50 anni dal Concilio Ecumenico Vaticano II

di Luigi Viviani

Ho vissuto la preparazione e l’avvio del Concilio come militante nell’Azione Cattolica giovanile: la GIAC, espressione delle idealità e dell’impegno giovanile all’interno della Chiesa veronese del tempo. Una associazione che trovava la sua finalità e le ragioni della sua esistenza nella «collaborazione all’apostolato gerarchico», secondo i canoni della teologia allora prevalente. Una condizione che consentiva certamente rapporti ricchi e impegnati, in un ambiente di amicizia sincera e di relativa libertà, che permetteva di crescere umanamente e spiritualmente. Non a caso in quel tempo l’Azione Cattolica era una delle fonti di formazione della classe dirigente nell’impegno professionale, sociale e politico.

Allora, a cavallo tra gli anni ’50 e ’60 nella Giac si viveva una fase di restaurazione interna dopo le vicende nazionali culminate, prima nel conflitto tra Carlo Carretto e Luigi Gedda, poi nella vicenda della Presidenza di Mario Rossi che, in seguito alle sue posizioni ritenute non ortodosse circa il rapporto Chiesa-mondo e Chiesa-politica, era stata rapidamente destituita. A Verona queste vicende non ebbero particolari ripercussioni, tanto che sul dissenso che si era aperto e duramente concluso a Roma l’interpretazione prevalente fu quella di una divisione tra due schemi organizzativi su cui strutturare l’associazione: quello incentrato sulle parrocchie e sull’età degli aderenti, e quello che privilegiava i movimenti professionali (studenti, lavoratori ecc). In questo clima le posizioni che si discostavano dall’ortodossia ufficiale erano comunque guardate con sospetto e diffidenza, anche fuori dall’Azione Cattolica. Ad esempio il libro “Esperienze pastorali” di Don Milani era tenuto sotto il banco e venduto di nascosto, nella libreria delle suore Paoline, e il libretto “La terra dei vivi” di Mario Rossi si poteva leggere solo clandestinamente. Noi giovani vivevamo con una qualche difficoltà questa realtà anche se, immersi nell’impegno riuscivamo a superarle. Allora ci hanno aiutato anche quei “libretti bianchi” editi dalla vicentina “La Locusta”, che ci fecero conoscere e apprezzare alcune voci profetiche della Chiesa italiana, come Don Primo Mazzolari, e Padre David Turoldo, costrette a vivere ai margini.

In questo contesto il Concilio arrivò come un evento nuovo ma piuttosto lontano. La nostra attenzione prevalente era allora concentrata sulla realtà della Chiesa locale e, in un primo tempo ci sfuggì la sua rilevanza ecclesiale e storica. Le occasioni di incontro a livello nazionale e la stessa evoluzione della Chiesa locale sotto la guida del vescovo Giuseppe Carraro ci aiutarono a maturare una valutazione più consona alla rilevanza dell’evento. Le conseguenze in termini di maturazione umana ed ecclesiale furono essenzialmente due. Da un lato l’acquisizione di una nuova dignità e responsabilità di laici nella Chiesa come parte del Popolo di Dio, derivante dal Battesimo, per cui finiva un ruolo puramente subalterno alla gerarchia, e dall’altro una visione più aperta e positiva del mondo.Un mondo da amare, pur nelle sue contraddizioni, nel quale eravamo chiamati a discernere i “segni dei tempi” e ad offrire il nostro impegno, assieme agli altri uomini, per la sua crescita umana, civile e politica, nella prospettiva del Regno di Dio.

