Soluções, Soluzioni parte II

I fatti: in terra, tra gli spasimi dell’ agonia, le convulsioni, i rantoli della morte, un uomo si avvicina, insulta il moribondo augurandogli di soffrire il massimo possibile. Sdraiato nel suo stesso sangue un ferito ammanettato implora aiuto e misericordia. Dell’uomo fuori campo si ascolta la voce sarcastica augurandosi che il ferito muoia lungo il tragitto fino all’ospedale. Sono due ladri di polli sorpresi dalla polizia che ha sparato per uccidere. L’uomo dalla voce fuori campo è un soldato della truppa. La scena dura poco più di un minuto, ottenuta da fonti interne e divulgata dalla stampa ora è disponibile al mondo intero perché si sappia come le cose avvengono realmente. I commenti nei siti internet seguono lo stile degli insulti vomitati dagli agenti. Il governatore si scusa. Il comandante generale si scusa. Gli autori degli abusi saranno puniti. Il caso è chiuso. Ok?

I bambini continuano liberi per le strade del quartiere. La polizia si è mossa e li ha catturati. Ha convocato le madri che a loro volta hanno bastonato i figli: sei proprio un deficente, non puoi tornare a rubare due volte nello stesso posto, ti riconoscono subito. Interviene il Conselho Tutelar. I bambini apparentemente incontrollabili ne approfittano per saccheggiarne la sede e distruggere tutto: mobili, documenti, computer. I consiglieri, il giudice, appaiono alla televisione costernati: non sappiamo cosa fare, dicono. Hanno lasciato, hanno permesso a un gruppetto di bambini di distruggere la sede e adesso piangono lacrime del più bieco cinismo. Si stanno articolando le alleanze per le elezioni municipali. Un noto imbonitore, dipinto come grande interprete del problemi dell’infanzia si profila come candidato capace di soluzioni miracolose. Stanno preparandogli il terreno. Si stanno muovendo i pezzi da grossi. Il controllo della città fa gola a tutti.

 

Cercare i colpevoli dove ci sono soltanto vittime. Questa è la strategia di un potere corrotto fino al midollo, fondato e sostenuto dalla corruzione dei suoi protagonisti, dal ministro di stato al vigile urbano. Un potere putrido che ha contaminato il tessuto sociale e le relazioni tra le persone perfino nell’intimità della loro vita quotidiana. Ora non ha più alcuna importanza che il governatore indignato esprima il suo contrito cordoglio. “La società deve capire che nessun agente può avere il poter di uccidere un detenuto perché in un domani, durante una banale discussione in strada, può arrivare ad uccidere il suo opponente dal momento che ha perso i parametri di comportamento”. Queste sono le parole con le quali il comandante generale ha chiesto scusa alla famiglia della vittima. Si considera naturale il fatto che un agente possa uccidere. Infatti è naturale. Loro, gli agenti, i soldati, uccidono davvero. E uccidono perché si sentono nel diritto di farlo. Si sentono nel diritto di farlo, di filmare l’esecuzione e l’agonia dei feriti, di insultarli davanti alle telecamere, di umiliarli. L’indignazione del governatore rasenta il cinismo: o non ha il controllo della truppa e questa si sente libera di fare quello che vuole, o si è dimenticato dei massacri che lui stesso ha ordinato. Potrei citarli uno per uno. Il fatto è che metà della polizia è composta da assassini e metà degli assassini in circolazione sono poliziotti. E si intercalano a seconda della situazione. La popolazione sotto assedio si adatta alla corruzione, accetta la violenza istituzionale come parte della vita, come la pioggia che distrugge le sue case, la mancanza di servizi igienici che contamina i suoi bambini, la droga che uccide le famiglie, l’estorsione praticata dai potenti di turno. Questi, i potenti, non abitano lontano. Sono proprio qui di fianco: è il funzionario comunale che con un tratto di penna ti esclude dai servizi di assistenza sociale; è la decisione arbitraria del dipartimento che determina il grado di rischio rappresentato dalla tua casa per poterla demolire in osservanza alle direttive della speculazione edilizia; è la donna della parrocchietta che toglie la cesta alimentare alla famiglia della favela visto che “adesso non ne ha più bisogno perché fa parte delle liste di aiuto del governo”. Cercano i colpevoli dove esistono soltanto vittime!

