Religioni e teologia a cammino

Introduzione
La recente pubblicazione dei dati del censimento del 2010 sulla religione in Brasile, ha confermato le previsioni: i cattolici sono scesi a 64,6%; gli evangelici sono cresciuti a 22,2% (essi speravano anche di più). Nella proiezione, i cattolici (99,7% nel 1º censo del 1870 e 91,8% nel 1970) nel 2030 saranno meno di 50%; e nel 2040 saranno raggiunti dagli evangelici. Sarà il caso inedito della religione egemonica di un paese perdere la maggioranza per volontà dei cittadini, senza rivoluzione armata, solo con la rivoluzione gridata dai pastori ai crocicchi e ai microfoni di radio-Tv).
Nel Brasile di oggi sono più evangelici i giovani e le donne; sono più cattolici gli anziani e gli agricoltori. I più istruiti sono gli adepti dello spiritismo. Gli evangelici sono più numerosi nelle regioni del flusso migratorio, nel Sudest e Centro-Ovest, grazie ai molti pastori e alle innumerevoli chiesette “fai da te” che non dipendono da gerarchie centralizzate. La Chiesa cattolica ha fatto l’opzione per i poveri, ma i poveri frequentano il luogo di culto più vicino a casa.
Qualcuno fa notare che i cattolici non sono diminuiti dove le CEBs (Comunità Ecclesiali di Base) hanno perseverato (nonostante i sospetti di Roma); ma altri affermano che ad evitare il tracollo dei cattolici sono i “padri cantautori” con i programmi televisivi e il linguaggio carismatico.
C’è un ritorno al populismo politico-religioso per intruppare in nome della fede un elettorato politicamente analfabeta. Il pastore convince i suoi fedeli a eleggere un consigliere comunale e un deputato che difendano gli interessi della propria chiesa. E’ quello che poi fanno, formando alleanze o lobby in vista di privilegi e finanziamenti. I deputati “evangelici”, eletti col voto “de cabresto” (al guinzaglio), sono tutti sotto processo; sono tra i deputati più assenti; e in dieci anni non hanno presentato nessun progetto espressivo… Ma si è anche dato il caso recente del PMDB (partito di centro) che a S.Paolo ha lanciato in Cattedrale la sua candidatura al comune, non solo cercando elettori tra i cattolici, ma invadendo il sacro!
C’è poi il fattore economico: fondatori di chiese e pastori invadono la TV; fanno delle tasche dei poveri il loro Eldorado; come banchieri di Dio, riscuotono decime e offerte, ricorrendo a “miracoli” e show. Favoriti dall’esenzione fiscale, montano veri imperi: lavano denaro sporco, comprano ville e latifondi, esportano capitali…
Curiosamente, l’interesse per la religione in Brasile è cresciuto di pari passo con la crescita economica, in questo tempo di B.R.I.C.S. e… di era dell’acquario. E’ aumentato il menu religioso. Sono in aumento: gli adepti di religioni nuove o orientali e… gli atei, i praticanti e i credenti non praticanti, la secolarizzazione e la rivincita del sacro, il fanatismo e la “liquidità”; i convertiti e i “generici” (che aderiscono a più di una chiesa)… Si direbbe che il concetto di religione è cambiato: da dovere in vista della salvezza, a diritto per il “fitness” delle persone. Invece che perseveranza, mercato religioso con concorrenza.
La teologia come scienza è atto secondo in risposta alle sfide e alla pratica pastorale. Ed ora abbiamo una sfida inedita: come dice il Documento di Aparecida, siamo davanti non a una mutazione epocale, ma ad un’epoca di perpetua mutazione. Anche se in Brasile le conversioni sono interne al cristianesimo, da una Chiesa all’altra, occorre fare il punto sulla attuale teologia della religione e delle religioni, e prospettare nuovi elementi. In libreria o in internet c’è letteratura sul tema, ma non selezionata. Perciò mi permetto di balbettare qualcosa. E chiedo: non sarebbe questo momento, paradossalmente, un kairòs per riflettere sulla religione come fenomeno umano?

1ª PARTE
L’essenza della religione
Per gli antropologi la religione è parte della cultura, e la cultura è un arco.
Un discepolo chiese al suo maestro: “Cos’è cultura?”.
Il maestro che era arciere, non rispose verbalmente, ma scoccò tre frecce: su un albero, sul un bersaglio a forma di silouette di una persona e su un’alta figura totemica. Quindi disegnò cerchi concentrici intorno alle frecce.
