È in uscita Madrugada n. 88 – dicembre 2012.

Il dio clandestino


«I frati devono restare fedeli alla loro Signora: Madonna Povertà».

C’è, in questo passo d’esordio tratto dalla Regola non bollata di San Francesco d’Assisi, tutto il senso di una contraddizione, di un sussurro affascinante e contrastante e il presagio di un’incoerenza: la fedeltà a uno stile che riassume una condizione umana eternamente distante da qualsiasi ricchezza, e quindi liberante e liberatoria, accanto all’attrazione fatale verso il suo esatto contrario, in una dimensione quasi clandestina di tradimento. Accanto a un Dio con l’iniziale maiuscola si associa un soggetto dallo stesso nome, ma con l’iniziale minuscola, il dio denaro, che intende essere del tutto rassomigliante al primo almeno in una presunta onnipotenza e di certo visibile nella sua incontestabile onnipresenza.


Cacciarlo dal tempio?

Il denaro oggi assume i contorni di un dio clandestino, mai riconosciuto con il suo nome, ma sempre accolto come tale, come dio. Arturo Paoli ne ha fatto un commento qualche anno fa e ha proclamato una sentenza senza appello: «È solo cacciandolo dal tempio che esso se ne andrà». Parole di un centenario che può permettersi ogni licenza e ogni verità.
Tuttavia noi ora veniamo attraversati da un dubbio serio, aspro e feroce. Davvero il denaro va cacciato dal tempio?
Non è così semplice né immediatamente possibile, poiché oggi gli intrecci stesi dalle sue leve sono ramificati e consolidati ovunque. Il denaro non è una moneta, ma un soggetto dai mille volti e dalle mille associazioni, duttile e ormai invisibile. Esso si coniuga con la politica, con l’economia, con il potere nel suo significato più complessivo, perfino con il sentimento religioso e con le sue manifestazioni. Svuota la politica e la soggiace all’economia, svuota l’economia reale e la soggiace all’astrazione finanziaria. Giunge perfino all’ardimento di appropriarsi dei meccanismi redistributivi della ricchezza, là dove la ricchezza non è mai messa in discussione in quanto tale, ma tutt’al più è soggetta a un processo di diversa distribuzione, posto che la si voglia distribuire diversamente. Alla fine si appropria della vita delle persone in forme devastanti e genera processi sociali e psicologici dirompenti.

 

L’ardimento dell’economia come teologia

La verità odierna risiede nell’onnipotenza di uno strumento, il denaro, che attraversa e oltrepassa i confini delle scienze umane, del pensiero e di ogni codice scritto, incidendo violentemente nelle relazioni e condizionando ogni atto. Esso si appropria perfino della personalità divina e avvolge in una rete soffocante ogni purezza trascendentale, stringe un’alleanza simbiotica e gemellare con il potere, opera come una tenaglia spietata. D’altra parte, come si fa a farne a meno?
Davanti a quest’ultimo semplicissimo interrogativo si snodano riflessioni e ragionamenti complessi, in questo numero della rivista come altrove, e questo stesso interrogativo si trasforma molto bene nella domanda che alcuni pensatori contemporanei, da Enrique Dussel a Riccardo Petrella a Enrico Chiavacci, avevano dato a un saggio intitolato Economia come teologia?
A pensarci bene non è una provocazione, ma un dato di fatto. La sostituzione del pensiero teologico, che riassume in sé l’immagine di Dio e dell’uomo che l’uomo stesso recepisce dalla Rivelazione, con la dottrina economica, che è essa stessa una rielaborazione a volte astratta e ideologica, è già “in rebus”, già nelle cose.

 

Gratuità quale atto di contestazione

Dopodiché possono generarsi atti rivoluzionari di contestazione, a partire dalla dimensione della gratuità, che è atto di annullamento della logica dello scambio o dell’acquisto, ed è forse soltanto attraverso la radicalità di questa contestazione che si può ingaggiare un confronto efficace e vincente con questa ideologia gemellare del denaro e del potere. Non per moralismo o per filantropia, ma per la riaffermazione di una dignità umana più grande dell’oggetto e contestualmente per dichiarare anche una verità, la più bella e sì invece provocatoria, quella che ha ispirato Francesco nel riconoscimento della fedeltà alla Povertà come Signora, madre e amata, come estremo atto di sradicamento e di rovesciamento di una condizione disumana.
Il dio denaro ha l’iniziale minuscola e, nonostante pervada con veemenza e con forza ogni respiro dell’uomo, non può mettersi la maiuscola, che invece appartiene a una condizione personale e intrinsecamente orientata al bene della persona umana. Dentro questo tentativo di autoaffermazione c’è il senso di un potere che rade la condizione divina, ma non la raggiunge. Tutt’al più occupa molti spazi vitali dell’uomo, ma sempre nell’impossibilità di elevarsi davvero all’onnipotenza.
Ecco perché il primo dio, il dio denaro, opera in una condizione di subdola clandestinità, nel tentativo di dissimulare l’impossibilità di darsi una maiuscola che non può avere e di regalarsi un’autenticità onnipotente e trascendentale che continua a non avere.

Egidio Cardini
insegnante,
componente la redazione di Madrugada