Senhora Liberdade

Abre as asas sobre mim
Oh Senhora Liberdade
Eu fui condenado
Sem merecimento
Por um sentimento
Por Uma paixão
Violenta emoção
Pois amar foi meu delito
Mas foi um sonho tão bonito
Hoje estou no fim
Senhora Liberdade abre as asas sobre mim
Não vou passar por inocente
Mas já sofri terrivelmente

Por caridade, oh Liberdade abre as asas sobre mim

Apri le ali su di me, Oh Signora Libertà, Io fui condannato senza meritarlo, Per un sentimento, Per una passione,Violenta emozione, Perché amare fu il mio delitto, Ma fu un sogno bellissimo

Oggi sono alla fine, Signora Libertà apri le ali su di me, Non mi fingo innocente, Anche se ho già sofferto terribilmente, Per carità, oh Libertà apri le ali su di me. (Ney Lopes)

Dicono che l’ombra del catafalco indicasse esattamente il punto d’entrata dell’inferno. Francisco José das Chagas era un semplice caporale. Comandò una rivolta per migliori condizioni di vita. La repressione fu atroce: i più vennero squartati, e i loro resti esposti ai quattro angoli delle città. Per il caporale Francisco José fu la forca. Al primo tentativo la corda si spezzò lasciandolo cadere in piedi, vivo. La consuetudine voleva che in simili casi si commutasse la pena in carcere a vita: la volontà di Dio si era espressa contro la morte del condannato. Ma il governo fu inflessibile. Un secondo tentativo e la corda si pezzo di nuovo. Il popolo tutto invocò Liberdade, Liberdade! Il povero Francisco José das Chagas morì al terzo tentativo. Immediatamente il luogo si trasformò in meta di pellegrinaggio di chi aveva intravisto il miracolo, di chi sapeva che Dio era dalla sua parte contro l’oppressione. In suffragio del martire popolare venne eretta una cappella dal suggestivo nome, Santa Cruz dos Eforcados, Santa Croce degli Impiccati. La piazza antistante (praça da Liberdade, piazza della Libertà) è oggi cuore del quartiere orientale, nei dintorni vi abita la più grande comunità giapponese all’estero. La domenica una grande fiera, bancarelle e prodotti tipici, rallegra la noia del week-end. Nei sotterranei della cappella una sala raccoglie gli ex voto e le candele brillano costantemente il loro fuoco di devozione. Ancora oggi molta gente sale i gradini della chiesetta in ginocchio.

Il governatore, il segretario di pubblica sicurezza, il comandante generale della polizia rilasciano le loro dichiarazioni alla stampa. Il tono è quello di sempre, le parole pure. Una piccola scheggia impazzita non può macchiare l’onore di una corporazione gloriosa ecc ecc. Il problema è che i dati sono stati divulgati e parlano chiaro. Gruppi di stermino agiscono liberamente in tutta la città, zona nord, sud, est, ovest. In quattro anni 150 morti. Ossia i morti accertati, di cui si è ritrovato il cadavere. A Rio sappiamo bene quello che è successo. Spesso agli amici lontani raccontiamo che tutto quello che succede a Rio, qui a San Paolo accade in misura molto maggiore, in scala industriale. Sempre con l’avvallo della società civile. Infatti le “schegge impazzite” seguono una prassi, un modus operandi vecchio di secoli che intravede nel “povero” il nemico. Non un nemico in potenziale, ma il nemico vero e proprio, il nemico da abbattere, da eliminare a qualunque costo. Il Brasile è l’unico paese sud americano in cui con la fine della dittatura la pratica di tortura è aumentata. Basta entrare in qualunque commissariato. Chi segue queste pagine avrà già letto casi di tortura esplicita a cui abbiamo assistito senza assolutamente poter reagire, immobilizzati dalle minacce. I gruppi di sterminio sono una realtà del Brasile contemporaneo, una realtà che si basa sull’approvazione popolare infiammata da una stampa televisiva corrotta che divulga programmi e immagini fondati esclusivamente sul sangue. È semplice: quando il governatore dice: “Siamo in guerra contro il crimine organizzato, una vera guerra”, la catena di comando interpreta le parole alla lettera: guerra è guerra. E in guerra non si fanno prigionieri. Spesso viene forgiato uno scontro a fuoco per accontentare la stampa più curiosa. Altre volte invece si fanno sparire i corpi mutilati per impossibilitarne l’identificazione. Dico mutilati: la testa mozzata e le mani tagliate. È proprio così. I poveri, in questo paese di nuova classe media continuano a suscitare schifo e repulsione. La televisione lo dice costantemente.

Un video che gira su tutti i siti del mondo ha fatto intervenire il governo federale che esige le dimissioni dell’intero comando della polizia di Manaus: un ragazzino torturato da un gruppo di poliziotti che gli sparano addosso senza riuscire ad ucciderlo. Oggi il comandante cerca di giustificarsi: il ragazzino era un delinquente che doveva essere catturato, e quando la pattuglia è arrivata ha dovuto difendersi dagli spari. Adesso chi se la sente guardi pure: http://www.youtube.com/watch?v=wqXaOsZrPU8&feature=related

Abre as asas sobre mim oh Senhora Liberdade….