Il Paese dove rubano i ricchi

Care Amiche e cari Amici,
è Pasqua!
Allora fatevi un regalo intelligente.
In libreria per pochi Euro trovate l’analisi e la soluzione a uno dei grandi problemi dell’Italia: la Giustizia. Ne scrive uno “competente”, Piercamillo Davigo, che ho avuto la fortuna di ascoltare durante la Festa di Macondo del 2011. Pubblichiamo di seguito uno stralcio dell’introduzione.
Lo so, siamo in ristrettezze economiche, ma questo libro ci propone concrete soluzioni al problema Giustizia.
Valter Cavina

Piercamillo Davigo, Leo Sisti,
Processo all’italiana,
Laterza 2012, pp. 183, Eur 15,00

È una brutta fotografia, quella che emerge dal rapporto annuale Doing business della Banca Mondiale, dedicato alla classifica dei paesi dove conviene investire.
Nel 2011 l’Italia risulta al 158° posto su 183 per durata dei procedimenti e, più in generale, per l’inefficienza della giustizia. Un dato sconcertante, che ci vede preceduti persino da Togo, Isole Comore, Indonesia e Kosovo (…).
Da noi occorrono 1.210 giorni prima che un processo giunga in porto per il recupero di un credito commerciale; in Germania 394.
Secondo Mario Draghi, «la perdita annua di pil attribuibile ai difetti della giustizia civile potrebbe giungere a un punto percentuale».
Al 30 giugno 2011 la massa dell’arretrato da assorbire era pari quasi a 9 milioni di processi (5,5 milioni nel civile e 3,4 nel penale), mentre sono cresciuti a dismisura i tempi medi necessari per la definizione di una causa: nel civile 7 anni e 3 mesi (2.645 giorni), nel penale 4 anni e 9 mesi (1.753 giorni). (…) Il problema, contrariamente a quanto ha sostenuto anche l’Associazione Nazionale Magistrati e a quel che molti pensano, non dipende da risorse insufficienti. (…) In Italia le risorse sono irrazionalmente distribuite. Circa un terzo dei nostri tribunali dovrebbe essere soppresso perché di dimensioni tali da non giustificarne l’esistenza. Con un enorme dispendio di mezzi e personale. (…) L’Italia investe quanto la Gran Bretagna. Ma nel 2010 Oltremanica si sono celebrati 330 mila processi penali (…). In Italia, ogni anno se ne fanno 3 milioni e 400 mila. Un abisso. “Alleggerire” la domanda è importante, anche alla luce della necessità di intervenire sulla mannaia della prescrizione che cancella i processi e vanifica gli sforzi di magistrati e investigatori (…). In Italia ogni 12 mesi vengono iniziate più cause civili che in Francia, Spagna e Gran Bretagna messe insieme. Può essere mai che gli italiani abbiano nel Dna la “voglia di litigare” o la tendenza a trasgredire le norme penali? Non ci si può credere.
Cosa non va da noi?
Il sistema tutela molto i farabutti, cioè chi viola la legge, e poco le vittime. Il che provoca la “naturale” lievitazione delle liti. (…) Risolvere la crisi della giustizia non è poi così difficile: basta rendere poco conveniente il non osservare la legge! Perché se, invece, conveniente lo è, aumenta in modo esponenziale la quantità dei furbi. E le corti s’intasano. (…) La differenza fra la Repubblica italiana e, ad esempio, Cosa Nostra, non sta nelle schiere di uomini in armi, ma nel fatto che la Repubblica riposa sulla giustizia. Infatti l’articolo 2 della Costituzione afferma che la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo (…) protetti dalla legge, alla quale deve sottostare anche chi detiene il potere. Sembra ovvio, ma non è così. Fino a due secoli fa il sovrano non era soggetto alla legge. La legge era espressione della sua volontà: lui faceva quello che gli pareva, non essendo tenuto a osservarla. Per questo lo si definiva, in latino, princeps legibus solutus, principe sciolto dalle leggi. Con l’Illuminismo cambia tutto. Anche il sovrano è uguale agli altri. Avrebbe dovuto, perlomeno (…). Oggi viviamo in un’epoca in cui alcuni principi fondamentali dello Stato occidentale (tutti sono soggetti alla legge) sono messi in discussione. Da noi, addirittura, la classe politica è riluttante ad accettarli. Una parte ha promosso anche una norma, poi dichiarata incostituzionale, che impediva di processare le principali cariche dello Stato finché fossero in servizio. Non solo. Un ruolo importante nel ribadire che anche chi ricopre incarichi pubblici di grande responsabilità non è legibus solutus, l’hanno giocato i reati di criminalità organizzata e contro la Pubblica amministrazione, cioè corruzione e concussione. (…)
Membri della ruling class nostrana colludono con gruppi mafiosi e rubano. Nelle altre nazioni occidentali, rubano i poveri e non i ricchi, anche perché questi ultimi non hanno bisogno di farlo. In Italia talvolta rubano i ricchi più dei poveri, riuscendo quasi sempre a farla franca. Di più. In questa strana classe dirigente esistono tipi come Calisto Tanzi, patron di Parmalat che, condannato per un aggiotaggio ai danni di 40 mi-la risparmiatori, è entrato in prigione dichiarando: “Non me l’aspettavo”. Insomma, l’Italia è un paese a illegalità diffusa.
Secondo calcoli della Corte dei Conti la corruzione costa alle casse dell’Erario 60 miliardi di euro all’anno. L’evasione “vale”, in imposte non versate, addirittura il doppio, 120 miliardi di euro, sempre all’anno. Cifre stratosferiche che mutano profondamente la pressione fiscale ufficiale: oggi, in rapporto al Pil, è al 43,2%. In realtà, per chi paga regolarmente le tasse, pesa per il 51,2%, secondo stime Confindustria. Montagne di denaro illegale che, se reintrodotto nel circuito legale, soddisferebbe le esigenze di qualunque manovra finanziaria.
Tempo fa un magistrato italiano, in visita a un carcere federale del North Carolina, si è trovato di fronte a molti detenuti, condannati a pene tra i 5 e i 15 anni, metà per fatti di droga e metà per i “crimini dei colletti bianchi”, per lo più evasione fiscale. Il direttore, scorgendo un certo stupore negli occhi dell’ospite, durissimo, ha spiegato: «Hanno mentito al popolo americano». Un nostro presidente del Consiglio ripeteva che era “normale” non pagare le tasse. La differenza tra un paese seriamente capitalista e un paese tardo feudale è tutta qui.