Cascano addosso con forza massima sui bambini tacciati come delinquenti. Ancora una volta usano la miseria come trampolino politico per ottenere dosi di potere sempre più grandi. Lasciano che la situazione fugga al controllo per poter invocare l’uomo-forte di turno che, lui sì, solamente lui è capace di risolvere. “Dobbiamo studiare il problema per prevenirlo e cercare di trovare una soluzione”. Ecco le profonde parole del giudice dei minori e del direttore del Conselho Tutelar. Loro, i responsabili, non hanno la minima idea di cosa fare. Preparano il terreno per le prossime elezioni municipali. Il futuro uomo-forte di turno si è già incontrato con Lula e compagnia bella, articola azioni e interventi, promesse e soluzioni. A meno che la polizia assassina non faccia piazza pulita in fretta e furia. Siamo nelle mani dei banditi. La mia città è in mano ai banditi.

 

São Paulo, Brasil, sec. XXI

Edith Moniz

Paolo D’Aprile

 

 

Soluções, parte II

Procurar culpados onde há somente vítimas. Esta é a estratégia de um poder corrupto até suas entranhas. Um poder fundado e sustentado pela corrupção dos seus agentes: do ministro ao policial da esquina. Um poder podre que contaminou a sociedade e as relações entre as pessoas na sua vida íntima, nos relacionamentos cotidianos. Não adianta nada que agora o governador indignado expresse o seu pesar em tom de contrição. A sociedade tem que entender que policial nenhum deve ter esse poder [de matar um suspeito]. Porque, amanhã, numa discussão de trânsito, ele mata quem discutir com ele, pois perde os parâmetros de comportamento.” Estas foram as palavras com as quais o comandante pediu desculpas à família da vítima: Considera-se como natural o fato que um policial possa matar. È de fato natural. Eles, os polícias, os soldados, matam. E matam porque se sentem no direito de fazê-lo. Se sentem no direito de fazê-lo e de filmar a agonia dos baleados, de humilhar e insultá-los frente às câmeras. A indignação do governador beira o cinismo: das duas umas, ou ele não tem o controle da tropa e esta se sente a vontade de fazer o que bem entende; ou esqueceu os massacres que ele mesmo ordenou. Poderia enumerá-los um por um. O fato é que metade da polícia é composta por assassinos e metade dos assassinos em circulação são policias. Que se intercalam conforme a ocasião. Estamos nas mãos de bandidos. A população acuada se adapta à corrupção, aceita a violência institucional como parte da vida, como a chuva que derruba a suas casas, a falta de saneamento que contamina as suas crianças, a droga que dizima as suas famílias, a extorsão praticada pelos poderosos da vez. Estes, os poderosos, não moram longe não. Estão bem aqui do nosso lado: é o funcionário que com uma canetada te exclui dos serviços de assistência social, é a discrição arbitraria do departamento que decide o grau de risco que representa a tua casa para poder demolir em observância às diretivas da especulação imobiliária; é a mulher da paróquia que decide de dar ou cortar a cesta básica às famílias da favela que agora não precisam mais porquê entraram nas listas de ajuda do governo.

Procuram culpados onde há somente vítimas! Caem com tudo em cima das crianças tachadas de delinqüentes. Mais uma vez usam a miséria como trampolim político para obter mais poder. Deixam a situação sair do controle para invocar o homem-forte da vez que, ele sim, e só ele é capaz de resolver. “Temos que estudar o problema para prevenir e tentar achar uma solução”. Eis as profundas palavras do juiz da infância e do chefe do conselho tutelar. Eles, os responsáveis não sabem o que fazer. Preparam o terreno para as próximas eleições municipais. O futuro homem forte da vez já está se encontrando com Lula e companhia, está articulando ações e intervenções, promessas e soluções. Sempre que a polícia assassina não acabe com tudo rapidinho.

Estamos nas mãos de bandidos. A minha cidade está nas mãos de bandidos.

 

São Paulo, Brasil XXI século

Edith Moniz

Paolo D’Aprile