Mr. President

Hanno deciso all’ultimo momento. Non più in piazza per tutti, ma dentro al teatro per un ristretto gruppo di invitati, duemila persone al massimo. Ragioni di sicurezza. Il momento è delicato, triste. L’ordine lo ha dato lui qualche ora fa. È uscito dal primo incontro ufficiale, si è recato in una sala attigua ed ha parlato al suo popolo spiegando le ragioni: è guerra. Ecco il vero motivo dello spostamento dalla piazza al teatro. Non sono bastati centinaia di uomini del servizio segreto che da due settimane pattugliano la città, non sono bastate le precauzioni e i controlli. È una persona troppo importante, meno lo si espone meglio è. Ieri Brasilia sembrava uno scenario di De Chirico. Una visione spettrale di una città abbandonata, spazi immensi, paesaggi monumentali inariditi dall’assenza dei suoi abitanti tenuti a cinquecento metri di distanza. I due presidenti si incontrano per la prima volta, emozionati e consci del loro ruolo si stringono la mano guardandosi negli occhi. La stima, il rispetto, l’ammirazione che sentono uno per l’altro pervadono l’ambiente e impregnano i milioni di spettatori incollati alla TV, il rigido protocollo si scioglie nell’abbraccio tra i due. Solo la visita di Giovanni Paolo provocò un entusiasmo simile. Yes, we Also Can, dice un enorme striscione dei ragazzi della favela. Il presidente assiste ad una presentazione di capoeira, gioca a pallone con alcuni ragazzi, la bellissima moglie non si tira indietro, posa per le foto con ciascuno di essi, poi tutti insieme come in gita scolastica. Sui tetti di ogni casa un tiratore scelto, non si sa mai. Adesso il teatro è gremito: alô Rio de Janeiro, cidade maravilhosa, dice in portoghese. Sappiamo bene qual’è il motivo della visita. Siamo entrati a far parte delle grandi economie del mondo, abbiamo le risorse naturali e i bio combustibili, una riserva di petrolio più grande di quella dell’Arabia. Sappiamo bene il motivo della visita. I due presidenti ieri lo hanno detto esplicitamente: siamo alla pari, siamo uguali noi e voi, voi e noi. Abbiamo bisogno uno dell’altro, voi producete noi compriamo e viceversa. Patti chiari amici cari. Adesso però il teatro è pieno di gente, se fosse in piazza sarebbe il trionfo. Alô, dice in portoghese e prosegue con gli elogi alla città ed al paese, straordinario paesaggio scolpito da un dio in vena di esagerare, abitato da un popolo di contagiante allegria e disarmante bontà. E giù applausi. Complimenti ai governanti che hanno saputo creare le condizioni per la prosperità del loro popolo, complimenti per quello che in dieci anni siete riusciti a fare. Non siete più il paese del futuro: il futuro è già cominciato qui e adesso. Il tono del discorso comincia a toccare corde sensibili, argomenti ai quali ogni brasiliano anche senza saperlo è legato a filo doppio: Qui, proprio in questa piazza tanti anni fa il popolo riunito lottava per i suoi diritti inalienabili, power to the people, molti vennero presi e torturati dal loro stesso governo, uno di quei giovani sa cosa significa vivere privato dei diritti umani, ma sa anche cosa vuol dire perseverare e sperare perché oggi è il presidente di questo vostro paese. Non possiamo rimanere fermi quando un tiranno massacra il suo popolo. Gli uomini vogliono essere liberi e padroni del loro destino, sono diritti universali che dobbiamo sostenere ovunque. Il discorso prosegue, risalta i punti salienti dell’amicizia tra le nostre nazioni, il comune passato schiavista, la conquista della libertà, la ricerca della felicità. “Facciamo tesoro della esperienza degli uomini e delle donne che ci hanno preceduto e sono riusciti a superare queste grandi sfide, realizzando cose straordinarie. È per questo che crediamo nelle parole di Paulo Coelho, il più famoso scrittore brasiliano: con la forza del nostro amore e della nostra volontà possiamo cambiare il nostro destino e il destino di molti altri. Muito obrigado e che Dio benedica i nostri due paesi”.

Sorride agli applausi, saluta i presenti con ampi gesti, ringrazia a mani giunte inchinandosi leggermente. In standing ovation, Thank You Mr. President. Ora in questo esatto momento è al Corcovado. La città più bella del mondo è ai suoi piedi. Ieri ha dato l’ordine di attaccare. Moralmente risponde ad una invocazione di un popolo in lotta e alle richieste dell’Onu. Ma la guerra è guerra, sempre. Che il Cristo Redentor non chiuda gli occhi e continui ad abbracciarci.