L’arrivo in Sierra Leone

12 febbraio 2012 Sierra Leone

Prima lettera dopo l’arrivo in Sierra Leone nel progetto MicroCammino di Peter

 

Cari amici,

ci voleva il vostro input per continuare una lettera già iniziata per voi. Già dai primi giorni ho iniziato a scriverla, ma temevo di essere troppo emotivo. Perché l’Africa, per quanto tu ci sia stato, ti cattura sempre a cui si aggiunge l’emozione per affrontare un nuovo ambiente e le ansie di sapere se sarò all’altezza dei compiti cui mi saranno assegnati. Oramai sono passate due settimane. Oggi, domenica, sono stato a messa nella chiesa dei Saveriani che è qui vicino. La chiesa è bella  di forma circolare,  il tetto in lamiera prefabbricato. È ariosa e presenta dietro l’altare una grande pittura dell’ultima cena con Gesù e gli apostoli tutti Africani. Anche la via Crucis e un dipinto della Madonna sono africane. Al termine della messa, la lettura degli avvisi qui non viene fatta dal parroco, ma da un laico. Anche tutti i canti sono stati intonati dai laici. I canti sono ritmati  dai tamburi e da altri strumenti; uno è una specie di pianola di legno che si suona con delle bacchette;   alla lettura degli avvisi sono stato presentato alla comunità, e credo che ora lo sappiano anche le pietre. Continuamente, camminando per strada ci sono i bambini che gridano :«White man, white man!», ovvero «uomo bianco!», e aspettano una risposta di saluto. Sei costretto continuamente ad alzare la mano per rispondere al loro «White man» o « Hallo!», lo ripetono finché tu non rispondi. La messa è stata celebrata dall’indonesiano Father Sudar al quale ci vorrebbe forse un po’ più di grinta. Mi sono sentito proprio bene all’incontro con Gesù. Era tanto che non succedeva. Gli ho chiesto di aiutarmi a fare qualcosa di positivo e che mi tenga nella consapevolezza di essere un servo inutile.

Gerolamo ieri mi ha detto che al mattino Sudar si mette anche i guanti perché ha freddo. Complessivamente è stata una messa piacevole e gioiosa. Ieri pomeriggio, dopo il lavoro, sono andato a conoscere il responsabile di questa comunità, il  bresciano padre Gerolamo con il quale ho fatto una bella chiacchierata bevendo assieme un bicchiere di acqua. È una bella persona e da una quindicina di anni che è qui in Sierra Leone.  Nel primo pomeriggio  avevo assistito ad un taglio cesareo. Era la prima volta. Il chirurgo ha avuto difficoltà a tirare fuori il bambino e quando ci è riuscito era cianotico e non si muoveva. Lo hanno preso in cura le infermiere ostetriche  e piano piano ha emesso qualche respiro e anche un piccolo pianto. L’intervento finisce alle 16. Al termine vado a vedere il bambino che respira normalmente e ha ripreso anche un po’ di colorito. Torno a casa con la consapevolezza che sto imparando molto di più di quello che insegno.

Giorni fa la nipote di Peter stava male: appendicite le avevano diagnosticato. In effetti anche a me sembrava questo. Il giorno dopo però non era per niente migliorata. Il chirurgo era andato in capitale senza dirlo a nessuno. Peter era molto seccato. Decidono d’intervenire lo stesso. Ufficialmente opera il dottor Sandy,  ma è un passacarte, perché è il capo del distretto.  È il capo degli infermieri che stanno in sala operatoria, sono in due, l’altro assiste. Estrae mezzo intestino senza trovare l’appendice, poi allarga il taglio. L’intestino diventa tutto violaceo. Alla fine trovano sì l’appendice ma la causa di tutto era una gravidanza extrauterina, grossa come un pugno oramai calcificata. L’intervento finisce e non do speranze di vita alla donna. Invece sono passati già cinque giorni e ha cominciato a mangiare. Il terzo giorno era fuori all’aperto. L’ho mandata a letto a riposare.

