Letra 21

Hola amigas/os!

Come va? Quest’anno, qui a Santa Cruz, l’inverno ha fatto un giro rapido per la città, timbrando il cartellino, e se ne è andato. Sono cominciati i venti forti di primavera dispensando nugoli di polvere e raffreddori. Alcuni alberi si sono vestiti di fiori colorati che solo la Pachamama può permettersi di confezionare. Strabiliante. E la temperatura ha cominciato a salire.

Giovedì stavamo pulendo il salone insudiciato dagli oltre sessanta ragazzini, eh sì, il numero delle presenze giornaliere è aumentato rispetto allo scorso anno, si è ampliata anche la nostra partecipazione sociale, con il vostro aiuto, nei confronti di adolescenti in difficoltà, offrendo loro l’opportunità di accedere a corsi in scuole professionali -d’un tratto squilla il telefono di Romy: è morta “tia Gneca”.

Tia Gneca era l’ultima dei figli di Augustina. Vi ricordate di Augustina? Sì, è ancora viva e proprio domenica ero passato da lei per comperare due porzioni di patasca che cucina ancora con tanta passione. La patasca è un piatto tipico della cultura dell’oriente boliviano. Si tratta di versare in un pentolone dell’acqua, porvi la testa di maiale con mote, mais daigrani bianchi e grossi, e far bollire, rigorosamente sul fuoco a legna, per l’intera notte. Si serve come prima colazione la domenica mattina. Alla zuppa fumante devi aggiungere sale, erba cipollina e, a gusto, salsa piccante. Al posto del pane, yuca lessata e da bere chicha, bevanda ricavata dal mais. Mentre Augustina col mestolo mi riempiva il pentolino, le manifestavo la nostra intenzione di andare a visitare tia Gneca. Erano un paio di giorni che l’avevano congedata dall’ospedale. Pare che i medici l’avessero dimessa perché non c’erano più speranze. O forse non c’erano i soldi per ulteriori cure. La famiglia di tia Gneca sopravviveva con quello che dava la ridotta vendita di generi alimentari. Ho chiesto a nonna Augustina se voleva venire con noi e ben volentieri mi disse che sarebbe stata pronta per le quattro.

La casa di tia Gneca non è lontana da quella della nonna, è ubicata dietro la chiesa dedicata alla Madonna di Urkupiña. La Madonna di Urkupiña, la quale da il nome al barrio stesso che si trova in periferia di Cochabamba, si festeggia il 15 di agosto. Molti i devoti che per questa ricorrenza provengono da ogni angolo del Paese e anche dall’estero. I fedeli, secondo la tradizione, si recano sul versante che sta dietro il Santuario, raccolgono, o spaccano dalla roccia, pietre che porteranno in offerta alla statua della Madonna posta davanti al Santuario. Dovranno percorrere un “calvario” di circa 3 km con la pietra in mano. È chiaro che maggiore sarà il peso portato, maggiori saranno i benefici che la Santa Madre elargirà al fedele. La nonna Augustina, invece, è una gran devota a Sant’Antonio da Padova. Inconsueto.

La visita è stata cordiale. Gneca dialogava serenamente con la mamma e, come spesso accade quando si visita un ammalato, gli si racconta dei propri malanni. La nonna, nella sua semplicità, gli racconta che durante la notte precedente ha avuto una gran convulsione, dovuta alla tosse, ha visto la morte in faccia e… quasi moriva prima di lei. Beata.

Sulla porta di casa Alvaro, il marito, ci informa che, per la domenica successiva, è stata organizzata una kermesse. È un termine per definire un incontro conviviale, dove si raccoglieranno fondi, per aiutare economicamente la famiglia che dovrà affrontare spese imminenti. Purtroppo tia Gneca non arriverà a domenica.

Dopo aver ricevuto la notizia, Romy telefona a “mami Rafa”, così chiama sua nonna, per dirle che saremmo subito passati a prenderla per andare da Gneca, sua sorella minore. Il tragitto fino alla casa di Gneca è stato percorso in attonito silenzio. Alla vista di quel corpo inerme, incredibile per chi ha conosciuto Gneca come donna allegra e gioviale, Rafa è scoppiata in un pianto fuori misura, isterico. C’è voluto un bel po’ di tempo per calmarsi, ma non stava bene: il suo viso, d’un tratto, pareva invecchiato, trasfigurato. Alcune persone cominciarono a raggiungere la casa per rendere ossequio alla cara Gneca. Si doveva preparare la veglia. La figlia minore parlottò con Rafa e Romy. Chiesi spiegazioni. La questione era semplice: soldi pochi. Bisognava comperare bibite, caffè, sigarette e pane per quelle persone che decidevano di vegliare la salma per l’intera notte. Il figlio, accompagnato dal cugino, era uscito per contattare una funeraria dove comperare la cassa e che si curasse di allestire la stanza per la veglia. Al ritorno informò di averne incontrata una che gli faceva credito e che si sarebbe fatta carico anche di iniettare il formol, viste le alte temperature di quei giorni. E così fecero. Ora si dovevano reperire dei ventilatori. Ne arrivarono tre in pochi minuti. Il via vai era continuo. Si servivano bevande fredde alle persone sedute tutt’attorno la casa. Giunse anche il prete che invitò i presenti a una preghiera attorno alle povere spoglie di tia Gneca. Quando e dove si sarebbe seppellita la salma era ancora presto da sapere. La cosa importante da accertare era quanto costava il posto al cimitero. Rafa, il figlio Edilberto e un vicino di casa si incaricarono di ricercare il sito adatto.

Tra un caffè, un requiem e una sigaretta passò la notte di veglia.

Riuscirono a contattare il presidente del barrio, che diede il permesso alla sepoltura nel vicino cimitero. Un paio di amici, muniti di pala e badile, vi si recarono a scavare la fossa. Rientrarono alla casa grondanti anelando acqua fresca. Si misero in seguito a cercare un paio di corde per calare la cassa. Usarono quelle che servivano a stendere i panni al sole. Erano circa le quattro del pomeriggio quando il corteo si mosse verso il cimitero. Prima di calare la cassa, una persona, forse un pastore evangelico, suggerì alcune preghiere e un canto. Alvaro prese la parola per ringraziare i presenti con poche parole, senza fronzoli, dettate dal cuore. E tia Gneca sparì, inghiottita dalla madre terra. Augustina si accasciò al suolo. Troppe emozioni. Eccessivo il caldo.

Parenti e amici ritornarono alla casa dove, con i volti più rilassati, fu servito un majadito, piatto della cultura contadina della regione di Santa Cruz, simile al risotto italiano. Le chiacchiere tra parenti erano incentrate alla figura di Gneca. Alvaro invitava alla novena che sarebbe incominciata alle otto e mezza. Amilcare, un lontano parente, informava che per l’ultima sera di novena, si sarebbe fatto carico di organizzarla e invitava tutti a partecipare perché, come dice un saggio del secolo scorso, tutti i salmi finiscono in gloria.

Con amistad,

Fiore

Santa Cruz 25 settembre 2012