Gli auguri di Natale del presidente di Macondo.

Pove del Grappa, 2 dicembre 2012

«Vi saranno sempre i poveri in mezzo a voi
per la ragione che ci saranno sempre
ricchi avidi e duri che cercano non solo
il possesso, ma anche il potere».
Georges Bernanos

 

«C’è sempre un poco di follia nell’amore,
ma c’è anche sempre un po’ di ragione nella follia».
Friedrich Nietzsche

 

Amiche e Amici carissimi,

Carmelina si raccoglie ogni mattina con i suoi gatti sotto il sole
pallido nella piazzetta dell’autostazione. Oggi fa freddo e un vento forte e fastidioso brucia le labbra. Si aggiusta il berretto sui capelli rossi e cerca di allacciare il vecchio giaccone che ricopre il suo corpo esile.
Lei non vuole accucciarsi a terra come una stracciona, se ne vergogna. Qualcuno passa, la vede e invece di chinare il capo e passare oltre, le sorride e tira fuori il portafoglio. Se le serve un euro, lo va a mendicare ai passanti, non ha bisogno di inventarsi una storia, lei chiede i soldi proprio perché ne ha bisogno e forse più di loro. Offre a tutti il giornale (quattro fogli) dei senza casa. È un modo pulito per tirar su 10 o 15 euro al giorno e avere così la sensazione di essere una persona che lavora e non di una mendicante; sa che «il Paradiso lo conquistano i violenti!».

Cesira appare sulla terrazza esterna del caffè-pasticceria La Siciliana, in punta di piedi, senza far rumore, offre fiori di campo ai bambini, alle donne, ad altri passanti, abbozza un sorriso, poi sparisce. «È matta – mi dicono, senza cattiveria, quelli del bar – non fa niente di strano, vive così, raccoglie fiori e li offre alla gente, ma non dà fastidio».
Matta, certo. I generali impettiti e tronfi nelle loro divise pluridecorate, i politici che fanno e disfanno giochi e strategie di potere, le industrie militari che fabbricano sterminio, i professionisti e i commercianti che pensano solo in termini competitivi… tutti costoro sono certamente persone ragionevoli. Lei è matta, perché offre sorrisi e fiori alla gente. Ogni concetto di serietà, con la donna dei fiori, viene così capovolto.
Dopo alcuni minuti Cesira riappare. Mi vede, mi riconosce, attraversa di slancio la strada e corre ad abbracciarmi, festosa. «Lei, don, crede negli ideali, ha coraggio, è un combattente molto speciale. Chissà quante poche persone capiscono il suo linguaggio! Il suo non è un messaggio politico, di parte, è semplicemente umano. C’è bisogno di gente come lei, se ne sente la mancanza!».
Senza aspettare la risposta riprende a camminare, saltellando sulla punta delle scarpe. Un’immagine gentile e viva, umana, troppo umana, un eroismo senza ratio, un martirio senza santità.

Ritrovare la stazione, il quartiere, la strada breve per casa, dove si è vissuti; riscoprire i muri, i tetti, gli alberi, le panchine, la gente, il barista dai capelli grigi, sempre uguale, il fiorista dell’angolo, che rievoca le occasioni felici, rivedere tutte queste immagini, che bucano la nebbia del tempo con il loro corteo di associazioni immediate, di gesti usuali emergenti dalla memoria, assieme ai volti scomparsi, che non è più dato di rivedere, è sempre molto bello. Aver percorso assieme un tratto di strada cementa fortemente i rapporti umani.

Oggi si vive di incontri labili, fuggevoli, di rapidi impulsi telematici, di micro intervalli percettivi. Non ci si sofferma più a raccogliere i giorni nel cavo delle mani, a liberarne il succo e il senso, per offrirli in dono. Espropriati del nostro esistere, esuli da noi stessi, non possiamo trasmettere insegnamenti, eredità spirituali. Ogni esperienza, anche la più alta, la più intensa, la più significativa, si consuma e si brucia nell’attimo che passa, senza lasciar traccia.
Nell’imperversare dei mezzi di comunicazione di massa, non si riesce più a comunicare autenticamente col singolo tu, da persona a persona, da creatura a creatura.