Il discepolo si inchinò in segno di ringraziamento.
Il discepolo aveva capito che cultura è il rapporto di un popolo con la natura circostante (rappresentata dall’albero), con il gruppo sociale (la silouette umana) e con l’universo simbolico (il totem). E ogni popolo ritiene di aver centrato perfettamente il rapporto con i tre livelli, pur riservandosi il diritto di migliorarlo. La religione fa parte del terzo livello, simbolico, insieme con la filosofia, l’arte… Di fatto ogni popolo ha sviluppato il suo rapporto con la sfera superiore, spirituale, dalla quale sente di dipendere e che lo onora grandemente con la comunione divina.
Con la secolarizzazione sono ritornati vecchi dibattiti. A “fare” la religione sarebbe l’uomo che non ha ancora conquistato se stesso; la religione sarebbe il compendio enciclopedico mitizzato di sé e del mondo. Feuerbach diceva che la religione è causa di schiavitù perché l’uomo che si sente schiavo-dipendente di un’entità superiore, incatenato nel “mondo delle idee”, diventa facilmente schiavo del suo padrone materiale. Marx invece diceva che la religione è conseguenza della schiavitù: cioè l’uomo, materialmente insoddisfatto, ricorre alla religione come ad una droga (l’oppio). In questi casi, non sarebbe Dio che crea l’uomo, ma l’uomo che fa la religione (crea dio), per una felicità illusoria. Insomma, la religione sarebbe reazionaria-alienante e la felicità “reale” dipenderebbe dall’eliminazione della religione.
Henry Desroche obietta, anche ipotizzando che la religione sia un miraggio, “nessuna strada ha mai condotto nessuna carovana fino a raggiungere il suo miraggio, ma solo i miraggi hanno messo in moto le carovane”.
Denunciare la religione come alienazione è riduttivo. Le religioni nascono al vertice delle culture dei popoli. I compendi del patrimonio delle tradizioni religiose dei popoli provano l’indubbia ricchezza delle religioni, cfr. Roger Garaudy (morto recentemente) col suo libro: Appel aux vivants e Hans Küng: Ricerca delle tracce. Le religioni universali in cammino.

Autocoscienza della religione cristiana
Sant’Agostino (IV-V sec.) diceva che un filosofo pagano, raziocinando rettamente, può raggiungere la verità, perché è Dio l’autore della ragione. Tommaso d’Aquino (XIII sec.), seguendo il consiglio di Agostino, ha cercato il filosofo più qualificato, l’ha ravvisato in Aristotele e ha fatto della sua filosofia dell’essere l’ancella per la sintesi teologica. Tale sintesi tomista, inizialmente sospettata, è divenuta la teologia ufficiale della Chiesa.
La Chiesa afferma l’assoluta novità e originalità della Fede cristiana. Dio si avvicina all’uomo, e si fa uomo(!) in Gesù Cristo, il quale, con la sua Morte in croce e la sua Risurrezione, vuole salvare tutti gli uomini, donando loro lo Spirito Santo che li fa figli di Dio. In tal senso la Fede cristiana non dice che gli uomini si riconciliano con Dio, ma che “Dio in Cristo ha riconciliato a sè il mondo” (2 Cor 5, 19). La Chiesa annuncia e comunica Cristo, unico Salvatore; afferma che Cristo ha costituito sulla terra un’unica Chiesa e l’ha istituita come comunità visibile e spirituale, che fin dalla sua origine e nel corso della storia sempre esiste ed esisterà, e nella quale soltanto sono rimasti e rimarranno tutti gli elementi da Cristo stesso istituiti.
La Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica, sussiste nella Chiesa Cattolica, governata dal Successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con lui. La Chiesa di Cristo non “sussiste” ma è “presente e operante” nelle Chiese e nelle Comunità ecclesiali non ancora in piena comunione con la Chiesa Cattolica. Anche i seguaci delle altre religioni sono ordinati alla Chiesa: oggettivamente “orientati” verso la Chiesa visibile, fanno parte di quella Chiesa più ampia, conosciuta solo da Dio.
Questa autocoscienza della Chiesa s’è sviluppata senza soluzione di continuità per 2000
anni; pare non sia incrinata neanche da statistiche, scandali, critiche. Ed è questa teologia dogmatica fondamentale “ortodossa” che muove noi missionari “ad Gentes”.
