L’etica sociale è minacciata da una morale individualista

Morale ed etica

Vastissimo lo specchio di significati che si incontra quando si vogliono definire i termini di etica e politica, con variazioni che partono dai greci per arrivare al medioevo, e da Spinoza e Kant fino agli esistenzialisti; anche nelle varie credenze lungo la storia ci sono letture proprie. Per questo, per rigore espositivo, bisogna cominciare con il dire chiaramente cosa si intenda con ciascuna di esse.
Con la parola morale, intendo qui le norme che regolano il comportamento degli esseri umani nella società. La morale è sempre esistita, in modo diverso, nelle diverse culture di tutto il mondo e normalmente esprime, non sempre in modo coerente, l’imperativo di fare il bene e di evitare il male.
Per la parola etica, abbiamo un insieme di valori (o controvalori) che orienta, dentro una determinata realtà, il comportamento sociale della persona, per il mantenimento o la trasformazione della società. Essa modellerà la vita della città. Per questo l’etica è intimamente legata alla politica, come è stato indicato fin dal tempo dei greci. In un testo del 1922, Betinho (famoso sociologo brasiliano) ha scritto: «Politica ed etica vanno sempre insieme. Il problema è sapere dove e per il bene di chi».

Due versanti contrapposti

Essendo la politica un esercizio che riguarda la collettività – mi ripeto, per mantenerla o per trasformarla – essa concretizza i valori (o i controvalori) dell’etica in un processo storico e spaziale determinato. Se l’etica non si incarnasse in una politica, resterebbe a livello di principi astratti socialmente irrilevanti. Ora, la politica è l’arte di condurre la società attraverso un processo lungo, complesso e contradditorio. Pertanto, l’etica vive in questa contraddizione, immersa nella realtà, nella tensione esistenzialmente drammatica tra il possibile e il desiderabile. Quando la tensione si rompe per una decisione unilaterale che opti per il possibile, ci troviamo di fronte a una riduzione conservatrice della destra (oppure di un certo post-moderno), dove la etica si dissolve.
D’altra parte, se si vuole solo ciò che si desidera, all’infuori di un processo contingente, si cadrebbe in un mondo di idee senza corpo. C’è una sinistra radicale che, in nome di un progetto ideale, nega valore al processo politico concreto, che è sempre complesso e contradditorio, e si rifugia in una proposta etico-politica senza radici. Anche se dice di essere marxista, non segue gli insegnamenti del maestro, che indicava la necessità di uscire dall’astratto delle intenzioni per entrare nel concreto delle scelte e delle azioni. Questi due estremi della catena semplificatrice si toccano, i primi pietrificati in una realtà che non vuole il cambiamento, i secondi si rifugiano in un idealismo che non riesce a interrogare la realtà contingente.

Bene comune

L’etica, in un comportamento sociale, dovrebbe essere indirizzata verso quel pensiero tradizionale cristiano che si chiama bene comune che, secondo Jaques Maritain, non è la sommatoria di beni individuali, ma è un bene di natura sociale. Purtroppo di frequente questa idea di bene comune, quando non tiene conto dei meccanismi reali di dominio e di disuguaglianza delle strutture sociali, si riduce a un bene parziale a vantaggio di pochi privilegiati. L’unico modo di fare partecipare tutti al bene comune sarà quello di collocarlo nello scontro concreto della società dove, per usare una espressione di Gramsci, le necessità dei settori subalterni si contrappongono ai privilegi dei settori dominanti. Ed è lì che l’etica avrà molto da dire, nello scoprire, denunciare e proporre.

Le ambiguità della lotta alla corruzione

La morale invece, così come l’abbiamo definita sopra, giudicherà i comportamenti individuali in sé stessi. Essa si avvicina all’etica sociale conservatrice, ridotta al possibile e con essa può confondersi. Né l’una né l’altra interrogano la società sulla origine strutturale delle disuguaglianze. Un buon esempio di questo è la lotta contro al corruzione. Non vogliamo negare la sua importanza, quando è legata a un contesto di scelte politiche. Isolata, potrebbe diventare un sottile alibi per evitare di entrare nel dibattito politico della critica alla realtà così com’è. Per l’etica conservatrice basterebbe punire alcuni corrotti, attivi o passivi, e molti settori rimarrebbero in pace con la propria coscienza, senza mettere in questione i fondamenti basici della società in cui vivono ed è proprio lì che abbiamo il moralismo, che è la riduzione dell’azione politica alla morale individualista, che maschera e occulta la trama della disuguaglianza della realtà sociale.

In Brasile

Vediamo in che modo il moralismo si è manifestato in Brasile, praticamente espresso dagli stessi settori nei diversi momenti della storia contemporanea. All’inizio degli anni ’50 (1950), sul governo Vargas (Getúlio Vargas già presidente del Brasile dal 1930 al 1945 e dal 1951 al 1954), che operava per un processo di costruzione della nazione (della quale era simbolo la frase «il nostro petrolio è nostro»), Carlos Lacerda e la cosidetta Banda-de musica della UDN (costituita da parlamentari laureati con una buona oratoria), distillavano la loro rabbia acida. In primo luogo denunciavano un piccolo prestito del Banco do Brasil al periodico Ultima Hora (che aveva commesso l’errore di non allinearsi ai media dominanti), poi passavano alla denuncia di piccoli favori del presidente, per giungere alla denuncia fragorosa di un mare di fango nei sotterranei del regime.