Oggi, dopo la messa sono andato in ospedale anche perché là c’è la corrente elettrica così posso usare il PC. Sono andato a vedere il piccolo che aveva ripreso colorito; aveva solo un braccio un po’ più gonfio ma lo muoveva. È nato al settimo mese. Anche la mamma sta bene. Certo che il desiderio di vivere qui in Africa ha qualcosa di eccezionale.

Alcuni giorni dopo.

Sono passati diversi giorni. E il desiderio di scrivervi è altalenante. Ogni volta che si viene  in Africa le emozioni, l’impatto sono sempre diversi. Non ci si abitua. È anche vero che ci sono venuto ben poche volte e sempre a distanza di tempo l’una dall’altra. In certi momenti sono euforico in altri depresso. La difficoltà maggiore è rappresentata dalla lingua e devo trovare una maniera da una parte di convivere con questa difficoltà e dall’altra di cercare di migliorare per quel che sarà possibile.

Della Sierra Leone ho avuto un’impressione positiva, capitale a parte ,che è confusionaria e poi ho visto poco perché ci sono rimasto solo un giorno. Anzi solo un pomeriggio e il mattino seguente siamo partiti per Kabala. Gli edifici sono tutti in muratura, diversamente dal Sudan dove la maggioranza delle costruzioni è di fango. Ma venendo dalla capitale, Freetown, a Kabala si respira l’aria di una popolazione attiva. Kabala è una cittadina costruita orizzontalmente, praticamente non ci sono edifici a due piani e sono quasi  tutti in muratura, qualcuno ricercato nelle forme con disegni.

Peter è proprio una persona non comune. Impegnatissimo su tutto, cerca di fare l’impossibile per il suo popolo. Spero proprio di non deluderlo.

Antonio

Aneddoto in appendice, Consenso Informato. Non sapevo che anche qui in Africa, in Sierra Leone  esistesse il consenso informato, invece mi sbagliavo. Ho potuto constatarlo di persona proprio ieri con i miei occhi. Durante l’intervento di taglio cesareo con l’ammalata in anestesia generale, si è avvicinata quel che era ieri la capo ostetrica. Ha preso la mano dell’ammalata e con la biro le ha colorato ben bene il pollice mentre mi stavo chiedendo cosa stesse facendo, ha posto  l’impronta del pollice appena colorato ma ben evidenziato sul foglio di un quaderno sotto una dichiarazione ben scritta di consenso.

 

 

 

22 febbraio 2012

 

Saturday 18 febbraio. Mattinata in ospedale. Non so se è perché è sabato, ma l’ingresso e le ward (reparti) delle donne e degli uomini paiono più tranquille del solito. Sono stato nella ward delle donne, nello stanzino delle nurses. I reparti sono costruiti,  si può dire, con criteri d’avanguardia. Il reparto donne e quello degli uomini  fanno parte di un’unica ala di un edificio e sono divisi da un muro; entrambi i reparti presentano due sezioni separate  al centro  dall’ingresso comune  e dallo stanzino del personale infermieristico, il quale è dotato di due grandi vetri che permettono di avere una panoramica dei letti di entrambe le sezioni. Se c’è qualche caso particolarmente grave mettono  un paravento. Il reparto donne era tranquillo, mi sono seduto e mi sono messo a guardare il registro dell’elenco dei malati e trascrivermi le diagnosi più frequenti. Una grande macchia che non capisco bene di cosa sia, se di vomito o latte, domina la vetrata che guarda il reparto donne. Nell’altra sezione hanno posto i due gabinetti dentistici. Insomma hanno fatto un cambio destinazione d’uso. La macchia  è grande, vistosa con gli schizzi colati nella parte bassa, e copre in parte la visuale del primo letto dove di solito vengono  posti i casi più gravi per averli maggiormente sott’occhio.

