Tra i pescatori e il paradiso

Proviamo ora ad immaginare un’isola. E poi un’altra e un’altra ancora. Tre isole incastrate una nell’altra a formare una specie di mare interno protetto dalle onde implacabili dell’oceano. Le montagne altissime sullo sfondo separano il mondo infame da uno degli ultimi angoli di paradiso. L’enorme laguna di acque calde e calmissime dà riparo ad esemplari unici al mondo, una specie di delfino rosa, piccolo, intelligentissimo. L’Istituto Oceanografico attraverso un paziente lavoro di catalogazione li conosce tutti uno per uno, così i pescatori locali che li chiamano per nome. Con lunghi pali di legno conficcati nel fondale fangoso, costruiscono labirinti nei quali i delfini spingono i branchi di pesce che non riescono più ad uscirne. Ai pescatori non resta che raccogliere le reti. I delfini aprono la bocca per la giusta ricompensa in un esempio di simbiosi commovente.

Migliaia di anni fa queste isole erano abitate da gente pacifica, nomade. Un territorio immenso offriva frutta, pesci, molluschi. Con le conchiglie costruivano piramidi altissime che servivano da sepoltura. Ci si arriva in barca perdendosi nei mille meandri tra fiume, lago e mare, seguiti dai delfini e da pigri jacaré, alligatori dalle fauci spalancate in attesa di pesci o turisti distratti. Dieci, quindici metri di altezza nelle radure, le piramidi di conchiglie nella foresta si chiamano sambaquí, che si pronuncia sambachì, con l’accento sulla i. Quella gente pacifica fu sterminata in questione di giorni. Non dai portoghesi che arrivarono secoli dopo, ma dagli indios Tupi-guarani (con l’accento), popolo guerriero proveniente dal nord.

L’isola grande è come la dantesca montagna del purgatorio con una propaggine di decine e decine di chilometri di spiaggia assolutamente deserta. Alle sue pendici si estende la restinga, una sorta di macchia con arbusti e cespugli per trasformarsi in vera mata atlantica, la foresta primitiva quando il terreno comincia ad inclinarsi. La cima irraggiungibile della montagna si compiace della sua silenziosa maestà tra i venti del sud e cascate da sogno. Ci si bagna nei laghetti tra schizzi di cristallo fatti d’acqua. Prima che il Brasile fosse ufficialmente scoperto (sapevano da tempo l’esistenza di un vasto territorio chiamato Terra Pappagalli ) i portoghesi abbandonarono su quest’isola un ribelle che osò sfidare l’autorità della corona. Il poveretto non tardò a farsi amico di tutte le famiglie Tupi-guarani, sposandosi le figlie più belle. Divenne quindi marito, fratello, cognato, figlio, nipote di tutti i capi. Sapeva che presto i portoghesi sarebbero tornati. Il luogo offriva tutte le caratteristiche per fondare un porto: le acque calme, la protezione delle isole, la vicinanza alle piste che portavano all’interno del paese dove avrebbero trovato l’oro. Quando furono a tiro, vennero sommersi da una valanga di frecce avvelenate. La battaglia furibonda durò vari giorni. Alla fine gli indios divorarono i sopravvissuti in un banchetto propiziatorio. Il degradato portoghese suggellò la sua vendetta. I portoghesi si ritirarono verso nord, fondarono la città di São Vicente, scoprirono il sentiero per salire fino all’altipiano dove oggi abito io. Le tre isole e tutto quell’immenso territorio continuarono indisturbati per altri trent’anni quando venne fondata una piccola città. I nuovi coloni impararono dagli indios ad usare l’olio di balena come mastice per indurire la terra cruda con cui costruire abitazioni e fortezze; impararono a difendersi dai pirati. La chiesetta nella piazza al posto delle finestre ha una serie di feritoie e muri larghi più di un metro, aiutati che Dio ti aiuta. Il turismo di massa non è ancora arrivato. Per un manciata di reais si può dormire e magiare pesce a volontà, quattro passi per le stradine ti portano direttamente alla bottega di un vecchio signore tutto rughe e di pochissime parole. Fabbrica la pinga, un distillato di canna da zucchero. Un tavolino e basta. Pinga di tutti i tipi e perfino con proprietà medicinali. Questa fa bene al fegato, quest’altra cura il cancro. I professori dell’Istituto vengono tutti qui, dice orgoglioso. Per studiare la composizione della pinga? domando io. No, no, vengono per sbronzarsi proprio, risponde l’oste senza fare una piega. Praticamente privo delle moltitudini vacanziere, con uno sparuto gruppo di professori sbevazzoni, l’oste, un centinaio di pescatori, altrettanti delfini, qualche pigro alligatore, un vento costante, il cielo illimitato, un mare che non sei capace neanche di sognartelo, è questo uno dei posti più belli che ho visto in vita mia.

Oggi Cesare Battisti si è fatto fotografare sghignazzando al tavolo della taverna, bottiglia di birra aperta, rilascia l’intervista al più importante giornale brasiliano: “non ho ammazzato nessuno, ma se me lo avessero chiesto lo avrei fatto”. Tra i pescatori e il paradiso oggi, legalmente, ci abita anche un macellaio italiano.