Etnocentrismo e intercultura

Siamo tutti malati di etnocentrismo. Ci è naturale non l’intercultura, ma l’etnocentrismo. Oggi parrebbe superfluo combattere l’etnocentrismo, dal momento che la pseudo-cultura del pensiero unico della globalizzazione si è incaricata di livellare e inquinare le culture. Però la riflessione sul tema rimane attuale, dal momento che la radice etnocentrica resiste e interessa anche la religione.

Un ricordo: sono stato ospite per sei mesi della famiglia Liu a Taiwan. Nella conversazione di addio, ho tracciato per il Signor Liu una sintesi della cosmovisione occidentale. Lui ha trovato puerile la tesi creazionista, e pessimista l’incipit della storia dell’umanità col peccato originale. Inoltre non capiva come Dio sia l’Essere perfettissimo, se abbiamo esperienza solo di esseri imperfetti: Dio non sarebbe piuttosto il Non-Essere? E Gesù, come sarebbe… Dio che si fa uomo? Parecchio macchinoso e sacrilego.

Io che ero lì come giovane missionario, sono rimasto muto… per sette giorni. Quando poi mi hanno chiesto se avevo convertito il vecchio Liu, ho risposto d’aver visto un drago volare sulle nubi. (Sulla cultura cinese ho scritto Ho incontrato il dragone, Ed. La Piccola)

Ogni cultura però è se stessa, con valori e limiti nella sua intenzione di promuovere la vita del popolo: la Cina valorizza l’armonia… al punto di nascondere lo sporco sotto il tappeto; l’Occidente risalta il conflitto… al punto di esserne vittima. Luci e ombre marcano le culture come due facce di una moneta. Il problema sorge con l’etnocentrismo: ritenere che la propria cultura sia “la” cultura in assoluto.

Il discorso del dialogo interculturale è difficile; quello interreligioso lo è ancora di più: di fatto, le religioni, specie quelle monoteiste, o del Libro, non riescono a dialogare in piede di parità (che è condizione “sine qua non” del dialogo). Ogni religione è portata ad auto-proclamarsi “la” religione, detentrice della verità, grazie alla parola di Dio, rivelata e fissata nelle Sacre Scritture. Per il buon religioso lo sforzo di convertire l’altro è ritenuto missione e dovere, e mai proselitismo indebito.

In una conferenza al Convegno annuale del CEM, nel 1991, Johan Galtung provocò l’uditorio mostrando il perfetto parallelismo – quasi alla lettera – tra la promessa di Dio ad Abramo e la promessa della dea del sole Amaterasu al popolo giapponese. Di fatto, ogni religione si sviluppa dentro all’universo culturale di un popolo. Questa constatazione può portare al relativismo agnostico, ma può e deve portare a una salutare “relatività”.

Da quando ho accettato la relatività, vedo fuochi sacri in terra straniera e mi tolgo i sandali, per non offendere quel humus sacro e farvi una esperienza mistica.

Allo stesso tempo, ringrazio Dio della mia fede cristiana. L’assoluto di Dio Uno, che poteva rimorchiare l’imperialismo, è corretto dalla Trinità; lo spiritualismo, dall’Incarnazione di Dio; la teocrazia, dall’antropocentrismo della Bibbia. La mascolinità di Dio è corretta dalla Terza Persona della Trinità, l’Amore, la forza femminile di Dio; e, non bastando questo per la devozione popolare, ecco la figura della Madre di Dio.