La casa dei ciechi

A volte persone o luoghi vengono chiamati in modo improprio ma che definiscono chiaramente alle persone che l’hanno dato il posto, la persona o una situazione, anche se il nome può apparire scorretto o riprovevole per una “politically  correct”. È questo il caso della “casa dei ciechi”.
Sono qui in Sierra Leone da un mese e mezzo, il tempo corre veloce perché non ha il procedere organizzato e la sicurezza del mondo occidentale. “La speranza”, prendendo a prestito questa frase da un film che ho visto quando ero in Angola il cui titolo era pressappoco: ”Un’arida stagione fredda” e trattava il problema dell’apartheid  (segregazione razziale) in Sud Africa. La speranza è un lusso che gli Africani non si possono concedere perché indica la certezza del domani, del futuro. Domani? Domani sarà un altro giorno e qualcosa accadrà.
Così è qui. C’è l’oggi con i suoi problemi e difficoltà di sopravvivenza, domani si vedrà.
Una delle cose che più mi ha colpito è stata la prima visita alla “Blind School”,  successivamente e  scherzosamente  ribattezzata con gli amici toscani “la casa dei ciechi” anche forse per  togliere quel senso di colpa nel sentirci così fortunati. C’ero andato un mattino con Peter Baiuku,  Chairman (governatore) del distretto di Koinadugu; noi in Italia li chiameremmo province o regioni a seconda dei punti di vista.
È una costruzione in muratura composta da tre stanze, dove dentro vivono una quarantina di ragazzi e ragazze non vedenti dall’età che varia dai 5 ai 25 anni. Mi ha colpito lo stato di sporcizia, il disordine da un lato e il constatare  che questi ragazzi,  al sentire una voce nuova ti vengono vicino, ti toccano per “vedere, capire” chi sei. Ti  sorridono, ti parlano con voci alcune allegre e vivaci, altre timide e sussurrate, per cui devi chiedere più volte che ti ripetano il nome per capirlo con l’intento di fissartelo nella mente, ma le emozioni sono così tante che subito viene sommerso e sparisce sopraffatto da esse.

Poco più in là c’è la nuova costruzione che è stata inaugurata due settimane fa, è bella spaziosa e darà una sistemazione dignitosa a questi ragazzi e ragazze. In molti hanno contribuito a realizzarla, ma in maniera  cospicua un’associazione toscana di Arezzo chiamata TECLA e un’altra  gli Amici per L’Africa.
Per l’inaugurazione, dalla Toscana, o meglio da Arezzo è venuta una delegazione di quattro persone capitanata dal saggio Franco che ha portato con sé una ventata di energia, dinamismo, emozioni e allegria. Delegazione che ho subito soprannominato  “i Toscanacci”, che poi toscani non sono perché Carmela è nativa di Salerno e Maurizio, originario del Veneto, l’è de Milan. Insomma, Nadia e Franco sono autentici Toscani DOC gli altri due degli infiltrati.

Hanno svolto un lavoro oscuro ritagliando il tempo al lavoro e alle famiglie per raccogliere euro dopo euro. «Tu non sai quante torte e cene abbiamo organizzato. Perché la gente non vuol sentire parlare di malattie, disgrazie e sofferenza, la si vuol divertire!»  E me lo dicevano con l’accento toscano della C  e della H aspirate, che mi godevo sentirli parlare.
Nascere con una deformazione o contrarre una malattia invalidante come la cecità è sinonimo per le credenze dei villaggi di malocchio o che la persona è affetta da spiriti cattivi e più di qualcuno veniva abbandonato nella foresta. Per fortuna non tutti credevano  alle superstizioni e questi bambini venivano raccolti.
Inizialmente vennero ospitati nelle case abbandonate dalla guerra civile. Chi doveva occuparsi di loro non aveva i mezzi e coinvolse  Peter Baiuku, neo eletto Chairman di questa regione, ad aiutarlo a trovare una soluzione.