Per me tutto questo si tradusse in un cambiamento della visione del lavoro che avevo iniziato subito dopo aver conseguito il diploma, necessitato anche dalla morte di mio padre.
Ho lavorato prima all’OM di Brescia, del gruppo Fiat, poi alla filiale veronese della RIV di Torino, di proprietà della famiglia Agnelli. Esperienze che mi consentirono l’incontro con la realtà del lavoro di allora.
Due aspetti di quella realtà mi colpirono particolarmente e furono determinanti per le mie scelte successive. Innanzitutto, la realtà del lavoro della Fiat di Valletta: un lavoro operaio duro, fatto di fatica e di conflitti, caratterizzato da forme di sfruttamento, di discriminazione e di marginalizzazione umana e politica, con l’intensificazione progressiva dei ritmi di lavoro, i premi anti sciopero, i reparti confino. Una realtà che contrassegnava l’avvio del cosiddetto “miracolo economico” del Paese, che i lavoratori pagavano in termini di elevati costi umani e sociali e che le lotte sindacali che stavano partendo, ancora non riuscivano a cambiare significativamente.

Poi, alla RIV, mi impressionarono le forme di subordinazione e di opportunismo di tanti dirigenti che per la carriera rinunciavano alla loro dignità. Un atteggiamento che peraltro non evitò a molti di loro di essere messi alla porta in seguito a scelte strategiche degli azionisti che nulla avevavno a che fare con l’attività concreta. In quel mondo il sindacato mi apparve come lo strumento più concreto ed efficace di cambiamento; uno strumento costruito e vissuto dagli stessi lavoratori con rischio, impegno collettivo, sacrifici, e solidarietà per cambiare quella intollerabile condizione umana. La mia coscienza mi spingeva progressivamente, da un lato a rifiutare, al di là della carriera, di mettere la mia esistenza a servizio degli interessi di poche persone, e dall’altro, di dare al mio lavoro una motivazione e una finalizzazione più coerente con le stesse propettive di impegno che il Vangelo e il Concilio richiedevano.

Così quando mi venne proposto un impegno a tempo pieno nella Cisl di Verona, lasciai il lavoro e, dal 1° gennaio 1965, accettai con convinzione di lavorare nel sindacato.
È lecito domandarsi: perché nella Cisl? e non in altri sindacati. In quel tempo, con la società politica e sociale rigidamente divisa in due, la scelta, per un giovane cattolico appariva naturale, ma nel mio caso non fu solo questo. Ciò che mi indusse a scegliere la Cisl fu anche un altro fatto che, a mio avviso, aveva a che fare con la prospettiva di impegno che ci indicava il Concilio. Quando la Cisl nacque nel 1950, in un contesto di contrapposizione ideologica e di scarso sviluppo economico e sociale del Paese, la scelta più naturale appariva quella di dar vita ad un sindacato cristiano, sollecitato tra l’altro dalla gerarchia cattolica e da gran parte della DC, in modo da cogliere tutte le opportunità di aggregazione organizzativa presenti, per reggere lo scontro con il sindacato socialcomunista della CGIL. Invece i fondatori, Giulio Pastore, Mario Romani, con il consiglio e il sostegno di Giuseppe Dossetti, al di là della convenienza, diedero vita, non a un’organizzazione di parte ma a un progetto di sindacato diverso proposto all’insieme dei lavoratori italiani. Un sindacato laico, pluralista, aperto a tutti coloro che credevano nella democrazia e nella libertà sindacale, indipendentemente dalla fede politica e religiosa. Un sindacato certamente aperto alla partecipazione dei cristiani, i cui valori di riferimento hanno avuto notevole influenza nella vita concreta dei militanti, ma alieno da ogni tentazione confessionale. Con un mondo cattolico inserito in un contesto di cristianità. che faceva dell’integrismo il modo largamente prevalente di rapportarsi alla realtà politica e sociale, quella scelta, per me e per tanti altri giovani, appariva controcorrente, coraggiosa e lungimirante, realizzando un rapporto tra fede cristiana e impegno sociale che, possiamo dire, anticipava, in un certo modo, di un quindicennio il Concilio Vaticano II.