 

In questi giorni vi è ricoverata un’infermiera entrata  in coma  con diagnosi di malaria cerebrale. Quando è arrivata, nei giorni scorsi, tutto l’ospedale  era preoccupato, e il  mattino appena arrivato mi hanno accompagnato subito a vederla. Ti prendono per mano come si fa con un bambino, forse perché vogliono essere sicuri che tu ci sia con il corpo e con lo spirito. La macchia è là  credo da quando sono arrivato cioè da più di due settimane. L’altro giorno l’ho detto alla capo infermiera: si chiama Dinha e lavora e viaggia con il suo bebè di circa  nove mesi che ha due guance che scoppiano di salute e sembra un piccolo Budda.  Il piccolo non parla, non piange, non ride, ma ti guarda e  guarda intorno con due occhi espressivi e indagatori. Quando deve stare seduta tira fuori dall’armadio una stuoia e mette il piccolo sul pavimento e quando deve andare in giro prende il panno, l’avvolge ai fianchi e   lo imbraga  sulla schiena. Dinha è una donna energica e gestisce con sicurezza il suo reparto. Mi ha risposto in merito alla macchia, sicura del fatto suo,  che non hanno sapone e che la toglieranno prossimamente.

Ora l’infermiera sta un po’ meglio. È depressa e non mangia, ma i primi giorni si temeva per la sua vita e anch’io, non tanto per quello che aveva, ma perché nelle cure c’è discontinuità. Il secondo giorno entrando in ospedale mi sono fermato da lei. Aveva la febbre alta e mentre gliela controlloavo ha avuto delle crisi convulsive. La sorella che l’assisteva ha preso dal cassetto del comodino una cannula e cercava d’infilargliela in bocca, l’ho aiutata. Intanto ho chiamato forte più volte: «Nurse, nurse». Ma le nurse erano around (in giro), mi è stato risposto. La terapia, le siringhe sono tutte nel cassetto, assieme al cibo e altro, perché  le comperano dalla farmacia interna e le  tengono  nel comodino. Le pratico una fiala di Valium e anche una di novalgina per la febbre. Calmatasi, era arrivata l’infermiera alla quale ho siegato ciò che è successo e quello che le ho fatto. Torno a rivederla verso  mezzogiorno; intorno a lei si era formata una cerchia di persone che si sono messe a pregare. Inizialmente sembrava che discutessero ad alta voce, poi ho capito. Guidava la preghiera una donna anziana che è la direttrice della scuola per infermieri e quant’altro; l’orazione l’ha conclusa la responsabile del reparto. È stato da un lato veramente  commovente, ascoltare le vibranti invocazioni d’intercessione che una e due voci  rivolgono a Dio,  e  tutte le altre rispondono in coro; poi ho pensato che se s’impegnassero un po’ di più forse non si arriverebbe a tanto. Insomma l’europeo razionalista  ha finito di prevalere sul  cuore..

Mi sono trascritto le diagnosi, una che va per la maggiore è la R.T.A.,  Road Transport Accident.  Qui ci sono molte moto, che sono anche le padrone della strada, suonano di continuo, sono i pedoni che si devono scansare. Non  pensavo fossero così frequenti gli incidenti. Indagherò su questo un altro momento.

Sono stato in ufficio a fare delle ricerche, perché una delle diagnosi frequenti che vi apparivano era: cellulite. L’avevo trovato anche nel  passato, ma me ne ero dimenticato. Sono stato poi in maternità dove era appena nato un bambino e alla mamma stavano praticando la pulizia dell’utero.

Dalla maternità alla pediatria: c’erano 5 bambini ricoverati. I gemellini sono diventati  da 3 a 2; uno è morto. «Pass away», ti dicono. La prima volta non riuscivo a capire, il mio inglese è quello che è. Sono andato a vedere nel dizionario. Pass away vuol dire mancare, nel senso di morire. Mi sono anche detto che allora gli eufemismi per dire qualcosa di scabroso, per mascherare un tabù non sono solo nostri ma sono in uso anche in Africa. Prima mi ero fermato davanti a una bambina di 3 anni che aveva una bella ustione alla parte superiore della coscia destra; la madre la stava medicando con uno stecco che teneva nella parte inferiore un pezzo di garza. Le stava mettendo dell’ossido di zinco e questa bambina aveva anche tutta la gamba edematosa.