All’inaugurazione Peter ha detto che  quando  ha visto questa  situazione in cui vivevano ne rimase scosso per lo stato di  abbandono in cui  si  trovavano tra la  sporcizia e gli insetti. Si impegnò  a  cercare fondi presso i suoi amici italiani ed ora grazie alla sensibilità di essi si è arrivati ad un buon  punto del progetto. Il  nuovo edificio è  stato dedicato ai bambini ciechi abbandonati dalla società nella foresta. C’è una scritta posta in un’ala del fabbricato e recita così:   “the strenght of my mind is my sight”  (la forza della mia mente è la mia vista). Frase che  Peter ha raccolto da un bambino o bambina non vedente.
«Ti abbiamo portato dei farmaci, ti abbiamo portato dei farmaci», mi dicono  tutti contenti i toscanacci, ma mi vedono un po’ perplesso, perché non  è facile collocare i farmaci che generosamente, prima i toscani dell’associazione TECLA e poi Augusto  di Microcammino di Milano, mi hanno portato.
Il  sistema sanitario di questa nazione prevede il pagamento di tickets  per le persone che  si ricoverano. Ne sono  esenti le donne incinte, quelle che allattano, fino al compimento del primo anno del bambino, i bambini sotto i 5 anni e le forze dell’ordine e i militari. Il resto paga, una quota che riguarda il posto letto e il vitto, in più gli esami di laboratorio e i farmaci. Per cui se a un malato viene prescritto un farmaco questi manda qualcuno nella farmacia dell’ospedale compra il farmaco ed eventuali siringhe e poi lo mette nel cassetto dell’ammalato che l’infermiere provvederà a somministrare nell’orario prestabilito. In un contesto  simile non è facile distribuire farmaci veramente a chi ne ha bisogno ed evitare che se ne faccia ulteriore commercio. Avevo  anche preso contatti con la locale parrocchia per delle eventuali loro segnalazioni di persone in stato di necessità. Poi, da buon africano, mi sono detto: «Qualcosa accadrà».
In ospedale c’è anche un ambulatorio di oculistica con annessa stanza che funge da sala operatoria ed è attrezzata da un efficiente ed efficace microscopio, strumento indispensabile per gli interventi in oculistica. Chi si occupa dell’ambulatorio è Edith, una “ophtalmoligist specialist nurse” si definisce orgogliosa, con un bel sorriso, peccato che gli manchino metà denti.  Lei va  anche a fare screening in lontani villaggi e parte con la moto assieme “al fratello”, dice, e sta via per diversi giorni. Edith è tanto simpatica quanto brutta. “Brutta come il peccato”, l’ho definita. Bruttezza che scompare con la simpatia e poi ti saluta sempre accomiatandosi “the Lord bless you” ( Il Signore ti benedica), che è bellissimo sentirselo dire. “The same to you”, rispondo prontamente.
Lei non era venuta all’inaugurazione della “Blind School”,  le sarebbe piaciuto vederla. Ci accordiamo di andarci un sabato pomeriggio che non lavoro. All’orario stabilito vado dove abita, nel centro della cittadina di Kabala dove ha anche un negozietto, vende farmaci. Appesa ad una parete ci sta anche una tabella optometrica, che serve per misurare la vista. È una tabella non con le lettere ma con le E poste nelle varie angolazioni così che anche i bambini possono essere esaminati. Essa fa bella mostra di sé e da un tono di ricercatezza, prestigio e di qualità al negozietto.
La “ Blind school” dista tre miglia lontano (4,5 Km) da Kabala e ci si va in moto, quella del fratello. Prima parto io e poi torna a prendere lei. Intanto  che aspetto, chiacchiero con i ragazzi e le ragazze sotto l’albero di mango, perché la scuola usualmente si fa anche  sotto l’albero, mentre la cucina è sotto una tettoia di lamiera posta sopra 4 pali.