Con queste motivazioni ideali e voglia di impegno iniziai il mio lavoro sindacale.
In quel tempo il Sindacato era una realtà povera che viveva di risorse limitate. Non c’era il diritto di assemblea in fabbrica ed i rapporti con lavoratori erano difficili e saltuari, mentre quelli con gli imprenditori risentivano della debolezza dell’organizzazione dei lavoratori per cui quasi sempre il conflitto predominava sul confronto, e tanto più sul dialogo.
A Verona, dove in passato, da parte della Dc, si era esplicitamente rifiutato l’insediamento di grandi fabbriche, perché si ritenevano portatrici di potenziali lacerazioni del tessuto sociale e di eccessivi conflitti, la struttura produttiva era caratterizzata da piccole imprese che fondavano in prevalenza la loro attività sul basso costo del lavoro e su rapporti di lavoro improntati a forte subordinazione dei lavoratori. Fu in quegli anni che si avviò un processo di crescita organizzativa e politica del sindacato, di conquista di spazi di libertà e di sviluppo della contrattazione nelle aziende. In generale si trattava di far partecipare anche i lavoratori degli effetti positivi dello sviluppo realizzato con il “miracolo economico”, in termini di salario e di allargamento della libertà, della dignità, e della partecipazione dei lavoratori nelle fabbriche. Ma questo processo venne interrotto dalla crisi di metà degli anni 60 che dimostrava l’esistenza di prime crepe nello sviluppo avviato in precedenza. Ricordo che uno dei primi lavori che feci da sindacalista fu una ricerca sull’entità della crisi a Verona che mise in evidenza la debolezza strutturale del nostro sistema produttivo ancora non sufficientemente industrializzato.Tuttavia, pur con queste difficoltà negli anni successivi iniziò una certa ripresa che coincise con una ulteriore crescita del sindacato e la conquista di nuove tutele come la Cassa integrazione guadagni e il divieto di licenziamenti illegittimi. In quegli anni la conclusione del Concilio e i documenti approvati rappresentarono anche per noi una ventata di aria fresca e di forte legittimazione e di incoraggiamento dell’azione sindacale. Sentivamo che quegli orientamenti davano un forte contributo a far uscire il nostro lavoro da una condizione di marginalità nella Chiesa e nella società. Ricordo che, in particolare a San Bonifacio, dove nelle maggiori fabbriche, sorte di recente, esisteva una dura repressione antisindacale, anche con una certa copertura della Chiesa locale, inserivamo nei volantini distribuiti ai lavoratori, intere frasi della costituzione conciliare Gaudium et Spes a sostegno della libertà e dignità del lavoro e del diritto di associazione sindacale e di sciopero. Fu anche in quel periodo che tra il sindacato e il gruppo “Mounier” di giovani cattolici veronesi si consolidò un rapporto di impegno comune a servizio della classe operaia, mosso essenzialmente da una nuova sensibilità conciliare verso il mondo del lavoro. Luogo di incontro tra noi era spesso il Seminario dell’America Latina, vero centro di irradiazione della Chiesa del Concilio, a Verona e fuori, e dove ci confrontavamo anche con i chierici. Questa attività culminò nelle lotte dell’autunno caldo del 1969, caratterizzate da una forte e diffusa conflittualità. Pur con qualche eccesso di contestazione in alcune fabbriche, ad una serena analisi storica, quella vicenda risultò complessivamente un grande movimento democratico e riformista che raggiunse obiettivi di cambiamento, dentro e fuori i luoghi di lavoro, e di cui l’intera società italiana poté avvalersi, compresi coloro che lo contestarono. Da quella vicenda l’Italia uscì rinnovata e i lavoratori respirarono un’aria diversa, più libera e democratica all’interno delle imprese dove, fino ad allora, era esistito un clima di subordinazione e, talvolta, di sfruttamento. Ricordo che, qui da noi, quando nelle piccole imprese riuscimmo a tenere le prime assemblee nelle mense, alcune delle quali non si discostavano molto dalle porcilaie, c’era un clima di paura per cui nessuno parlava, salvo poi raccontarti i soprusi e le ingiustizie subite, appena varcati i cancelli. L’orario di 40 ore settimanali, il diritto di assemblea in fabbrica, le 150 ore per il diritto allo studio, l’unità normativa operai impiegati, furono le conquiste contrattuali più rilevanti.