“L’azione evangelizzatrice della Chiesa non può mai venir meno, poiché mai verrà a mancarle la presenza del Signore Gesù nella forza dello Spirito Santo … Gli odierni relativismi e irenismi in ambito religioso non sono un motivo valido per venir meno a questo oneroso ma affascinante impegno, che appartiene alla natura stessa della Chiesa ed è suo compito primario” .
(Congregazione per la Dottrina della Fede, Nota dottrinale su alcuni aspetti dell’evangelizzazione, 13).

Sulle religioni non cristiane
Al contrario della teologia dogmatica fondamentale, la teologia delle religioni non cristiane è venuta cambiando. Sant’Agostino aveva affermato che un filosofo pagano può raggiungere la verità, ma un teologo pagano è sempre in errore, perché sviluppa una religione deviante rispetto alla vera. In altre parole, c’è la religione cristiana, vera perché rivelata da Dio Creatore; e ci sono le religioni false creatrici degli dei, frutto dello sforzo umano e del maligno, diaboliche nella misura in cui divergono dalla religione cristiana. E se la religione cristiana è l’unica che può salvare, perfino le guerre di conquista erano considerate una missione, per salvare i popoli barbari e/o primitivi “seduti nelle tenebre e nelle ombre di morte” delle religioni false.
Col Concilio Vaticano II (1962-65) c’è stata una soluzione di continuità. Il Concilio ha disdetto la tesi delle religioni false. Ha detto: “Avendo esse una sola origine: Dio, e avendo anche un solo fine: Dio, le religioni non-cristiane contengono raggi di bontà, elementi di verità e di grazia come per una segreta presenza di Dio” (AG, 9). Le religioni contengono “cose vere e buone” (OT,16), “cose preziose, religiose e umane” (GS, 92), “germi di contemplazione” (AG, 11, 15): sono i semina Verbi (germi del Verbo di Dio). La Nostra Aetate dice che le religioni non cristiane “quantunque in molti punti differiscono da quanto essa stessa [Chiesa] crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio della verità che illumina tutti gli uomini” (NA, 2).
Il cammino del Concilio è stata una corsa ad ostacoli, di aperture e cautele, per non contraddire mai la Sacra Scrittura. Il Concilio dice che la Chiesa, come detentrice della rivelazione, individua-purifica-libera, alla luce del Vangelo, dalle scorie e da elementi spurii tutto ciò che di buono e di positivo c’è nelle diverse religioni e lo raccoglie. E dice che le religioni non sono tutte sullo stesso piano; non sono più o meno la stessa cosa. Non sottace che le religioni non-cristiane contengono errori teorici e pratici, malformazioni, distorsioni, visioni riduttive… Queste negatività sono dovute alla natura delle religioni non-cristiane, che, fatta eccezione per la religione ebraica, sono frutto ed effetto di sforzi e tentativi compiuti dall’uomo per giungere a Dio e per mettersi in contatto con Lui (anche se non si esclude che, in alcuni casi, i fondatori di esse abbiano potuto ricevere qualche dono particolare dall’alto). In molti casi l’uomo si è immaginato e costruito divinità a propria immagine e somiglianza, capovolgendo Genesi 1,27, che dice che è Dio ad aver fatto l’uomo a propria immagine e somiglianza e ad averlo chiamato a condividere la sua vita, donandogli anche la capacità e la forza per realizzare tale obiettivo.
In sintesi, possiamo discernere, imbottiti nei documenti del Concilio, tre modelli di teologia delle religioni non cristiane.
1º modello, di sostituzione: Gesù è l’unico vero salvatore; le altre religioni possono offrire solo interrogazioni (tale modello è pre-conciliare, ma non completamente assente nel Concilio);
2º modello, di compimento: le religioni contengono valori… che possono trovare in Gesù il loro compimento (questo è il modello conciliare per eccellenza).
3º modello, di reciprocità: Gesù è il vero Salvatore del mondo, ma non l’unico, di fatto nelle religioni incontriamo messaggi sintonizzati col Vangelo.
