Soluzioni, Soluções.

La simpatica signora ai giardinetti di Bologna mi chiede come si sta in Brasile e se anche lì c’è molta criminalità in giro… «Perché qui, caro signore, la vita è diventata impossibile. Ti vengono a rubare in casa… c’è un gruppo di ladri che si arrampica per le grondaie fin su, fino agli ultimi piani, entrano in casa tua di notte mentre dormi, sono così silenziosi che nessuno se ne accorge. Rubano tutto e poi si calano di nuovo dalla finestra. Dicono che sono albanesi… nani… nani acrobati… nani albanesi…» La simpatica signora cambia subito il tono quando innocentemente le chiedo di quanti nani acrobati albanesi sia composto il gruppo. Pensavo davvero che fossero in sette.

Não temos pena de morte, então temos que aguentar. Queste parole sono state pronunciate dal presidente del Consiglio Municipale della Pubblica Sicurezza, l’organo della società civile che propone e controlla le politiche e il lavoro delle strutture esecutive. Non possiede un reale potere, ma è molto importante dal punto di vista della formazione dell’opinione comune sugli avvenimenti e sulle tematiche che premono per soluzioni e interventi definitivi. Dice il presidente: non abbiamo la pena di morte e allora dobbiamo sopportare. Cioè: se avessimo la pena di morte il problema sarebbe risolto. Il problema. I giornali e le televisioni ci stanno sguazzando, hanno finalmente trovato un nuovo problema su cui concentrarsi, nessuno più sopporta parlare di crack, di polizia corrotta, di azioni disastrate e disastrose come quella di ieri in cui sei rapinatori sono stati circondati da cinquanta soldati e mitragliati a morte. Rapinatori! Hanno risposto all’ordine di arresto sparando e sono stati travolti a una valanga di piombo. Le telecamere di sorveglianza poco prima dell’azione sono state appositamente spente. Dico, spente dalla polizia, non dai ladri. I gruppi speciali, chiamati in tutta fretta, arrivano, spengono le telecamere, fanno quello che devono fare e buonanotte. La conferenza stampa indetta dai vertici serve ai capi per dire che chi spara ai gruppi speciali riceverà la risposta adeguata. Le telecamere spente. Qualcuno parla di esecuzioni sommarie, ma io non ci credo. E quando mai! Capirai! Ma non è di questo che parlava il presidente. In Brasile non abbiamo la pena di morte. Solo per i ladri che sparano ai gruppi speciali. Il presidente si riferisce ad un altro avvenimento, questo sì un vero orrore.

 

Soluzioni

Sono convinta che ci troviamo alla vigilia del pieno trionfo dell’umanesimo, della dignità umana, della giustizia sociale. Questa mia convinzione non è stata scossa nemmeno dalla crudele esperienza della prima metà del nostro incredibile secolo. Mio marito mi ha abituata a pensare alla Storia come il banco di prova del bene e del male. Abbiamo già sperimentato le vie scelte dal male, non credo che torneremo indietro. Cominciano a risuonare tra noi voci che parlano di coscienza e di bene…( Nadezda Mandel’stam)

Ancora una volta la città è in ginocchio, ostaggio della sua stessa paura, della sua stessa impotenza. Nessuno si azzarda a dire la verità, tutti ripetono la cantilena di sempre. La propaganda illusoria vuole convincermi del cambiamento avvenuto. È vero, il paese è cambiato davvero. Adesso nessuno ha più paura di dire apertamente quello che pensa, nessuno ha più paura di essere destituito dalla sua carica e venire processato per istigazione al crimine, al delitto più atroce. Parlare apertamente: il sogno della mia generazine muore oggi nelle parole di un capetto di quartiere. Ciò che più mi deprime però è sapere che il capetto in questione rappresenta la volontà comune, la voce del popolo. Il mio popolo trasformato in vampiro assetato di sangue, il sangue innocente delle più innocenti tra le vittime, os meninos.

Un gruppo di bambine – ecco qui la novità che spaventa la stampa, il popolo e il capetto: un gruppo di bambine – tra gli otto e i dodici anni di età, semina il terrore per l’intero quartiere: entrano di corsa nei negozi e rubano quello che possono,cercando di togliere ai venditori i pacchetti e la merce in vetrina. Fuggono e scompaiono nella moltitudine distratta. Le telecamere di sorveglianza sparse in tutta la città filmano e divulgano la scena grottesca: adulti, con le spalle al muro, impauriti davanti a un gruppo di bambine infuriate. Anche molti passanti hanno sofferto l’arrembaggio: circondati dal gruppo, fatti bersaglio di calci e schiaffi, finiscono per abbandonare la borsa e i pochi averi, mentre la mandria fugge indiavolata.