Quella stagione coincise anche con l’avvio di un altro processo di cambiamento del sindacato nel quale l’ispirazione conciliare ha influito non poco: il processo di unità sindacale. La questione era all’ordine del giorno delle confederazioni da tempo, ma le proposte che venivano formulate erano viziate da condizionamenti ideologici e politici. In sostanza si proponevano ipotesi di unità che riflettevano i confini degli schieramenti dei partiti; come un sindacato unitario di centro-sinistra senza i comunisti della Cgil, o un sindacato socialista che aggregasse i socialisti presenti nei diversi sindacati. Fu in tale occasione che, in particolare nella Cisl, una nuova generazione di sindacalisti, provenienti in gran parte dall’associazionismo cattolico, la cui formazione era stata direttamente influenzata dal Concilio, furono in prima linea nel proporre la necessità di un processo unitario che si sviluppasse autonomamente coinvolgendo tutti i sindacati, senza alcuna discriminazione, comunisti compresi. Questa posizione era anche frutto della maturazione di una libertà e responsabilità nuove nel vivere il rapporto tra la fede cristiana e l’impegno sociale e sindacale, fondate su una visione positiva delle possibilità di cambiamento della società. In tale posizione era presente il superamento dell’unità politica dei cattolici, per noi logico sviluppo della scelta aconfessionale originaria della Cisl, e la richiesta di un analogo superamento delle posizioni di chiusura ideologica e di aspirazione egemonica da parte comunista. Ciò favorì un dialogo unitario, in particolare nella categoria dei metalmeccanici, che partendo da posizioni più aperte e avanzate influenzarono l’intero movimento sindacale. Dietro una forte spinta della base operaia l’unità sindacale si sviluppò nel corso degli anni ’70, con la nascita dei Consigli di fabbrica, e dando luogo a una dura battaglia politica interna alle confederazioni sui terreni dell’autonomia del sindacato, in particolare dai partiti, e sull’incompatibilità tra incarichi sindacali e incarichi di partito e parlamentari.

A Verona la prospettiva unitaria ebbe un impatto piuttosto difficile e, in parte conflittuale, derivante da un equilibrio consolidato nei rapporti tra i sindacati che l’unità metteva in discussione. In particolare Cisl e Cgil, a Verona, erano guidate da segretari di grande prestigio e popolarità, che, tra l’altro si stimavano reciprocamente.
Ciò aveva consentito di consolidare rapporti di sostanziale correttezza reciproca in un contesto di netta separazione ideologica e organizzativa. In alcuni momenti particolari si realizzavano anche inizitive di lotta comune, secondo lo slogan vigente in quel tempo del «marciare separati e colpire uniti». In quel contesto proporre una prospettiva di unità sindacale organica, sia pure da costruire attraverso un lungo processo di confronto e di sperimentazione comuni, interferiva direttamente e pesantemente con quell’equilibrio consolidato, per cui le reazioni furono sostanzialmente negative. Da parte della Cisl di rifiuto duro e aperto, da parte della Cgil con un atteggiamento formalmente favorevole, ma di rifiuto sostanziale perché non accompagnato da scelte e comportamenti conseguenti. Ricordo le reazioni negative del segretario della Cisl quando come metalmeccanici organizzammo la prima manifestazione unitaria nell’autunno caldo. Quella lunga fila di bandiere rosse con la scritta FLM (Federazione Lavoratori Metalmeccanici) in Corso Porta Nuova era stata considerata una forzatura intollerabile della realtà della società veronese. Mentre da parte della Cgil arrivavano consigli a non spingere troppo il processo unitario per evitare lacerazioni.