Senza dubbio a partire dal Concilio sono cresciuti il rispetto e la stima per le religioni da parte dei cristiani – gerarchia e fedeli -, anche in considerazione dei diritti umani universali. Dice Benedetto XVI: “Tutti i ricercatori di Dio hanno la stessa dignità e la stessa libertà; e le religioni possono e devono offrire preziose risorse per costruire un’umanità pacifica, perché parlano di pace al cuore dell’uomo”. La regola d’oro di tutte le religioni recita: “Non fare agli altri ciò che non vorresti che gli altri facciano a te”. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI si son fatti promotori di incontri tra le religioni, seppure c’è chi fa notare che essi mai avrebbero participato a un incontro delle religioni se a indirlo fossero altri capi religiosi.
In un articolo, in internet, Mons. Raffaello Martinelli scrive: Come la chiesa cattolica considera le religioni non-cristiane? La Chiesa Cattolica ha anzitutto una visione positiva nei confronti delle religioni non-cristiane. Da quanto detto sopra, si conclude: sì, ma…
Il discorso del Concilio è ancora “cattolico-centrico”. Le religioni sono valorizzate non per quello che predicano e testimoniano, ma per quello che la Bibbia permette o dice di loro. Tale atteggiamento non regge più. I cristiani impegnati e gli educatori chiedono un approccio più laico e diretto, meno corporativista e dogmatico, meno farcito di “ipse dixit” o di citazioni bibliche prese fuori contesto, apoditticamente. Inoltre il discorso è “per mandarini”, lontano dal linguaggio dei cittadini del computer e della maggioranza dell’umanità, che vive nelle periferie, con violenza, mancanza di saneamento basico, bambini, chiesette evangeliche e… attesa inconscia del Regno. Ci mette anche tutti a disagio l’insistenza dogmatica sull’ortodossia, per cui le altre religioni hanno errori, mentre “Cristo ha costituito sulla terra un’unica Chiesa nella quale soltanto sono rimasti e rimarranno tutti gli elementi da Cristo stesso istituiti”.

2ª PARTE
La cultura e il pluralismo
Così come l’abbiamo, la teologia delle religioni è ancora un labirinto. Noi classifichiamo le religioni in: – cosmiche (dell’Asia) non rivelate; – ecologiche o primitive (dell’Africa e dei nativi americani) non rivelate; – del Libro (ebraismo, cristianesimo e islan) rivelate. Ma è giusto mettere confini così netti? Se di rivelazione provvidente parliamo, sarà che le religioni asiatiche sono solo frutto di sforzo umano? Delle tre religioni del Libro, se non accettiamo una rivelazione plurima, perché parrebbe che Dio si stia contraddicendo, come contestare i musulmani che rivendicano la preminenza del Corano, rivelazione dettata da Dio? E che cosa pensare dei non-credenti? Cercasi il filo di Arianna per uscire dal labirinto. Esso potrebbe venire da una riflessione sulla/e cultura/e.
Malinowski diceva che, per la retta comprensione di una cultura “altra”, determinante è il posto dove l’antropologo appende la rete e l’unico posto onesto è nella cultura in questione. L’etno logia è maturata da quando l’etnografo ha cominciato a immergersi nella cultura oggetto della sua ricerca, senza giudicarla a partire dalla propria. Oggi è comunemente accettato che ogni cultura è sé stessa, senza nessun diritto a classificare culture superiori o inferiori, giuste o sbagliate, primitive o civili… Ogni cultura ha la sua identità ed è “situata”: è stata elaborata da un popolo per il bene del popolo, di cui si propone di promuovere e difendere la vita. Essa è provvidenziale, frutto del meglio del popolo in questione. Non è statica-finita: essa è in atto e in progress. Anzi, la cultura può cadere in qualche equivoco…
Per esempio, i Mru del Bangladesh, hanno fatto del loro analfabetismo un elemento identitario. Nella celebrazione annuale del mito fondante, raccontano che Dio aveva dato la scrittura alla vacca perché la portasse al popolo, ma nel cammino essa ha mangiato ingordamente il libro. Essi sacrificano una vacca: la macellano e, aprendole il petto col coltello, vedono le membrane che avvolgono lo stomaco aprirsi come pagine: è la prova del peccato dell’animale. Essi allora accettano la loro condizione di analfabeti.
In Cina la dinastia mancese Qing (XVII-XX secc.) impose, come segno di dominio, il codino agli uomini e lo storpiamento dei piedi alle donne (alle bambine): le due imposizioni diventarono canoni di bellezza(!?!). Poeti cantavano la bellezza dei piedi dell’amata “piccoli come ditali”…, ma che la facevano camminare a stento e come una capretta.
