Senza fine

…Est locus extremis Scythiae glacialis in oris,
triste solum, sterilis, sine fruge, sine arbore tellus;
Frigus iners illic habitant Pallorque Tremorque
et ieiuna Fames…

(C’è nelle estreme contrade della Scizia un luogo gelato, una terra desolata, sterile, priva d’alberi e di messi; abitano lì l’inerte Gelo, il Pallore, il Brivido e la Fame digiuna – Ovidio, Metamorphoses, Liber VIII)

Un attimo senza fine

Elegantissima, bella, emozionata. Traccia le grandi linee del suo governo, trattiene a stento le lacrime, la voce inciampa quando parla del suo impegno di gioventù e di quanti sono morti sognando un Brasile democratico. Il momento è storico. Cerchiamo di rinnovare le speranze. Il paese intero vuole crederci. Milioni di persone sono state riscattate dalla condizione di una miseria materiale sub umana. Per la prima volta nella storia nazionale la gente si sente vicina ai suoi governanti, si sente partecipe e protagonista del suo destino.

Senza fine, tu sei un attimo senza fine. È una canzone d’amore, la più bella di tutte, la canticchio mentalmente mentre ripesto il fango, i topi morti, i liquami della favela. Un attimo senza fine. Ma non è alla canzone che sto pensando, è alla crudeltà della Storia, all’eterno ritorno, al karma dal cui circolo non se ne esce, alla marca di Caino sulla fronte, al segno dell’infamia, penso al destino di un prigioniero in un lager sovietico, ai racconti della Kolyma, alle contrade desolate della Scizia dove perfino la Fame digiuna. Il tempo, si sa, è una questione di punti di vista: sdraiato sulla spiaggia una settimana di ferie o in una baracca di favela per tutta la vita… il tempo. Quanti anni sono passati? Quanti bambini sono morti? Quante bambine si vendono sul marciapiede in cambio di una dose? Quanti si sono salvati in tempo? Senza fine, sei un attimo senza fine non hai ieri non hai domani… Non è una canzone d’amore, è una realtà di orrore. È il puro orrore, il male, il demonio, l’inferno. Si aggirano nella consueta e antica miseria del Sud, di tutti i Sud del mondo, fatta di corpi seminudi escrementi e mosche, nell’angolo più sordido della città più ricca di uno dei paesi più ricchi del mondo. Merde umane. Non sono più uomini i miei amici di un tempo, forse non lo erano neanche allora. Ero io che me li fingevo così per giustificare il mio lavoro, quando ero molto giovane e volevo raddrizzare i torti: la giustizia sociale e tutte ‘ste belle storie, quando in qualche modo volevamo cambiare il mondo e ci accorgemmo troppo tardi che il mondo sta benissimo così com’è e non gliene frega niente di essere cambiato da nessuno, meno ancora da uno come me.

Amartya Sen, premio nobel dell’economia dice: “I livelli di reddito della popolazione sono importanti, perché ogni livello coincide con una certa possibilità di acquistare beni e servizi e di godere del tenore di vita corrispondente. Tuttavia accade spesso che il livello di reddito non sia un indicatore adeguato di aspetti importanti come la libertà di vivere a lungo, la capacità di sottrarsi a malattie evitabili, la possibilità di trovare un impiego decente o di vivere in una comunità pacifica e libera dal crimine”.

Oggi ripesto i liquami di questo maledetto locus extremis. Bocche sorridenti mi abbracciano, piangiamo insieme la nostre emozione di incontrarci ancora, ci raccontiamo questi anni di lavoro e di saudade. La saudade non finisce, si rinnova, dice la mia grande amica in lacrime. Appena ritornata da Minas Gerais, rioccupa la sua casa dalla porta sempre aperta. È riuscita a mantenere la famiglia unita in quella bolgia! La mia amica è un eroe del nostro tempo. Racconta la miseria, il lavoro, la sofferenza, la schiavitù, racconta l’allegria di vedere i figli ormai uomini mettere al mondo altri figli che mi porge uno ad uno affinché li prenda in braccio e gli dia un bacio. Camminiamo per i vicoli, entriamo nei tuguri e nelle casupole non più di cartone e lamiera ma di mattoni: precariamente costruite sui cardini del miracolo economico di Lula. Nel 2010, così come nel 2000 e nel 1990 il censimento ufficiale non ha recensito alcun dato del luogo e delle centinaia di famiglie residenti. Ancora una volta saranno tagliati fuori da ogni tipo di politica pubblica. E pensare che il quartiere in cui sono inseriti è cambiato molto: strade, servizi, scuole. Un secolo fa ci riunimmo per discutere l’immane futuro che incombeva: mancavano pochi giorni all’arrivo delle ruspe, avrebbero demolito tutto per fare largo alla grande strada, il grande raccordo, il “progresso”. Duemila persone da sloggiare in poche ore, donne, vecchi e bambini. Si ottenne un rinvio presso l’ultima istanza. Il grande raccordo non è ancora passato. Le baracche si sono trasformate in casupole, i vecchi sono morti, molti bambini sono entrati nelle file dei narcos e le bambine nella vita di strada. Nel frattempo il Brasile e la città cambiavano a ritmo accelerato. Ma i miei amici, quello che di loro rimane, continuano ad abbruttirsi in una baratro di solitudine. Il paese festeggia la nuova ricchezza e le nuove promesse della Signora Presidente: “la lotta più ostinata del mio governo sarà per sradicare la povertà estrema e per la creazione di opportunità per tutti” dice Dilma Rouseff nel discorso di investitura, davanti al Congresso e ai capi di Stato di mezzo modo, davanti al paese intero e al suo popolo in festa. Vorrei tanto crederci anch’io. In un attimo senza fine, mi allontano dalla fanghiglia dello spiazzo fetido e guadagno commosso la via del ritorno. Resistete, cari amici, resistete, trovate forza e coraggio, stima e rispetto: di voi, por voi, per gli occhi dei vostri figli, e anche per me.

Il destino del paese non si riassume nell’azione del suo governo ma è il risultato del lavoro e dell’azione trasformatrice di tutti. Il Brasile è una terra generosa, tutto quello che si semina con tenerezza e con lo sguardo al futuro sarà raccolto in abbondanza e allegria. Che Dio benedica il Brasile, che Dio Benedica tutti noi.