Lo Statuto dell’Infanzia è una delle più grandi conquiste della società civile. Non è mai stato dovutamente applicato. I Conselhos Tutelares (l’istituzione prevista dalla statuto) che dovrebbero occuparsi dell’infanzia, si sono impelagati nello stagno delle raccomandazioni e delle pastoie politiche. Lo sviluppo economico continua a produrre miseria e abbandono, esattamente come quando il paese era sottosviluppato e miserabile. Duemila: è il numero stimato dei bambini che vagano per le strade cittadine. Esattamente come vent’anni fa, duemila. Le centinaia di associazioni e organizzazioni che dicono di occuparsi del problema (i bambini considerati da tutti come un problema!) in verità contano gli introiti guadagnati attraverso le donazioni pubbliche e private venute dall’estero. È una moda che non passa, il costume di aiutare i “poveretti” attraverso l’invio di soldi panacea di tutti i mali, non è mai tramontato e mai finirà. I guadagni sono enormi.

Un gruppo di bambine, dagli otto ai dodici anni! Come se fossero sorte dal niente. Come se non avessero madre, fratelli, famiglia, come se mai avessero avuto contatto con lo Stato, il Comune, la struttura pubblica il cui dovere principale è accudirle per garantire loro una vita degna. E così piovono parole d’ordine che alle mie orecchie suonano come sirene insopportabili, suonano come l’ineluttabile tempo circolare nel quale siamo impantanati accecati dal luccichio dei facili guadagni della speculazione. George Steiner quando parla della banalità del linguaggio dice che «Stravolte, sbrindellate, consunte, le parole diventano carcasse, parole irreali, e tutti masticano in modo lugubre il loro suono»… tra i denti marci e l’alito di morte. Ho dedicato la mia vita intera all’infanzia, ho acquistato una esperienza notevole. So che per risolvere qualunque situazione è necessario individuarne la causa, la ragione. Purtroppo la mia città, le autorità, il popolo, i miei vicini di casa, il fruttivendolo, tutti… preferiscono invocare la morte come unica soluzione. Qualcuno ha detto che la mia città è in mano ai banditi. È la pura verità: siamo tutti in mano ai banditi.

Sono una eterna e incorreggibile ottimista. Voglio credere. Voglio sorridere alla vita. Ho fiducia nella fede del mio popolo, voglio credere alla fede del mio popolo. Nadezda Mandel’stam ha vissuto gli orrori della Russia di Stalin, vide il marito, il poeta Osip Mandel’stam, scomparire nei campi della morte. Lei sopravvisse grazie alla sua fede. Anch’io ho visto il massacro del mio popolo e come Nadzeda voglio sopravvivere. Sono una eterna e incorreggibile ottimista. Voglio credere. Voglio sorridere alla vita. Ho fiducia nella fede del mio popolo, voglio credere alla fede del mio popolo. So che la ricchezza della nazione non sta nel petrolio, nella canna da zucchero, nella soja. So che lo sviluppo definitivo del paese passa per le mani e per i piedi di quelle bambine: di quelle bambine che adesso rubano e corrono allucinate per sfuggire dalle grinfie di una città che non le vuole. Che ciascuno di noi assuma finalmente la sua porzione di responsabilità!

Edith Moniz

São Paulo, Brasil XXI secolo

 

Soluções

Estou convencida de que estamos às vésperas do pleno triunfo do humanismo, da dignidade humana da justiça social. Esta minha convicção não foi abalada nem mesmo pela cruel experiência da primeira metade do nosso incrível século. Meu marido me acostumou a pensar na História como um grande tabuleiro onde se enfrentam o bem e o mal. Temos experimentado as vias do mal e agora não acredito que voltaremos atrás. Começam a se ouvir entre nós vozes que falam de consciência e de bem… (Nadezda Mandel’stam)

Mais uma vez a cidade está de joelhos, refém do seu próprio medo, da sua própria impotência. Ninguém se atreve a dizer a verdade, todos repetem as ladainhas de sempre. A propaganda ilusória quer me convencer que o país mudou. É verdade, mudou mesmo. Agora ninguém tem mais medo de falar abertamente o que pensa, ninguém tem mais medo de ser destituído do cargo e processado por instigação ao crime, ao delito mais hediondo. Falar abertamente: o sonho da minha geração morre hoje nas palavras de um chefinho de bairro. O que mais me deprime, porém, é saber que o chefinho em questão representa a vontade comum, a voz do povo. O meu povo transformado em vampiro sedento de sangue, o sangue inocente das mais inocentes das vítimas, as crianças.