Ancora più gravi sono le pratiche dell’infibulazione e mutilazione dei genitali femminili in paesi africani e arabi.
Non solo le culture possono incorrere in malintesi, ma esse inevitabilmente fanno delle scelte che ne escludono altre (è la limitata condizione umana). Gli orientali scelsero e accentuano l’armonia; gli occidentali il conflitto. Per garantire l’armonia gli orientali evitano il conflitto, nascondendo lo sporco sotto il tappeto. Per il conflitto, molla del progresso, gli occidentali rinunciano all’armonia, esaltano le guerre e… i dibattiti (con par condicio) nella vita e nei MCS al punto di fare l’apologia della violenza.
Insomma, ogni cultura è limitata, può perfino equivocarsi; ma individui e popoli necessitano della propria cultura, come dell’aria che si respira.
E’ molto suggestivo il pensiero del missionario anglicano Max Warren:
Il nostro primo compito nell’avvicinarci a un altro popolo, un’altra cultura, è toglierci le scarpe. erché il luogo al quale ci stiamo avvicinando è sacro. Altrimenti correremmo il rischio di schiacciare i sogni altrui. Peggio ancora: correremmo il rischio di dimenticarci che Dio già stava lì, prima che noi arrivassimo.
In altre parole, la cultura è quel terreno del Monte Oreb antistante il roveto ardente, un terreno sacro, da avvicinare togliendo i sandali. Essere scalzi significa due cose (un ossimoro): stare in punta di piedi per rispetto al terreno sacro; e aderire bene alla terra con la pelle dei piedi per fare un’esperienza mistica in terra estranea.

Cultura e religione
Comportarsi con le religioni come con le culture è un buon filo di Arianna, che tradotto è il modello di accettazione, il quale si aggiunge ai tre modelli citati sopra. Questo quarto modello recita: Ogni religione cerca la salvezza per il suo popolo ed è non-misurabile in confronto alle altre.
Ma se nell’etnologia, come si è detto, è diventata prassi comune colocare la rete nella cultura in questione, nella teologia non sta avvenendo la stessa cosa per le religioni. La fede non è come un vestito che si possa smettere: non è facile per me mettere la mia fede tra parentesi per ascoltare l’altro dentro al suo universo ermeneutico e spirituale, senza piegare le sue parole e senza preparare la controffensiva. Io ho la tendenza a collocare sempre la rete nella mia religione. Io pretendo per quanto mi è possibile che il non-cristiano sia me; pretendo di dargli i miei occhi per vedere attraverso di essi, lo voglio ficcare nella mia pelle e costringerlo negli schemi della concezione cristiano-occidentale… Neanche i missionari più sensibili e aperti, come Matteo Ricci e Roberto de Nobili, si avventurarono a porre nelle religioni approcciate il loro osservatorio.
E la gerarchia cattolica ritiene suo dovere fiscalizzare sia documenti che eventi e aderirvi solo se rispettano i dati rivelati. Valga un esempio per tutti: è stata elaborata, su richiesta dell’ONU, la Carta della Terra (anno 2000); la commissione del Vaticano l’ha studiata e ha giudicato il suo incipit inaccettabile perché immanentista. Di conseguenza, la Carta non ha ricevuto a livello mondiale(!) quella accettazione e diffusione che era prevista.
Insomma, pur con tutta la generosità, noi misuriamo le altre religioni a partire dalla nostra, col metro dei nostri dati rivelati, e accettiamo il dialogo per magnanimità. Però il dialogo è tra due “poveri”, e se io non mi ritengo povero-bisognoso, il dialogo diventa giustapposizione di monologhi.
Accostando invece la religione alla cultura, ogni religione sarebbe sé stessa, quindi vera, limitata e in progress. Un esempio: il cristianesimo afferma Dio trascendente creatore; la religione cinese afferma che c’è l’autocreazione sempre in atto da un tempo indefinito. Che dire? Procedere per eliminazione: o-o, oppure per accettazione: e-e? La verità è acquisita oppure è un orizzonte verso il quale siamo tutti pellegrini? Ma questo atteggiamento è una rivoluzione copernicana: valorizzare le altre religioni perché contengono elementi differenti dalla mia!
Qualcuno obietterà che tra cultura e religione c’è un gap, tant’è vero che la cultura non si concepisce fuori della sua culla (popolo di origine), mentre più di una religione ha perso la sua culla. Ma la religione, almeno all’origine, è strettamente connessa con la cultura come parte di essa; quindi la comprensione della religione cresce con lo studio della cultura nella quale essa è sorta.

