Interculturare la fede

Paolo VI nell’Esortazione Apostolica Evangelii Nuntiandi ha detto:

Nel messaggio che la Chiesa annunzia, ci sono certamente molti elementi secondari. La loro presentazione dipende molto dalle circostanze mutevoli. Essi pure cambiano. Ma c’è il contenuto essenziale, sostanza viva, che non si può modificare né passare sotto silenzio. EN25

È perché ci sono elementi secondari mutevoli e un contenuto essenziale che l’inculturazione è possibile. D’accordo con questo passaggio, io evangelizzatore farei un’operazione indebita se trasmettessi elementi secondari (per esempio della cultura occidentale), come se fossero il contenuto essenziale del cristianesimo.

Per l’inculturazione è evidente l’importanza (non facile!) di fare chiarezza tra elementi secondari e contenuto essenziale. Quest’ultimo consiste nel kerigma, messaggio del Regno. … E in che cosa ancora?

Paolo VI, sempre nella EN, ha detto anche:

Il Vangelo, e quindi l’evangelizzazione, non si identificano certo con la cultura, e sono indipendenti rispetto a tutte le culture. Tuttavia il Regno, che il Vangelo annunzia, è vissuto da uomini profondamente legati a una cultura, e la costruzione del Regno non può non avvalersi degli elementi della cultura e delle culture umane. EN 20

Nella pratica, è compito dell’evangelizzatore trasmettere il Vangelo essenziale del Regno; ed è compito del popolo neo-evangelizzato fare la sintesi inedita tra il Vangelo e la propria cultura. L’inculturazione può essere definita come “la nuova espressione che danno al Vangelo gli uomini chiamati alla fede nel seno di una nuova cultura dov’è stato seminato” (J.Y. Calvez).

Ma il Card. Ratzinger, attuale pontefice, in discorso ai vescovi dell’Asia (6.3.93), faceva notare che le cose non sono così semplici; p.es., la cultura ebraica e quella greco-romana, scelte per trasmettere il messaggio, sono entrate nella Bibbia, quindi sono parte integrante della rivelazione. Una tale posizione è pericolosa, mette la “civiltà” occidentale in un piano superiore, di modo che l’incontro non avviene, perché l’incontro è sempre tra due poveri.

Il Cardinale faceva notare, inoltre, che non esiste fede allo stato puro, fuori della cultura, e non esiste cultura senza l’elemento religioso come suo sistema interpretativo.

Al missionario che apprezzava la cultura degli indios, ma li spingeva a farsi cristiani, il capo tribù disse: “Il missionario loda la mia maloca (casa), ma scalcia il palo che la sostiene!” Cioè: il missionario apprezza la nostra cultura ma, chiedendoci di abbracciare la sua religione, boccia la nostra religione che sostiene tutta la nostra cultura!

Ritengo che da questo “impasse” si possa uscire prendendo il messaggio di Cristo come elemento fecondante e non come religione sostitutiva. Piuttosto d’avere la Chiesa come protagonista e arbitra nella scelta degli elementi delle culture, siano i popoli ad accogliere in libertà la fecondazione del messaggio essenziale del Regno. Sarebbe una rivoluzione copernicana, difficile dopo 17 secoli di involuzione costantiniana.