Ho chiesto la cartella all’infermiera e poi l’età alla mamma: 3 anni, ma sulla cartella  non era chiaro quello che c’era scritto. Era di difficile interpretazione. Allora ho chiesto il nome ma non era quello. Avevo avuto la cartella di un altro bambino, anche perché nella cartella c’era scritto che era un maschietto, mentre si vedeva chiaramente che era una femminuccia. La gamba edematosa era dovuta a cellulite che se non è ben curata come in questo caso, porta ad avere una gamba come una salciccia, dura;   la bambina non era neanche capace di muoverne le dita.

Nel pomeriggio Amadu, un ragazzo che frequenta le superiori, mi aveva invitato ad andare a vedere i giochi che fanno nella scuola secondaria superiore che sta frequentando. È una scuola cattolica gestita dalla ONG  dell’episcopato americano: CRS. È stato molto interessante per vedere uno spaccato della gioventù locale in un momento di festa. Sono rimasto colpito dalla partecipazione. Credo ci siano state circa 5000 persone, naturalmente quasi tutti giovani.

Certo che la voglia di vivere qui in Africa la si sente palpitare come, credo, in nessun altro posto al mondo. In particolare dalle teenager. È incredibile la fantasia e le capacità che hanno nel vestirsi, nel mettersi in mostra con la potenza, la irruenza e l’incoscienza della gioventù che cercano la vita in abbondanza. In certi momenti rimani a bocca aperta per come erano agghindatee truccate,  super occhiali da sole, nastrini di tutti i colori, fermagli più disparati, catenine con medaglie religiose che fasciano i capelli; tutto questo ti mette anche buon umore; d’altra parte come si può non ridere ed essere di buon umore davanti alla vita che avanza?

Non importa se poi dovranno pagare un prezzo altissimo, ma oggi c’erano ed erano là, presenti per farsi notare dai ragazzi .

Ho fatto alcune foto, ma non rendono giustizia di quello che ho visto.

Serata in casa a cenare e chiacchierare  con Peter e poi a scrivere il diario della giornata.

 

Sunday 19 feb.  Domenica, riposo. Sono stato a messa. Era celebrata da padre Gerolamo.  Ho potuto osservarlo con calma. Ha un’espressione del viso sempre sorridente e uno sguardo di bambino vivace.

Ho potuto osservare meglio la chiesa e le persone intorno a me. Intanto mi sono accorto che mi ero messo, sia la domenica precedente che oggi dalla parte delle donne. Il genere è mischiato ma gli uomini sono quasi tutti dall’altro lato. La messa è sempre allegra e ben ritmata e due ore passano veloci, più in fretta dei trequarti d’ora delle nostre messe.

Mi piace il grande affresco  posto a semicerchio dietro l’altare. Gesù  è dipinto nell’atto di spezzare il pane e ha una bella espressione e non assomiglia per niente ai nostri Gesù europei. Sulla destra c’è l’apostolo Giovanni, l’unico senza barba e con tutti i capelli. Gli altri riportano chi più, chi meno un po’ di stempiatura. Ha le guance grassottelle e mi pare di vedere Cassius Clay da giovane. Alla sinistra ci sta Pietro, già piuttosto anziano con un aria un po’ altera, da sapientino e assomiglia a Scalfari, l’ex direttore di  Repubblica, con la barba e nero di carnagione, naturalmente. Gli apostoli hanno tutti gli occhi aperti e guardano Gesù tranne l’ultimo a sinistra, ha la testa girata dall’altra parte e gli occhi chiusi. Sul tavolo sopra una tovaglia bianca ,oltre al pane ed un calice c’è una lampada a olio e un candelabro a sette braccia che non ricordo come si chiama.

Ho potuto osservare i vistosi e variopinti vestiti delle donne di mezza età, che si adornano il capo con foulard sempre della stessa tinta del vestito, che danno loro un aspetto imponente e solenne. Le nonne abbracciano i nipoti che non ne vogliono sapere, proprio come da noi. Le ragazzine durante la messa oltre che chiacchierare e passarsi le cose, si tagliano le unghie. Credo che il Signore le guardi con molta benevolenza e non gli dispiaccia affatto il loro comportamento.

