Professione povero

Qui passa un milione di persone al giorno. Se ad ogni 100 guadagno un Real, fa un po’ tu il conto! Alla sera sono ricco, ricchissimo. La sua logica cartesiana non fa una piega: tra un anno, se i conti tornano, ogni problema sarà dimenticato e a me non mi guarderà più in faccia. Questo discorso me lo faceva tra risate e pacche sulle spalle un secolo fa, quando si presentava al portone ancora chiuso. Faccia da cane bastonato, andatura incerta, età compresa tra i sessanta e gli ottanta. Non ricordava più in seguito a quale crisi economica cominciò a vivere di espedienti, se quella degli anni 70, degli 80 o dei 90, o forse prima.

La multinazionale delle automobili invece non conosce crisi alcuna. Determina la politica di intere nazioni al di qua e al di là del mare. Dice: caro governo, io do lavoro a decine di migliaia di persone e allora devi fare leggi che mi favoriscano perché se io godo di buona salute gli operai i fornitori i montatori tutti quanti potranno comprare le mie macchine e tutti saranno contenti e alla fine alle prossime elezioni voteranno un’altra volta per te. E così fu per decenni, e così continua ad essere. La multinazionale costruisce macchine, macchinari, cingoli, cingolati, carri armati, missili, pistole, mine e bombe. Esporta in tutto il mondo, apre fabbriche nei paesi lontani dove la manodopera è a costo zero ed è più felice che mai. Magari fa la faccia triste, dice che è la crisi, però tutti sanno che in fondo non è vero. La multinazionale si modernizza a grande velocità e oggi usa le tecnologie di avanguardia, la creazione artistica, l’internet e si è istallata definitivamente nelle menti e nei cuori di ognuno di noi.

Ascolto il mio amico e penso a un disco di Steve Reich: Music for 18 musicians. Si tratta di una composizione minimalista in cui una cellula melodica e ritmica viene ripetuta all’infinito come un mantra indiano o una litania del rosario, nella quale però, ad un momento stabilito, avvengono leggeri cambiamenti nella stessa melodia nel ritmo e nel timbro che a lungo andare modificano totalmente il motivo della cellula iniziale. Insomma una pazzia musicale quasi inascoltabile: bellissima. Il mio amico ha calcolato che se ogni cento persone riesce a guadagnare un Real, alla fine del mese sarà ricchissimo. Effettivamente il punto che ha scelto è invidiabile e il milione di persone al giorno ci passa davvero.

La caratteristica principale del nuovo modello è senza alcun dubbio il colore. Non più il solito grigio metallo, il nero funebre, il blu presidenziale ma il giallo-sole, l’azzurro-mare, il verde-cocco, il rosso-fuoco. Ha mantenuto il vecchio nome ma è tutto diverso: linee arrotondate, aerodinamica giovanile, economia di consumo per rispettare il pianeta e soprattutto – ripeto – i colori. Coloratissimo per sorridere alla vita. La pubblicità alla televisione comincia con un panorama della città, lugubri paesaggi smorti coperti d’asfalto, praticamente deserti. Poi improvvisamente dal cielo cadono gocce di pioggia colorata da cui nasce la nuova macchina che al suo passaggio ridipinge il mondo. Un mondo praticamente deserto, va beh, ma tutto colorato, un quadro di Matisse. I lugubri paesaggi acquistano così un nuovo significato: toccati dalla macchina possono rinascere e rifiorire.

In una frazione di secondo, il mio amico è capace di cambiare arpeggio e tonalità, come Steve Reich. Il suo violino a pezzi è l’anima musicale del milione di passanti. Qualche monetina nel piattino c’è davvero. Chissà a contarle alla fine del mese. Il mio amico mi sorride ogni giorno, sempre alla stessa ora, senza alzare lo sguardo, sorride al mio saluto, poi chiude gli occhi e si concentra sull’arpeggio. Le dita ruvide e callose, la barba di tre giorni, i vestiti da lavare con urgenza, il muretto grigio di cemento.

La pubblicità è riuscita in pieno. Il nuovo coloratissimo modello si è trasformato nel sogno di consumo di una intera generazione. Ci hanno proprio azzeccato: le immagini di una città smorta che rivive al passaggio della macchina hanno colpito anche me, soprattutto quella in cui l’automobile passa nel punto esatto dove il mio amico, seduto nell’attesa di diventare milionario, suona come Steve Reich. La televisione lo fa vedere tutti i giorni. Io lo incontro sullo stesso muretto, tutti i giorni. Nella pubblicità però il mio amico alza la testa e segue con lo sguardo la macchina. Chissà quante monetine gli avrà dato la multinazionale.

Quando sul portone un secolo fa ci fermavamo a chiacchierare in attesa dell’ora di apertura, il mio amico disse che lui non poteva definirsi un musicista perché non aveva studiato e siccome era disoccupato da tanti anni, ormai aveva un altro mestiere, anzi una professione che sapeva esercitare benissimo perché l’aveva imparata fin da piccolo, ne conosceva i trucchi e le soddisfazioni. Ne sentiva anche un certo orgoglio e lo affermava: io faccio il povero, io sono povero.