Per l’inaugurazione abbiamo ripulito tutto l’ambiente dalle plastiche sparse  e ne abbiamo approfittato per spianare il terreno sotto l’albero. I ragazzini quando ti salutano, ti vengono vicino e ti toccano per sentirti. Oramai ho familiarizzato con loro, ti riconoscono subito e  ti chiamano per nome. Anch’io li tocco e li accarezzo e non ho paura della sporcizia fisica. Mentre sono con Joseph, Poreh, Sophie, Abdullah, una  tosse continua e insistente attira la mia attenzione,  segno di una bella bronchite. Chiedo come stanno, «Non bene», mi rispondono e qualcuno comincia a spiegarmi i dolori che sente. C’è anche qualcuno più piccolo con il suo bel moccolo al naso. «Ecco  dove usare i farmaci!», mi dico. L’idea mi viene spontanea, «Verrò qui ogni settimana a trovarli», mi ripropongo. E così  ho iniziato tre settimane fa ad andarci. Caricato lo zaino con il termometro, il fonendoscopio e l’apparecchio della pressione e dei farmaci sono partito. La prima settimana sono venuti in tanti e i farmaci che mi ero  portato mi sono bastati appena. Mi sono detto che devo far attenzione a quanti ne distribuisco perché  altrimenti si esauriscono subito.  Mi mancano quelli per la malaria, faccio comunque del mio meglio. Sono venuto via che era quasi buio ed ero un po’ preoccupato perché il motociclista che mi aveva portato non era molto pratico e poi loro nelle discese  mettono in folle e spengono il motore per risparmiare benzina. Prima di venire via, Poreh, la ragazzina che ha la bronchite, mi prende e quasi mi trascina da una  parte perché mi deve parlare e mi consegna un foglio ben piegato che prendo e metto nello zaino.  A casa quasi me ne  dimentico. Lo apro che è tardi. È scritto a macchina ma l’inchiostro pare di una copia calcante, forse la macchina non aveva il nastro ed hanno optato con una carta copiativa. Poreh mi chiede se posso aiutarla. Le hanno rubato il cellulare che le serviva per parlare con gli amici e familiari lontani.  Non è la sua una semplice richiesta come tante. La forma con cui è scritta mi tocca e mi commuove. Mi riprometto che appena mi sarà possibile vedrò cosa potrò fare.
La settimana dopo ci vado a piedi alla “blind school” un’ora  e più di andata, altrettanto di ritorno e là mi  fermo un’altra ora. Torno  che è buio, ma sono  contento. Ho fatto una bella passeggiata e qualcosa di  utile.
Dopo qualche giorno, un venerdì mattino, ero da poco arrivato in ospedale,  sono stato fermato da una donna e un ragazzo per informarmi che la sera prima avevano ricoverato un ragazzo della “Blind school”, stava male e mi avevano chiesto di andare a trovarlo con loro. Stava morendo, aveva le bave alla bocca. Aveva solo dodici anni. Mi si è quasi spezzato il cuore. Non si può morire così. Ci si sente proprio inutili, impotenti e sconfitti quando accade questo.
L’unica cosa che ho potuto fare è dire una preghiera anche se non ne aveva bisogno perché senz’altro lui era già nella gloria.  Sì, la vita qui in Africa è proprio precaria.
Sabato pomeriggio è tornato Peter da Freetown e mi consegna una borsa. Poi mi dice che l’ha data Mariagrazia ad Alex, l’autista, prima di partire. Dentro c’è un po’ di roba che ha usato e vuol lasciarla qui. La sera finalmente riesco ad avere la connessione internet dopo una settimana e leggo una mail di Mariagrazia che mi elenca quello che mi ha lasciato nella borsa: un cellulare del quale precedentemente mi aveva lasciato il carica batteria. Ma nella borsa il cellulare non c’è. Avevo già pensato di darlo a Poreh.
Interrogato Alex  nega assolutamente di averlo preso. Anzi lui la borsa non l’ha nemmeno aperta, come gliel’hanno data così l’ha consegnata, sostiene indignato.  Mariagrazia conferma la presenza del cellulare  ed aggiunge che l’autista  ha fatto pagare loro il traghetto, quando  aveva ricevuto l’ordine di non farlo lui e ha preteso i soldi per il ritorno.
Questa è l’Africa con le sue luci e ombre.

Aprile 2012