L’Italia nella crisi

Si dice che da lontano si vede meglio. Se è vero, trovandomi in Amazzonia, ho quasi il dovere di dire come vedo la crisi italiana… e mondiale.
1. La crisi italiana e il livello della tecnica.
L’Italia, si sa, ama più l’arte che la scienza; più l’intuizione che il sillogismo; più la fantasia che gli schemi; più il caos che l’ordine… Non è un male, basti pensare a Nietzsche: “Ci vuole il caos per generare una stella danzante”, o a Piaget che riconosce al caos una funzione decisiva in pedagogia.
Ricordo che Luca Ronconi realizò una versione teatrale de “L’Orlando furioso” di Ariosto con scene
in rete in un capannone immenso, lasciando il pubblico libero di aggirarsi tra le scene. Il critico
teatrale del Time scrisse estasiato che quella era l’immagine dell’Italia: una magnifica confusione
che funziona, un bel casino”. Gli stranieri ci vedono così: artisti alquanto confusionari anche in
politica e in economia; e non capiscono come possiamo essere nel G8.
Ma a volte si esige un governo “tecnico” che metta paletti, limiti le sbavature, imbrigli la vita
politica italiana. “Tecnici” o “praxici” in politica sono gli anglosassoni: hanno due partiti impegnati
a difendere o la solidità della moneta (partito liberale in Inghilterra, repubblicano negli USA) o la
priorità del sociale (partito laburista in Inghilterra, democratico negli USA); spesso i due partiti si
alternano al governo. La politica italiana non mira tanto alla praxi, quanto piuttosto all’ideologia
di ciascuno dei partiti (a motivo del peso dell’ideologia, la Chiesa nel dopoguerra aveva esaminato
e bocciato tutti i partiti italiani eccetto la DC!). Visto così, il governo tecnico del senatore Mario
Monti (economista rispettato mondialmente) ci voleva e, di fatto, fu salutato come provvidenziale.
2. La crisi europea e il livello della politica
Ma dobbiamo dire che la crisi italiana si iscrive nella crisi europea, ed è crisi politica più che
economica. Per risolvere la crisi, non è sufficiente avere due tecnici “super Marios” (Monti e
Draghi) a dirigere l’Italia e la Banca Centrale Europea.
Nel 1946, Winston Churchill disse: “Dobbiamo costruire una specie di Stati Uniti d’Europa”. I padri
fondatori dell’UE – De Gasperi, Schumann, Adenauer – prevedevano un’Europa unita non solo
economicamente, ma politicamente e perfino spiritualmente. È stato poi un gesto da adolescenti
quello di creare in fretta l’Eurozona, pensando che la moneta unica avrebbe creato un blocco
economico gigante e che ciò fosse sufficiente.
Non solo il PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna), ma tutti i paesi europei sono in
crisi e lo è l’Europa nella sua totalità: bisogna curarla integralmente se si vuol curare l’Eurozona.
L’UE soffre di “anomia istituzionale”. I gestori europei che prendono le decisioni politiche
ed economiche sono lider che rispondono agli elettorati nazionali che li hanno votati: essi
hanno minimamente il mandato di lavorare per il bene comune dell’Europa intera. L’UE non
è una “federazione”: se lo fosse, essa avrebbe, per esempio, regole fiscali e politiche bancarie
comuni. La stessa Commissione Europea (CE) ha una forza condizionata e contingente, orientata
per ora alla regolamentazione del commercio e al rafforzamento della competitività. C’è unione
monetaria, ma non un potere esecutivo europeo… La crisi finanziaria è solo la punta di iceberg di
quella politica o “holistica”. Diciamolo, ecoando una frase storica: “Qui si fa l’Europa o si muore!”
3. La crisi mondiale e il livello del neoliberismo.
La crisi è di sistema ed è mondiale. Bisognerà arrivare a dichiarare il fallimento del capitalismo
neo-liberale che ha come suoi pilastri il pensiero unico, il mercato globale e il libero flusso dei
capitali. Tale sistema ideologico-economico che si autodefiniva come il più illuminato, definitivo
(“Siamo alla fine della storia”, disse F. Fukuyama), ha mostrato d’essere un tragico equivoco. Siamo
testimoni di aberrazioni inedite: 357 capitalisti dispongono legalmente delle stesse risorse di due
miliardi di poveri; l’economia tiene in ostaggio la politica del bene comune; circolano più soldi in
quattro giorni sui mercati finanziari che in un anno nell’economia reale; si continua a invocare
consumismo e crescita anche se il pianeta è allo stremo… I paesi ricchi, non volendo riconoscere
che il sistema neoliberale è alla metastasi, invocano misure palliative; chiedono la solidarietà del
BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, SudAfrica); ricorrono ai loro privilegi per salvarsi, come nel caso
dello “tsunami” di 8,8 trilioni di dollari, iniettati nei mercati, tanti da sconvolgere cambi e prezzi
nei Paesi dell’intero pianeta… C’è un sistema perverso: le banche prestano denaro ad alti interessi
ai governi per dilazionare i debiti, traendo in tal modo profitto dalla crisi che esse provocarono
e rinforzando il loro potere. “C’è crisi ma con essa gli esperti (i furbi) lucrano barche di soldi”. Il
Povero è offeso nella sua dignità. Questo è il tipo di civiltà che sta agonizzando sotto i nostri occhi:
uno dei più miseri che la storia abbia conosciuto.
E a questo punto ci dispiace dirlo: Mario Monti è procere del neoliberalismo. E’ una persona
onesta; ma Bertolt Brecht direbbe: “Anche il fulmine che s’abbatte sulla casa è onesto. Tu sei
coraggioso. Contro chi? Tu non guardi il tuo interesse. Allora guardi l’interesse di chi?”. Cioè,
guardi l’interesse del popolo o dei signori neoliberali? Di fatto Monti sta tentando un salvataggio
dentro alla visione neo-liberale che si taccia per un sistema che non ha alternative. Come cristiano,
io non accetto il presupposto dell’assenza di alternative, poiché credo in Gesù Cristo che con la
ressurrezione è l’alternativa umanamente impossibile.