La cultura ebraica
Uno studio attento del cristianesimo, dal punto di vista delle culture nelle quali si originò, riserverebbe gradite sorprese. Mi limito qui a qualche elemento della cultura ebraica.
“Abele divenne pastore di greggi e Caino coltivatore della terra. Qualche tempo dopo, Caino portò come offerta al Signore alcuni prodotti della terra. Abele, a sua volta, portò primogeniti del suo gregge e ne offrì al Signore le parti migliori. Il Signore guardò con favore Abele e la sua offerta, ma non prestò attenzione a Caino e alla sua offerta” (Gn 4,2b-5a).
Questo paragrafo afferma che Dio ha il diritto di scegliersi un prediletto e il prediletto è Abele, rappresentante del popolo ebraico, che ha per padre Abramo, un arameo errante che coi suoi greggi percorse la mezzaluna fertile, da Ur di Caldea fino a Canaan. Il clan degli abramiti divenne popolo quando un pugno di habiru (avventizi) fuggì dall’Egitto e scrisse la sua costituzione durante una marcia di 40anni nel deserto, sotto la guida di Mosè. Dire che Abele, fratello minore, è pastore mentre Caino, fratello maggiore, è contadino, equivale a dire che il popolo degli ebrei ha conservato il nomadismo, quando altri popoli, maggiori di lui, erano diventati sedentari.
Il contadino sedentario vive il giro annuale del ritorno delle stagioni, con la rinascita della primavera e della fecondità. Egli sviluppa una fede fatta di rispetto/timore negli spiriti che evidente-mente popolano la natura e presiedono le sue forze. Il suo Dio è immanente e plurimo, è Deus sive natura, (Dio ovvero la Natura, Lucrezio e Spinoza). Cioè, la cultura contadina è circolare e panteista.
L’esperienza del pastore nomade è differente. Egli non aspetta l’annuale ritorno circolare delle stagioni, si muove costantemente alla ricerca di pascoli, procede in linea retta. In conflitto con gli agricoltori, il pastore ha la vita sempre minacciata (Caino volendo uccidere Abele). Nei momenti cruciali i pastori ebrei avvertono che una forza trascendente li viene a difendere e non li abbandona alla mercé dei nemici che sono ben più forti. Ne deriva che i pastori piuttosto di vedere Dio presente nella natura con le stagioni, avvertono Dio trascendente che si prende cura di loro come di un beniamino e scende a proteggerli.
Riassumendo, gli ebrei ci fanno dono del monoteismo e della storia. Il monoteismo è fede in Dio unico e trascendente (esperienza inedita, non riuscita al faraone Akhenaton). La storia è la concezione del tempo non come ripetizione del giro annuale, ma cammino da un’origine a un punto finale (esperienza sconosciuta ai contadini e… ad Ulisse che ha nostalgia di Itaca). Il Dio degli ebrei è un Dio Altro, che chiede di uscire e dialogare con lui (io ritengo che questo rese gli ebrei molto perspicaci: ebrei sono Freud, Marx, Einstein, Wittgenstein, gli inventori della bomba atomica…); Yawheh, l’assolutamente Altro, promette di intervenire per salvare l’umanità, entrando nella storia, e, inevitabilmente, nasce ebreo, Gesù di Nazaret.

Relatività e riforma delle religioni
Io ringrazio Dio della fede che mi ha dato, ringrazio gli ebrei per il ruolo che hanno accettato di svolgere, ringrazio la mia Chiesa cattolica per la sua chiara perseveranza. E seguo la mia vocazione missionaria di andare dove mi porta lo Spirito. Cercare nuove terre non vuol dire essere in crisi di fede, ma, semmai, avere una fede incrollabile. Se ogni cultura è un terreno sacro, quanto più ogni religione. Qui non si tratta di cedere al relativismo, ma di introdurre la relatività (dobbiamo cominciare a diffondere e difendere questo vocabolo).
C´è di più. Gesù non ha voluto una religione sua, esclusiva, egemonica nel pianeta. Ha proposto un cammino, un orizzonte di giustizia, pace, felicità spirituale, amore, fraternità, condivisione, donazione, autenticità… In questo, Gesù continuava la tradizione del suo popolo e dei popoli del Medio Oriente che hanno sviluppato (specialmente a partire dall’ottavo secolo a.C.) una religiosità legata al sociale, alla giustizia. Tale esigenza col passare dei secoli era andata scemando, con il prevalere dell’istituzione. E con l’istituzione Gesù si è scontrato.