Per il pranzo ho cucinato riso con banane. C’erano delle banane che andavano a  male, allora ho provato a fare un risotto. Era la prima volta. Non è venuto un gran che, perché ci ho messo troppo pepe per contrastare il dolce delle banane. Poi ho dormito per un’ora per placare il raffreddore.

Durante il pranzo ho detto a Peter che ero andato a messa e a celebrarla era father Gerolamo. Mi ha chiaramente detto che non va d’accordo con lui perché sostiene che gli Africani se la debbano sbrigare da soli.   Se un prete deve solo predicare e basta, tanto vale che rimanga nel suo paese. Non ho mai visto Peter così arrabbiato. Peter dice che i preti devono anche tendere alla promozione umana e mi ha raccontato che si era dato da fare per aprire una sezione d’informatica nella scuola secondaria procurando tutto il necessario tramite donazioni;   dall’Italia erano arrivati quasi 30 PC. Però la sezione non partiva mai. Peter ha chiesto che si facesse un incontro allargato per capire quali fossero i problemi. Padre Gerolamo gli ha risposto che i PC erano arrivati e ora non era un problema suo. Mi è dispiaciuto andare  a toccare un nervo scoperto.

Nel pomeriggio sono andato a farmi una camminata per Kabala e sono andato a trovare Baby nella sua nuova casa. Mi ero perso ma poi sono riuscito a trovare  il posto dove abita.

La cittadina  si estende su un  territorio  ondulato  e nelle parti a valle c’è acqua sorgiva e pieno di orti con le donne affaccendate  attorno alle aiuole che sono  molto  più sollevate rispetto alle nostre.

 

INIZIO SETTIMANA : in questi due giorni la situazione la vedo cambiata, nel senso che più ci si addentra nella conoscenza delle situazioni più ci si accorge delle lacune del sistema e nello stesso tempo ci si sente da un lato impotenti, dall’altro si rinnova lo sforzo, si cercano nuove strategie per cercare di fare qualcosa e non è facile. Cerco di muovermi con diplomazia o meglio discrezione. Non m’interessa apparire il bianco che sa tutto, quando ci si inserisce nel loro lavoro può essere facile che se la prendano.

Credo sia importante essere delle persone di supporto, dei consiglieri, direi quasi dei servi e cercare di far capire loro, di farli ragionare dove  secondo me sbagliano. Parlo di errori terapeutici dove ci va di  mezzo un’altra persona, no di igiene o quant’altro. In quest’ultima situazione  l’intervento sarebbe lungo e necessiterebbe di mezzi maggiori oltre che di  professionalità, di sistema.

Non li biasimo e anche li capisco, sono necessari tempi lunghi anche se Peter vorrebbe fare in fretta e anche questo lo capisco. Ripenso alle passate esperienze, ma soprattutto tutti i libri letti.

In questi giorni  sto entrando nei reparti più dagli uomini e pediatria che dalle donne e osservo alcuni casi, ne parlo con gli infermieri presenti e chiedo del perché di certe terapie invece di altre. Non sanno molto, anzi quasi nulla e lo dico non per presunzione, ma per compassione nel senso vero del termine perché mi fanno tenerezza. Ho preso il coraggio di andare a discutere poi la terapia con chi la pone e anche di andare in laboratorio per chiarire con loro il significato di alcune analisi che non conosco. E loro mi hanno detto che è bello discutere dei malati con chi li cura. Discutere con i CHO in alcuni casi ascoltano, altri no. Pazienza. Ma stamattina ne avevo parlato con uno e questo ha impostato tutta una terapia inutile, poi ho parlato con il chirurgo che ha aggiunto il farmaco per la malaria, proprio quello che mancava. Dopo un po’ sono andato a verificare (come vedete non mollo l’osso), il farmaco dovevano ancora darglielo perché l’ammalato non ha il denaro per comperarselo. Certo che se fin dall’inizio lo avessero messo, invece di spendere i soldi per altre medicine inutili sarebbe a quest’ora guarito. Però le situazioni appaiono più complesse di quello che sembra.  Beh speriamo bene.

Abbracciandovi forte forte.          Antonio