Dopo la festa 2012… la riflessione continua… le utopie avvengono…

«Attenti alle utopie, perché esse avvengono»

«Lei è all’orizzonte.
Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi.
Cammino per dieci passi
e l’orizzonte si sposta di dieci passi più in là.
Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai.
A cosa serve l’utopia?
Serve proprio a questo: a camminare…».
(Eduardo Galeano)

 

Credere nell’utopia significa essere i custodi di una civiltà accogliente, la possibilità di far nascere il desiderio di “altro”, cioè dell’“imprevisto”. Ognuno si ritrova, così, ad allungare la corda della solidarietà alle persone smarrite, alle anime infrante, ai viandanti senza bussola.

Le utopie ci fanno sentire l’odore della neve, ci avvertono dell’aria rarefatta che annuncia la nevicata. Ci aiutano a superare ciò che si presenta come un ostacolo insuperabile per chi ha fede, mentre sospingono chi non ce l’ha a mettere in discussione il non averla. Quando si è inabissati nella disperazione, il gesto più naturale per sopravvivere, non è forse quello di guardarci direttamente nel volto tra persone?

Il brano seguente sull’Utopia è tratto da un libro di Z. Bauman “Modus vivendi”.

Quando T. Moro nel 1516 rese celebre il termine utopia eravamo agli albori di quella che sarebbe diventata l’età moderna. Al suo sorgere l’età moderna iniettava soluzioni di ottimismo, come lo stesso O. Wilde affermava: «Una carta geografica del mondo che non comprenda UTOPIA non merita neanche uno sguardo, giacché lascia fuori l’unico paese al quale l’umanità approda di continuo. E quando l’umanità vi arriva guarda altrove e scorgendo un paese migliore alza le vele e riparte. Il progresso è la realizzazione delle utopie».

Col senno di poi quest’ultima affermazione sembra inesatta per due ragioni: il progresso è stata una caccia alle utopie, non una realizzazione delle utopie. Nella maggior parte dei casi il movimento chiamato progresso è stato più uno sforzo per allontanarsi dalle utopie fallite che uno sforzo per raggiungere utopie non ancora sperimentate; uno sforzo stimolato dalle frustrazioni passate anziché dalla felicità futura.

Ma cosa intendere per utopia. Una utopia è innanzi tutto l’immagine di un altro universo diverso da quello che si conosce per esperienza diretto o per sentito dire. L’utopia inoltre prefigura un universo interamente creato dalla saggezza e dalla dedizione dell’ uomo.

L’utopia era comunque assente dal pensiero umano prima dell’avvento dei tempi moderni. Per dar seguito a questa idea utilizzo tre figure metaforiche: il guardacaccia, il giardiniere e il cacciatore.

Il guardacaccia – il suo compito è di difendere il territorio assegnato alla sua vigilanza contro ogni interferenza, allo scopo di preservare il suo equilibrio naturale…

Il giardiniere – presuppone che nel mondo non ci sarebbe alcun ordine se non fosse per la sua attenzione e i suoi sforzi costanti. Il giardiniere seleziona piante per il terreno affidato alle sue cure.

Sono i giardinieri i più esperti ed appassionati fabbricanti di utopie. È all’immagine dell’armonia ideale del giardiniere concepita inizialmente come modello nella sua mente, a cui tenderebbe l’umanità per approdare sempre nel paese chiamato utopia Se i dibatti contemporanei sono infarciti di espressioni come “fine dell’utopia” è perchè ormai l’atteggiamento del giardiniere sta cedendo il passo all’approccio del cacciatore.

Il cacciatore non è minimamente interessato all’equilibrio generale delle cose, sia esso naturale o progettato. L’unico compito che i cacciatori perseguono è uccidere fino a riempire i carnieri. Può darsi che ad un certo punto in un futuro più o meno lontano il pianeta rimanga a corto di selvaggina o/e di boschi, ma se così sarà loro, i cacciatori, non lo vedono come un problema loro. Adesso siamo tutti cacciatori, o così ci dicono, e siamo chiamati o costretti ad agire da cacciatori, pena l’esclusione dalla caccia o addirittura la retrocessione a selvaggina…

Sembra logico che in un mondo popolato prevalentemente da cacciatori sia rimasto poco spazio per non dire nessuno per elucubrazioni utopistiche e pochi sarebbero propensi a prendere sul serio progetti utopistici se qualcuno li sottoponesse loro. Utopia indicava di solito una meta lontana ambita e sognata alla quale il progresso doveva e poteva e alla fine avrebbe portato coloro che erano alla ricerca di un mondo che rispondesse meglio ai bisogni umani. Nei sogni contemporanei l’immagine del progresso sembra aver smesso di esprimere il concetto di miglioramento collettivo, passando a significare sopravvivenza individuale. Il progresso non è più concepito nell’ottica di uno stimolo a spingersi avanti, ora è associato a uno sforzo disperato per rimanere in corsa…