Possiamo introdurre l’ipotesi: se Gesù non voleva fondare una nuova religione ma riformare la sua religione giudaica, non sarà missione prioritaria, più in linea con la sua proposta, offrire a ogni religione elementi evangelici per un’autoriforma? Gandhi diceva di pregare “perché il cristiano diventi un miglior cristiano, l’induista un miglior induista, il musulmano un miglior musulmano…”.
Evidentemente, questo non significa togliere alle persone la libertà di aderire a una nuova religione, secondo l’impulso della grazia e della propria coscienza. Questo richiede che io, missionario, annunci Gesù Cristo. Nel dialogo, in un terreno di mezzo, io ascolterò quello che Dio mi dice con le parole e la testimonianza del buddista o del musulmano… e a mia volta, con sincerità darò la mia testimonianza di cristiano. Nel dialogo conoscerò Budda, Laozi…, è un mio diritto; e conoscerò meglio Gesù al proporlo come dono.
La “riforma delle religioni” può essere la caratteristica che contraddistingue la missione ad gentes e dovrà consistere nella testimonianza del Regno, sempre ricordando la definizione di Paolo che il Regno è “giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo” (Rom 14,17). Ma qui sta la “nota dolens” di noi cristiani. Noi non siamo certo paladini di giustizia e solidarietà! In un mondo pieno di tante disuguaglianze, noi viviamo come favoriti nelle regioni favorite. Dice Hobsbawm che i favoriti non conoscono i pensieri di chi sta dall’altra parte; a nulla vale avere internet che informa e dona immagini del terzo mondo con un solo click di mouse a tutte le ore del giorno.
“È necessario un enorme sforzo dell’immaginazione, oltre a tanta consapevolezza, per uscire dalle nostre confortevoli enclavi, protette e preoccupate solo di sé, per entrare in un mondo più grande, privo di comodità e di protezione, e abitato dalla maggioranza della specie umana”.

La missione contro la banalità
Non basta riformare le grandi religioni, predicando il Regno. Dobbiamo tener presente che esse sono in crisi per il sorgere di nuove chiese e religioni light. Ma anche su questo tema occorre riflettere senza preconcetti. La nostra tendenza è attribuire il boom attuale delle chiese evangeliche
al compendio mitizzato che esse fanno del mondo e dell’uomo alienato-sottosviluppato. Ma non possiamo negare che le chiese evangeliche sono accoglienti-inclusive. Esse parlano di cura (sempre di cura!) non solo e non tanto fisica, ma spirituale, sociale (perfino economica). Rockeiros, drogati, funkeiros, prostitute che si sentivano fuori della dottrina cristiana, si sentono addirittura valorizzati, missionari, testimoni. Le chiese evangeliche sono urbane, decentralizzate, si adattano al pubbico target; sono flessibili moralmente, su temi come famiglia, sesso, genere: stanno creando cultura.
Ma non possimo negare che certe chiese mega sono piuttosto lucrative imprese di fitness e non lasciano nessun spazio per l’ecumenismo e il dialogo. Per A.J. Heschel, rabbino americano di origine polacca, l’essenza della religione è liberare l’umanità dalla banalità. Ma oggi la religione stessa sta diventando banale! Allora, chissà?, la missione oggi è togliere la banalità dalla religione. Infatti, se il sale diventa insipido, con che cosa lo si salerà? Diventa dispensabile, da buttare.
E qui va un’ultima riflessione: se la religione del futuro è una “next age” basata sullo show e l’individualismo, a che servirebbe imitarla, per tamponare l’esodo dei fedeli dalla Chiesa Cattolica? La Chiesa Cattolica e le Chiese Protestanti “classiche” devono riflettere sullo spazio che concedono al pentecostalismo in vista del numero. Fino a quando ci preoccuperemo con i numeri, il potere, l’istituzione…? Non è abbassando il livello, prendendo un cammino alienante, caricandosi di pratiche sacrificali che la Chiesa compie la sua missione, ma nella condivisione con affamati, assetati, malati, stranieri, prigionieri… proclamando l’anno di grazia del Signore (cf Mt 25).