Negli intervalli insonni delle mie notti autopunitive, in cui mi fanno compagnia solo il rimorso e l’autolesionistico bisogno di perdono, mi è capitato di vedere lo stralcio di un vecchio film, in bianco e nero, con Ingrid Bergman, su testo, bellissimo, di Rossellini e della Cecchi D’Amico. Vi confesso che ho pianto. Ve lo ricordate?
«Perché la lasciate qui»? – dicono i beneficati sotto l’inferriata della cella manicomiale, dove è rinchiusa l’infelice protagonista, abbandonata per convenienza dal marito e dalla madre, per salvare la facciata sociale – «Non è pazza, è santa!».
Ingrid spinge l’amore fino al disprezzo di sé: e dal disprezzo di sé nasce l’amore che tutto comprende, tutto accetta e a tutti si dona.
Follia.

«Solo quando cesserà di preoccuparsi di contare in società, la Chiesa comincerà a contare veramente. Solo uscendo dalle proprie sicurezze mondane verso il mare aperto e incerto, essa recupererà una migliore capacità di farsi ascoltare» (Giancarlo Zizola).
Una Chiesa sostanziata di puro amore sarebbe schiacciata, annullata dalle istituzioni del potere e della violenza. Questo dramma l’ha vissuto sempre lungo i secoli e per non diventare vaso di coccio tra vasi di ferro, per essere in grado di trasmettere il messaggio, la Chiesa ha dovuto tradirlo, mondanizzarsi, diventare struttura di potere.
Il figlio del falegname, Gesù di Nazareth, e il figlio del mercante, Francesco d’Assisi, furono semplicemente folli. Di loro resta il messaggio perché è stato tradito. Solo tradendolo, lo si è potuto conservare. Per altri folli.
Perché l’amore è paradosso e scandalo: l’amore che tutto dona, l’amore che a tutti si dona, senza voler cambiare il mondo, accettando il prossimo per quello che è, cercando solo di aiutarlo, condividendo il dolore, la fatica, la disperazione, l’agonia. In silenzio.
La Chiesa della povertà, la Chiesa crocifissa è muta, invisibile, anonima, dispersa tra i senza voce. Non chiede di essere ascoltata. È messaggio vivente, incarnato, spoglio di simboli. È follia perché è semplicemente, testardamente, amore.
È una Chiesa che fa sentire al mondo la tenerezza di Dio: ma la sente questa tenerezza, questa sollecitudine, il divorziato che si vede escluso dalla benedizione della casa e dai sacramenti? Dov’è il volto di Cristo che dice, accogliendo la Maddalena: «Molto le sarà perdonato, perché molto ha amato»? Dov’è il Cristo che scrive sulla terra per salvare l’adultera: «Chi è senza peccato scagli la prima pietra» e che promette al ladrone sulla croce: «Oggi sarai con me in Paradiso»? Dov’è mai, in questa Chiesa, che rinnova anatemi, l’imitazione del Buon Pastore che lascia le novantanove pecore nell’ovile per andare in cerca di quella smarrita?
È chiarissima la scelta di Cristo e del cristiano, che non è tanto per la povertà, intesa come condizione sociale negativa, causa di abiezione della dignità umana, ma per il povero che deve essere liberato da questo stato di umiliazione.

