Continuano i contributi al dibattito dopo il Convegno sulle Utopie alla Festa nazionale di Macondo

Ecco una riflessione sull’utopia, coniugata con progresso.
È la recensione a un libro di Salvatore Natoli – Progresso e catastrofe – fatta da Umberto Galimberti.
«Se il progresso è stata la bandiera della modernità della fine del millennio scorso, la catastrofe allude alla fine di questo progetto, a un cambiamento di direzione […] ponendo drammaticamente la questione se è ipotizzabile una ripresa del progresso o se ha definitivamente smascherato le illusioni del progresso o svelato il progresso stesso come illusione. La figura del progresso caratterizza la modernità rispetto al cristianesimo che la precede e contro cui nasce.
Per il cristianesimo infatti il senso del mondo non sta nel suo progresso, bensì nell’ineluttabilità della sua fine. Come scrive Natoli infatti per il cristianesimo la pienezza dei tempi coincide con la fine del mondo non con il suo illimitato progredire […]. È il caso della tecnica che non progetta alcun avvenire anche se di fatto lo prepara Il moderno infatti ha ampliato molto la libertà di fare ma ha ridotto anche molto l’autonomia del decidere e la possibilità di governare […].
Il progresso dell’umanità si è rivelato non un progresso dell’uomo ma solo un progresso delle sue conoscenze per il resto l’uomo non ha più alcun fine, la natura è ridotta a materia prima, il mondo appare come uno spietato campo di battaglia, la pietà ha abbandonato la terra […]. La pratica tecnico scientifica esprime dunque la verità del nostro tempo […].
Nasce qui la proposta di Natoli di un etica del finito […] il concetto sotteso non è vivere alla giornata , ma dominare la contingenza, fronteggiare il caso. il futuro di oggi non è più quello lontano della religione dove alla fine si realizza quello che all’inizio è stato annunciato e neppure quello utopico della modernità alimentato da quell’idea di progresso che era insieme riscatto dell’umanità, ma è il futuro del giorno dopo giorno, un futuro breve e indeterminato. Questo è il futuro del terzo millennio, che ci piaccia o no, è comunque necessario saper anticipare per poterlo abitare».
A me sembra che stiamo vivendo in uno stato di orfanità non voluta.