Non è vero niente

Si spengono le luci, tutte!

Sul tremito delle forme

funebre sudario, il sipario

precipita con furia d’ uragano

e gli angeli, sfiniti e pallidi,

si levano, e svelandosi affermano

che la tragedia ha nome “Uomo”,

e l’eroe è il Verme Vincitore

(Edgar Alla Poe – Ligeia)

 

Non fare quella faccia, lo sai che non è vero. Lo sai benissimo che di quello che racconto novantanove per cento è inventato e il resto è pura fantasia. Per cui mettiti calmo e ascolta che tanto non è vero niente. E poi cosa farei a quell’ora proprio lì? Me lo spieghi cosa ci sarei andato a fare in quella strada? Lo so che è a due passi dal metrò, ma a quell’ora io lavoro. Sono anni che non ci passo. Prima ci andavo sempre, quando c’erano i meninos. Un intero palazzo occupato da loro. Centinaia di ragazzini ammucchiati come topi. Quel palazzo è stato murato e i ragazzini se ne sono andati, adesso ne vedi pochi in giro, non è vero? Adesso la strada è diventata una boca de rango, un punto di distribuzione di alimenti per i poveracci. No, non è vero, non lo è più da un pezzo. Adesso ci stanno a bivaccare i catadores, quelli che tirano il carretto e che si fermano ad ogni angolo a raccattare spazzatura, ferro vecchio, cartoni, robaccia da rivendere alle cooperative di riciclaggio, anzi, alcuni di essi ne fanno parte, dico, appartengono alle cooperative. Non li hai mai visti intralciare il traffico col loro carretto, mezzi nudi, andare in contromano, razzolare nei bidoni?

Non è vero che la città affida a loro il compito di raccogliere il materiale; il comune ha i camion appositi adattati, attrezzati, non è vero? E allora? Allora quella gente lì non so cosa ci stia ancora a fare al mondo, non è mica vero che dormono per la strada sdraiati sotto il loro carretto, perché in tutta la città per loro esiste un solo centro di accoglienza in cui possono entrare con tutta la roba che raccolgono, negli altri centri la devono lasciar fuori, ma tu lo lasceresti fuori il tuo carretto pieno?

Non è vero che sono solo cianfrusaglie, lo saranno pure, ma è il frutto di ore di lavoro sotto il sole, la pioggia, gli sberleffi dei passanti, i cani. A proposito di cani: lo avrai notato anche tu che ogni catador ha un cane. Vero? Sì, no, volevo dire, il cane è vero… non è vero? Allora lo avrai pur visto anche tu che il cane li accompagna dappertutto. A volte se ne sta fermo appollaiato sul carretto, buono buono, ma sicuro di sé, io non mi avvicinerei più di tanto, te lo immagini se ti morde?

Come di che razza è? Ma che razza di domande fai tu! È un bastardo, un cane, un cagnaccio orribile, sbronzo e sbilenco, sporco e pieno di pulci, puzzolente e infido, somiglia al padrone, immondo residuo di qualcosa che assomiglia a un uomo. Dico il padrone è qualcosa che a volte assomiglia ancora a un uomo, perché il cane assomiglia a un cane e basta. Insomma, hai presente la scena, non è vero? L’uomo che tira il carretto, il cane, la bottiglia di pinga. Sì la pinga. Cosa vuoi che bevano quegli uomini? 45 gradi, un sorso, un altro e vai. Catador, al plurale Catadores. Non so come tradurlo, prendilo così, direttamente in portoghese. In quella viuzza che ti dicevo prima, ce n’era una decina, o forse più, tutti per terra. Oggi faceva caldo, pensa un po’, ieri un freddo polare e oggi un caldo boia. I catadores all’ombra del loro carretto. Un fuoco acceso. Lo spiedo. Quante mense popolari ci sono in centro? Nessuna. Adesso in centro le hanno praticamente tolte tutte. La più vicina è a tre chilometri. Hai voglia a tirare il carretto. Tre chilometri su e giù per discese e salite, macchine e traffico, strombazzamenti e insulti. Per cui oggi erano tutti lì seduti. Lo spiedo. Che odore ha uno spiedo? O meglio, che odore fa? Io pensavo sul momento che quell’odore fosse il loro odore consueto, sudore e alcool. Invece no. Invece la pelle era buttata per terra come un cencio, uno straccio, come una pelle di cane scuoiato. La testa a ridosso del tombino. Non c’era neanche una mosca, ma la testa mozzata era mozzata per davvero. Non è vero. Ho detto pelle, ma non era la pelle, era il pelo, insomma, il cuoio del cane. Lo spiedo girava sul fuoco. Un bidone per barbecue un pezzo di ferro da infilarci i pezzi del cane da arrostire. Si mangiavano il cane. Mangiavano il cane. No, non crederci mica, lo sai che invento tutto, ho inventato anche questa. Capirai se in pieno centro c’è gente che uccide un cane, lo scuoia, accende il fuoco e se lo fa allo spiedo. E poi io sono corso alla base mobile della polizia e ho raccontato. “E cosa vuoi che ci facciamo”, mi hanno risposto, “come fai a sapere che è davvero un cane?” Dai, Paolo, non fare quella faccia, ho inventato tutto, ma dove vai, torna qui, non vuoi sapere come è andata a finire, non vuoi che ti racconti che uno di loro rideva come un pazzo me ne ha allungato un pezzo? Rua irmã Simpliciana(1). Di notte ci sono le bambine prostitute, di giorno invece si mangiano i cani. Non ci credi? Hai proprio ragione. Come faccio sempre, anche oggi ho inventato tutto, non è vero?

 

(1) Maria Simpliciana Faffin, nata in Francia nella città Chambery, arrivò a San Paolo ancora bambina. Suora dell’ordine del Sacro Cuore né diventò madre superiora nel 1911. Diresse il collegio São José fino al 1923. In seguito lavorò alla Santa Casa di Misericordia, l’ospedale più importante della città.