In questi giorni oscuri, sento sempre più spesso ripetere da persone incredule e smarrite: «Dove andremo a finire?». Questa domanda, ripetuta in tutti i tempi, nasce dal senso acuto della disparità tra le nostre aspirazioni ideali e morali e la realtà dei fatti. Se ascoltassimo, invece, molto di più le aspirazioni alte del cuore dovremmo chiederci: «Dove mai potremo arrivare, salendo?».
Il mondo ci delude, lo so, ma questo è un fatto positivo, rivelatore. Ci delude perché non ci adattiamo, non ci rassegniamo. Dimostra che c’è dentro di noi, irrinunciabile, l’idea della bellezza, della giustizia, della felicità.
Noi siamo questa aspirazione e questa attesa. Paradossalmente potremmo dire: «Beati gli infelici, maledetti gli adattati!». Noi siamo essenzialmente questo desiderio, perciò non saremo mai del tutto vivi fino al momento in cui il mondo finalmente sarà bello, giusto, felice. Il male e la morte devono essere un passaggio. La storia è aperta, le nostre vite sono aperte. I pensieri più originali non sono quelli nuovi, ma quelli che stanno all’origine.

Nel 2013 ricorre il 25° anno della nascita di Macondo. Vorremmo ricordarlo con incontri, iniziative e riflessioni che ci aiutino a scavare e scoprire le radici che ci hanno portato alla scelta dei poveri e degli esclusi, in una ricerca umile, ma costante, dei segni dei tempi e di un luogo di spiritualità che guidi il nostro cammino. Lo vorrei sintetizzare con questo slogan: Ho segato un bosco di allori per dar luce e aria alla quercia. E ho scoperto che ogni uomo ha la sua ombra.

Carissimi, nel ringraziarVi dell’adesione a Macondo, Vi ricordo che tutto il nostro lavoro e la nostra fatica non sono altro che la testimonianza, la ricerca di un luogo gratuito di incontro per tutti quelli, pochi o molti, che avvertono nell’animo l’esigenza di vivere.
Considerando le difficoltà dei tempi, la quota di abbonamento resta inalterata. Grazie di seguirci e siete tanti, grazie di collaborare per i progetti e le iniziative che promuoviamo in Italia e in diversi paesi dell’America Latina e dell’Africa a favore dell’infanzia negata.

Il tema della festa di quest’anno sarà «Se vuoi che il mondo si apra a te, apri prima la tua mano».
L’idealista invecchia, conosce la delusione, ma resta idealista. L’umanità arretra, il male avanza, ogni cosa è contaminata da compromessi. La sua bocca è amara, il veleno raggiunge il cuore delle cose, lui rimane tuttavia idealista. A differenza del realista, non si inchina allo stato delle cose, perché lo considera precario, non definitivo. Il male è ingombrante, pesante, il bene è leggero e lo/ci solleva.

È Natale: si svela il mistero nascosto nei secoli e appare sulla fronte di ciascuno di noi. Il mio augurio? Sorridete a chi non vi sorride, siate gentili con chi non lo è. È la santità dei giorni feriali.

Vi ringrazio della fedeltà, dell’amicizia.
Si unisce al mio augurio Gaetano Farinelli e con lui tutti i collaboratori che, silenziosi, si spendono con generosità alla riuscita di ogni iniziativa e attività.
Vi abbraccio tutti e ciascuno in particolare, con tenerezza e affetto. Buon Natale.

– Giuseppe Stoppiglia –

 

• Santa Messa di Natale •

Vi ricordiamo l’appuntamento del 25 dicembre 2012 alle ore 10:30: per chi vuole celebrare con noi il Natale, la santa Messa avrà luogo all’Istituto Graziani – Via Cereria n. 1 – Bassano del Grappa (Vi).

• «Se vuoi che il mondo si apra a te, apri prima la tua mano» •

È il tema della festa nazionale di Macondo che si terrà nei giorni 1 e 2 giugno 2013 presso le strutture accoglienti dell’Istituto Graziani – Via Cereria n. 1 – Bassano del Grappa (Vi). Vi aspettiamo numerosi, fin dal convegno del pomeriggio del sabato alle 18:30 e poi alla domenica mattina dalle 9:30.