontriamo spesso. La borsa è stata ritrovata dal bigliettaio, i documenti recuperati. Ho cominciato a dubitare quando mi ha raccontato una ennesima versione della storia. Eravamo ormai arrivati alla coisa mandada. Se dell’incidente e della brutta malattia mi accontentavo, la coisa mandada invece mi convince di che forse la verità vera è un’altra e spesso molto più triste, più dura, quasi un segreto da nascondere. Passano i giorni, le settimane, i mesi. Ormai siamo amici. Mi ha pure offerto da fumare. Da fumare quella roba là. Si nasconde dietro il cespuglio e si fa la sua canna giornaliera. Quando si accorge di me mi chiama e mi allunga lo spinello. Ho sempre rifiutato, lo giuro. Nemmeno oggi? domanda incredulo di come si possa rifiutare l’invito a una tirata in compagnia. La nostra fermata è sempre deserta, a quell’ora nella grande avenida nessuno prende l’autobus. Siamo quindi liberi di parlare e di fumare. Dico, cioè, siamo liberi di parlare, fumare… solo lui, io no per carità. Fuma oggi, fuma domani ecco che la storia vera comincia a voler rivelarsi, la raccontano i tatuaggi. Esistono immagini che non tutti possono permettersi di avere stampate sulla pelle. Il pagliaccio che ride, ad esempio, significa che sei un “matador” un assassino di poliziotti. La prima cosa che la polizia fa quando ti ferma è alzarti la maglietta o abbassarti i pantaloni per verificare la presenza del pagliaccio. È meglio non avercelo. È un tipico tatuaggio della malavita, una specie di medaglia d’oro del crimine. Il mio amico ne ha un altro, glielo noto sulla caviglia. Si accorge della mia occhiata, ormai sa che io so e racconta. Una rapina, la fuga, la polizia, uno sparo, la colonna vertebrale, il midollo spinale, l’ospedale, la prigione, la paralisi permanente, la dialisi per il resto della vita. E il tatuaggio rivelatore guadagnato in servizio. E adesso sono qui con questo sacchetto pieno appeso alla carrozzina. Ma meno male che mi hanno colpito… avrei sparato io e adesso sarei morto… perché lo sai cosa succede a chi spara alla polizia vero? Non ti perdonano mica, ti ammazzano sul posto o ti caricano in macchina ferito e ti uccidono nel tragitto… ti soffocano nel tuo stesso sangue, nessuno se ne accorge, nessuno dice niente, arrivi all’ospedale già morto… e se nessuno ti viene a prendere in ventiquattro ore, ti sbattono in una fossa comune. Meno male che non ho sparato, meno male.

Il mio amico sorride, ha raccontato la verità alla mia faccia impassibile. In una fermata deserta, un traffico da apocalisse, l’autobus che più lo aspetti e meno arriva, meno c’è, meno parti… Meno male davvero, meno male che non ha sparato, lo avrebbe fatto, non ne ha avuto il tempo, era andato tutto storto, la rapina, la polizia, gli spari, il midollo spappolato. Mi porge la canna, dubito un attimo… meno male che arriva l’autobus. Ci salutiamo. Preferisco fare due passi.