Come sappiamo, attraverso vicende travagliate e successive rotture, l’unità sindacale nel nostro Paese e a Verona, non si è realizzata, essenzialmente perché il sistema dei partiti non ha voluto e tollerato la nascita di un soggetto sociale autonomo, in grado di affrontare direttamente i problemi della condizione dei lavoratori, confrontandosi alla pari con le forze politiche e le istituzioni. Peraltro con una motivazione paradossale perché da parte del PCI si temeva la messa in discussione di quella costituzione materiale del Paese secondo cui ogni problema relativo al mondo del lavoro poteva essere risolto solo con la partecipazione diretta del partito comunista. Quindi la paura di perdere una certa egemonia politica sulla classe operaia. Mentre da parte della DC si temeva che un forte sindacato unitario avrebbe rafforzato il potere comunista.

Ma nonostante questo esito infelice quegli anni sono stati, anni di grande innovazione dell’azione sindacale e di significative conquiste dei lavoratori credo complessivamente in direzione coerente con quella auspicata dai documenti conciliari. Una più equa ripartizione della ricchezza prodotta, lo Statuto dei diritti dei lavoratori, la riforma sanitaria, la diffusione e l’aumento della scolarizzazione, sono stati tra i traguardi che hanno reso la nostra società più giusta e più ricca di opportunità per tutti.
Purtroppo la storia successiva è andata in direzione diversa: si è contratto lo sviluppo e sono aumentate le disuguaglianze, la vita collettiva è diventata più difficile, la società civile si è culturalmente e civilmente impoverita consentendo alla politica di degerare nel distacco dai problemi dei cittadini e nella corruttela, come la situazione attuale drammaticamente testimonia. Lo stesso sindacato vive un pluralismo rissoso con poche ambizioni di cambiamento. Collegare direttamente questo declino dell’impegno collettivo nel nostro Paese con le vicende dei 50 anni del post-Concilio sarebbe azzardato e improprio. Si può tuttavia constatare che esso ha coinciso, con un processo nel quale il Concilio, pur fra tanti omaggi formali, appare messo tra parentesi nella vita concreta di buona parte della Chiesa italiana. Si fa sempre più fatica a percepire il vento fresco di liberazione e di responsabilità che spirava in quegli anni. Ciò ha certamente contribuito ad abbassare il livello di testimonianza, di libertà, di responsabilità, e di incidenza dei laici cristiani nella società. Nell’azione politica e sociale di noi credenti prevalgono spesso incertezze, opportunismi, incoerenze e disagi fine a se stessi. La stessa gerarchia appare più sensibile alla mediazione con i poteri costituiti, e, tramite la proposizione in modo astorico, dei “valori non negoziabili” negli ultimi tempi ha finito per legittimare e, nei fatti, sostenere quel “libertinismo devoto”, del quale abbiamo verificato gli effetti negativi nella vita del Paese, innanzitutto sul piano dell’etica pubblica.

Eppure, se consideriamo gli ultimi 50 anni, la Chiesa di oggi non è più quella di prima.
Ci sono novità irreversibili nonostante i ripetuti tentativi di restaurazione. L’ascolto della Parola e la partecipazione alla mensa eucaristica, di tanti cristiani, ha reso più rigorosa e consapevole la loro testimonianza dei valori evangelici. Permane un irriducibile spazio di libertà per cui si può parlare, dissentire, testimoniare da posizioni diverse, ma leggittime, rispetto alle quali possono anche scattare meccanismi di marginalizzazione silenziosa ma la condanna formale non c’è più. Nonostante tutto la Chiesa, in tante sue espressioni, appare più amica del mondo, più disponibile a comprenderlo, ad amarlo, e ad ascoltarlo, anche per trarre da esso qualche consiglio per compiere meglio la sua missione evangelizzatrice.

In questo contesto contraddittorio il Concilio mantiene tutta la sua attualità.

Verona, novembre 2012

 Luigi Viviani
già Senatore della Repubblica,
già Segretario Regionale Cisl Veneto