Denuncia a senso unico

Tutto questo avrebbe spinto i capi militari a proporre l’allontanamento di Vargas, che sarebbe giunto per questo al gesto estremo di un suicidio di protesta e di denuncia. Ricordiamo come la cosa abbia poi spinto i settori popolari del paese, a indurre Lacerda (comunista, ndr), soprannominato il corvo del Lavradio (sede del giornale “la tribuna” dalla quale partivano le denunce), a nascondersi per sfuggire all’ira popolare. Poi abbiamo avuto Janio l’istrione, con la sua scopa (per fare pulizia, ndr), eletto presidente con l’appoggio degli stessi settori di Lacerda, più interessato a una morale ridicola che proibiva i bikini e i combattimenti dei galli piuttosto che affrontare i veri problemi etici del paese. In questo caso, uno stato etilico probabile lo portò alle dimissioni.
Alcuni anni dopo questi stessi settori hanno appoggiato il golpe militare del 1964, sempre a motivo della corruzione, sommato al tema della eversione, per evitare i progetti di “riforma di base”, che minacciavano i privilegi dei grandi proprietari di terra o che chiedevano accesso al lavoro o a una retribuzione meno ingiusta. Più avanti è arrivato Fernando A. Collor de Mello che lottava contro i maragià (personaggi politici che godevano di grandi privilegi, ndr), i quali non erano giudicati come gruppo di dominio, ma come persone che si arrichivano indebitamente. Una volta che si scoprì che anche Collor (che era diventato presidente del Brasile, ndr) era un corrotto, fu messo in stato d’accusa e destiuito. Buona parte dell’elettorato che aveva appoggiato questi politici e aveva appoggiato il golpe, era costituita da settori delle classi medie urbane poco sensibili alle ingiustizie strutturali, guidata dai grandi mezzi di comunicazioni.

Gli scopi secondi di una lotta alla corruzione

Scopriamo così che la scelta è di dare priorità alla denuncia degli errori morali individuali, per poi nascondere il grande scandalo etico di un paese segnato dalle disuguaglianze. Una elite arretrata e vorace, con i suoi mezzi di comunicazione, coinvolge questi settori medi, per evitare l’indignazione davanti ai crimini commessi contro i poveri, esclusi dal bene comune. Quando poi si tocca questo tasto arriva subito, da parte dei teorici interessati, la denuncia di populismo nei confronti di coloro che segnalano tali ingiustizie, vale a dire contro Getulio, Jango, Brizola, Lula e adesso Dilma. Nel caso concreto del Brasile, si aggiunge a ciò il preconcetto da parte di coloro che non riescono a sopportare la guida di un operaio che non è sorto dai circoli abituali del potere. Come ha scritto Luis Fernado Verissimo, un semplice “da Silva” (che è un cognome popolare, ndr), ha occupato il posto destinato ai Bragança (cognome nobiliare).

Gli ultimi scandali in Brasile

Venendo a oggi, ci sono almeno una coincidenza sospetta tra il momento del processo chiamato mensalão (l’accusa è: acquisto di voti da parte della sinistra) e gli ultimi giorni della tornata elettorale. Merval Pereira, epigono minore del vecchio lacerdismo (vedi sopra: Lacerda nel caso di Getulio ndr), ha aperto il gioco ed ha firmato con una avidità incontenibile, la simultaneità della possibile condanna di politici del PT (partito di Lula e Dilma oggi presidente ndr), con i giorni che precederanno le elezioni. Le pene, secondo lui, avrebbero dovuto avere un impatto immediato nei risultati elettorali. Ma più di questo (l’obiettivo di Merval Pereira era) che la società impegnata nel risolvere i problemi di ordine morale, dimenticasse e mettesse da parte le esigenze di una etica sociale già applicata nelle politiche sociali del governo attuale, che oggi inserisce milioni di brasiliani nel lavoro, nel consumo e nella partecipazione alla cittadinanza attiva.

La funzione a volte distorta dei mezzi di comunicazione

Le denunce fatte oggi dalla rivista Veja, sono selettive e tante volte irresponsabili e false. Esse servono più a nascondere che a scoprire. Come ha ricordato in un brillante intervento il senatore Jorge Viana, i due ultimi governi (Lula e Dilma, ndr) hanno dato credito alla Polizia Federale come organo investigatore e hanno collaborato perché il Supremo Tribunale Federale fosse sempre più indipendente. Questo avviene perché lo stato gode di una maggiore libertà e indipendenza. Come in tanti altri paesi anche noi oggi vediamo la crisi di legittimità di buona parte dei partiti, che però non si deve considerare come fosse una crisi della democrazia. Siamo usciti da vent’anni di governo militare e dunque dobbiamo essere più prudenti nel giudizio. Bisogna fare riferimento alla società, come soggetto primo della partecipazione politica, per riprendere credibilità. La politica potrà superare le forti resistenze di una morale individualista e farisaica a partire dal contatto con la società.

Luiz Alberto Gómez de Souza
Sociologo
Università Candido Mendes
Rio de Janeiro, Brasile