Buon 100° compleanno, Arturo Paoli.

Ho sempre avuto una grande venerazione per Arturo.
Arturo è Arturo Paoli, che ha appena compiuto cento anni, ricevendo da Dio la ricompensa per il suo coraggio, che si è trasformato ogni giorno in una fede aperta, libera, radicale, una fede che ha fatto della “parresia” il filo conduttore della sua lunghissima stagione terrena. Un filo d’oro e d’acciaio, che ha unito giorni di fuoco con uomini tragicamente annullati dal male, quel male a cui non daremo mai la soddisfazione dell’iniziale maiuscola, contrapponendolo a quel Bene che per Arturo aveva la primogenitura sui poveri e su quella giustizia del Regno di Dio da cercare, da trovare e da affermare.
La sintesi intellettuale di Arturo è passata da Maritain a Dossetti, dalle forme espressive più austere dei Padri, a partire da Agostino, alla semplicità dirompente del Vangelo, dalla filosofia classica a quella moderna e contemporanea, con il Vangelo sempre sullo sfondo.
Leggendo quello che Maurizio Chierici ha scritto sulla sua vita, mi sono ricordato di Boa Esperança, la favela delle “pipas”, degli aquiloni.
Non so perché, ma molti  luoghi significativi della mia vita si stagliano all’orizzonte della mia stessa memoria per dettagli apparentemente insignificanti. Di Boa Esperança mi ricordo gi aquiloni che i ragazzini costruivano e facevano volare, prima che si impigliassero nei fili dell’elettricità, che in America Latina si intrecciano ovunque. O di quel pallone che, bucato per sbaglio da un italiano che accompagnavo, era l’orgoglio violato di un ragazzino che non voleva tornare a casa dal padre che glielo aveva comperato e che non poteva più comperargliene un secondo.
A Boa Esperança parlavano di Arturo come di un patriarca dolce e meraviglioso e, quando ci hanno portato da lui, ci anticipavano passo dopo passo chi fosse e che cosa avrebbe detto, come se si stesse andando in udienza dal Papa.
L’ho conosciuto in fondo alla Terra, in una casetta da cui si vedeva il Paraguay, là dove le “reducciones” dei Gesuiti avevano tentato secoli prima un esperimento di libertà e di liberazione per gli indigeni ora tutti scomparsi.
Arturo veniva dal Cile di Pinochet e dall’Argentina dei macellai di Videla. In Brasile aveva trovato terreno fecondo per tracciare un altro segmento di quella linea infinita che corrispondeva alla vita che lo Spirito gli aveva riservato. Un altro segmento diritto e senza contraddizioni, come egli stesso.
Mi aspettavo che mi facesse una sintesi filosofica intensa o che recuperasse insieme a me lo spirito più intimo del Concilio, citandomi testi, fatti e persone, e invece prima di tutto mi ha mostrato il suo orto, con quella piantagione di “xuxu”, una verdura dal nome guarani, con la quale gli ultimi del mondo fanno una minestra di nessun valore nutriente.
Il pensiero cristiano in una piantagione di “xuxu”. Il senso di un’opzione esistenziale dentro un campo coltivato, là dove la Terra è terra, in un altro iperbolico intreccio tra iniziali maiuscole e minuscole. La Terra che Dio ci riserva, quella maiuscola, è la terra rossa, umida e aspra sulla quale si piega la fatica di un contadino. Quella di un’umanità solo apparentemente minuscola.
E poi il suo racconto, anzi la sua vera e propria narrazione, di una vita passata nella direzione di una radicalità sempre più marcata, dalla militanza antifascista alla frequentazione di De Gasperi e di Dossetti, dal rischio costante per la vita in America Latina agli aquiloni di Boa Esperança.
Vita intensa, vita ricolma, vita affollata dal vento di uno Spirito di Dio mai quieto e mai rassegnato.
Arturo parlava con indignazione, in quell’italiano toscaneggiante così fluente e incisivo. Sordo come una campana, alzava la sua voce senza la minima incertezza, affondando le parole come se esse costituissero una spada che difendeva il debole amato da Dio o un “machete” che aprisse la strada nella foresta. Con il Vangelo sullo sfondo.
Ogni volta in cui lo rileggo, lo trovo così fresco, puro e senza mediazioni né inutili paure. Avviato ai cent’anni, indagava il Mistero e contestualmente litigava con chi volesse impedirgli, con la forza del dogma, di indagarlo ancora, aspettando, lui sì, il tempo in cui il Dio vero interverrà.
«Il Dio vero interviene quando è il suo tempo».
Questa è stata una delle affermazioni più intense che sono restate nel mio cuore in quell’intervista che mi ha dato per “Madrugada” nel dicembre 2007, esattamente cinque anni fa. E’ una delle cose che conservo con maggiore predilezione e cura (pagine 12-14 del numero 68). Parlavamo di Concilio, ma soprattutto della pazienza di un’attesa che si prolungava ben oltre il Concilio e che pareva farci perdere la speranza di un Regno capace di sradicare ciò che impediva l’affermazione di una fede finalmente liberata e di un mondo finalmente rovesciato oltre la logica perversa del potere.
Davanti alla domanda imperscrutabile sul tempo del Dio vero io ho scoperto la grandezza di Arturo, uno che passa dallo studio dei classici alle piantagioni di “xuxu” in fondo al mondo, dalla forza ribelle dei vent’anni alla forza ancora più ribelle dei cent’anni, uno che aspetta con fiducia il Dio vero.
Stasera sono molto stanco e lo sono da un po’ di tempo a questa parte. Non é depressione, ma sensazione di avere a che fare con strutture logore ma impenetrabili e con uomini fondamentalmente fragili ma irrimediabilmente ottusi, dentro e fuori la mia Chiesa. Avverto l’urgenza di lasciare il mio segno nella costruzione del Regno prima che per me sia troppo tardi, ma anche l’impazienza di chi non si conforma all’ipocrisia e alla mediazione che non conduce a nulla. Lo avverto perché credo in un Dio che ho intravisto tra gli aquiloni di Boa Esperança e in una terra rossa, o forse arrossata, per una fatica e per una sofferenza inconcepibili anche per me stesso. La loro fatica è adesso anche la mia.
«Ti consiglio di non perdere la pazienza dell’attesa. Quando ti senti stanco, cerca coraggio e speranza fra i poveri. Fra loro trovi le cose che lo Spirito Santo ha sottratto ai saggi e agli intelligenti».

Ripeto a me stesso queste cose, emerse dal’anima di Arturo, quasi come se fossero una giaculatoria. Che questo Dio mi spinga avanti senza timori. Da questa parola passa quel Mistero la cui indagine non é cosa da saggi o da intelligenti, ma cosa da uomini minuscoli. Quelli che si sporcano di terra rossa, quelli che coltivano e mangiano lo “xuxu”, quelli che, una volta tornati bambini, fanno volare gli aquiloni.

Castano Primo, 1 dicembre 2012

Egidio Cardini