Um grupo de meninas – eis aqui a novidade que assusta a imprensa, o povo e o chefinho: um grupo de meninas – com idade entre oito e doze anos, está aterrorizando o bairro inteiro: entram nas lojas correndo e roubam o que podem, disputando com os vendedores pacotes e mercadorias. Fogem e desaparecem na multidão distraída. As câmeras de segurança, espalhadas na cidade toda, filmam e divulgam as cenas grotescas: adultos acuados frente a um grupo de meninas enfurecidas. Muitos transeuntes também sofreram assaltos: cercados pelo grupo, alvo de chutes e arranhões acabam soltando a bolsa e os pertences, enquanto o bando foge endiabrado.

O Estatuto da Criança e do Adolescente é uma das maiores conquistas da sociedade civil. Nunca foi devidamente aplicado. Os Conselhos Tutelares que deveriam zelar pela infância se tornaram cabide de emprego e curral eleitoral. O desenvolvimento econômico continua produzindo miséria e abandono, exatamente como quando o país era subdesenvolvido e miserável. Dois mil é o número estimado dos meninos que vagam pelas ruas do centro. Exatamente como vinte anos atrás, dois mil. As centenas de associações e organizações que dizem se ocupar do problema (as crianças consideradas por todos como problema!) estão na verdade contando os lucros das doações públicas e privadas vindas do exterior. Esta moda nunca passa, este costume de ajudar os “pobres coitados” nunca passou e nunca vai passar. Os ganhos são enormes.

Um grupo de meninas, dos oito aos doze anos! Como se tivessem surgidas do nada. Como se não tivessem mães, irmãos, famílias, como se nunca tivessem entrado em contato com o Estado, com a Prefeitura com a estrutura pública cujo dever principal é acudi-las e garantir uma vida digna. E assim chovem palavras de ordem que aos meus ouvidos tocam como buzinas insuportáveis, tocam como o inelutável tempo circular no qual estamos atolados cegados pelo brilho do dinheiro fácil da especulação. George Steiner falando da banalidade da linguagem diz que “esgotadas, esfarrapadas, desgastadas, as palavras tornam-se carcaça, palavras irreais, todos lugubremente mastigam o som delas”…. entre seus dentes sujos e apodrecidos, entre o seu hálito de morte. Dediquei a minha vida inteira à infância e a juventude, adquiri experiência de sobra. Sei que para resolver qualquer assunto deve-se individuar a causa, a razão. Infelizmente a minha cidade, as autoridade, o povo, os meus vizinho de casa, o vendedor da esquina, todos… preferem invocar a morte como única solução. Certa vez alguém disse que a minha cidade está nas mãos dos bandidos. É a pura verdade: estamos todos nas mãos dos bandidos.

Sou uma eterna e incorrigível otimista. Quero acreditar. Quero sorrir para a vida. Tenho fé na fé do meu povo, quero ter fé na fé do meu povo. Nadezda Mandel’stam viveu os horrores da Rússia de Stalin, viu o marido, o poeta Osip Mandel’stam, desaparecer nos campos da morte. Ela sobreviveu graças a sua fé. Eu também vi o meu povo massacrado e como Nadezda quero sobreviver. Sou uma eterna e incorrigível otimista. Quero acreditar. Quero sorrir para a vida. Quero ter fé na fé do meu povo. Sei que a riqueza da nação não está no petróleo, na cana-de-açúcar, na soja. Sei que o desenvolvimento definitivo do país passa pelas mãos e pelos pés daquelas meninas, daquelas meninas que agora roubam e correm alucinadas fugindo de uma cidade que não as quer. Que cada um de nós assuma finalmente a sua porção de responsabilidade!

Edith Moniz

São Paulo, Brasil século XXI