Sgombrare gli orizzonti ristretti… e quando i muri sono alti, sognare.

Convegno di Pisogne – Lago d’Iseo, 6 ottobre 2012
Intervento di Macondo tenuto da Gaetano Farinelli assieme a Fausto Stocco.

 

I.

In questi anni siamo rimasti trattenuti, oppure rallentati o addirittura legati alla catena, incapaci di muoverci, o quantomeno in difficoltà a muoverci ed a vedere oltre, da vari episodi o situazioni. Provo a elencarli: tanti e forse ne mancano alla conta. Eccoli: La crisi delle ideologie, la fine del binomio destra-sinistra, anche se siamo rimasti nostalgici di quei riferimenti.
La crisi dei partiti, che hanno perso identità e hanno acquistato o meglio sono stati acquistati da dei padroni. Partiti con tanti programmi, un poco simili, senza più riferimenti ideali, sostituiti da nomi di persone, di animali, di piante. Tentativi di dare vita a proposte che si spegnevano al primo vento.
Aggiungo la caduta dello stato di diritto e dunque delle regole che sostengono la comunità, a partire dalla costituzione, alle leggi inique, alla impunità della corruzione. Alla corruzione dilagante, allo spregio dei simboli, allo spregio delle istituzioni, al mercanteggiamento dei programmi, delle scelte politiche.
La crisi economica, sentita come la grande crisi, crisi di sistema; senza capire che cosa significa poi la parola ed il senso: un grande debito che bisogna pagare; e che una volta pagato…  ma nessun vuole pagarlo; e cosa significhi pagarlo? Qualcuno aveva accennato che la crisi poteva essere un buon pretesto per cambiare vita. Nel 1200 in Italia, al tempo dei mercanti, dei commercianti, della prima finanza nacquero gli ordini religiosi dei mendicanti. Oggi invece…
Oggi sul debito, si spendono tutte o quasi tutte le risorse. Ma è veramente questo il problema? Basta pagare il debito e poi siamo a posto? E che cosa cambia nel nostro modo di vivere e di pensare? È capace la nostra società di accettare questo sacrificio? Cosa succederà da qui in avanti? Reggerà la politica, cioè la conduzione della vita sociale e culturale di questo paese nella soluzione del dilemma? Sarà in grado la politica di offrire una prospettiva reale al paese?
Tutte queste situazioni ci hanno messo in difficoltà o addirittura al palo. Abbiamo perso la prospettiva. Ci siamo trovati di fronte ad un muro alto. Nel frattempo il consumo, il consumismo, che è consumo individuale e non uso comune delle cose, il consumo ha continuato a fare i suo danni. Viviamo in uno stato di guerra, tra macerie. E vorremmo ritornare indietro in un mondo che è scomparso.
Qual è il nostro compito in questa situazione? È un compito tecnico, un impegno amministrativo, una scuola di teoria politica, un coordinamento di forze contro il declino della politica? Insomma che fare, quando la guerra è aperta, una guerra civile è in corso?
Parlo per metafore. Ci addormentiamo, ed i nostri sogni sono abitati dai mostri, dagli incubi. Non riusciamo più a sognare. SOGNARE. Ecco, non riusciamo più a sognare. Cosa è successo? Ripetiamo: dobbiamo fare posto ai giovani; altri grida: rottamare per dare posto ai giovani; altri dice liberalizziamo; altri eliminiamo l’IMU; altri: eliminiamo l’Euro; usciamo dall’Europa; ecc.
Sono queste cose la soluzione? Ma cosa ci sta dietro questa mentalità di cambiamento o di ripiego? C’è una proposta politica, o c’è solo un ulteriore bisogno di consenso?
Diciamo i giovani sono il nostro futuro. Qualcuno chiarisce che i giovani sono il futuro. E allora bisogna tirarci da parte? Domande. Ancora domande. E poi c’è la fretta di dare risposte. E forse a volte cadiamo nella brutta abitudine degli uomini pubblici che appena sentono un sussurro, una voce, una critica, un richiamo su di loro e sul loro operato fanno una dichiarazione oppure un denuncia. L’urgenza mangia l’importanza.

II.

Io credo che noi possiamo fare due cose:
1) dare continuità al rapporto generazionale;
2) trasformare le azioni buone in azioni comuni, trasformare il racconto eroico in narrazione che appartiene alla comunità, trasformare la testimonianza in partecipazione alla vita sociale e politica.
PRIMO: dare continuità al rapporto generazionale. Vale a dire il recupero della relazione tra le generazioni; la relazione si è interrotta. I MITI. ogni epoca ha i suoi miti. Noi ( parlo della mia generazione che ha vissuto il 1968 )abbiamo avuto il mito della libertà, dell’affrancamento della autorità. Un’epoca gloriosa, almeno per noi, piena di speranza, di un futuro glorioso nelle nostre mani. La rivoluzione alle porte e nel cuore. Poi sono arrivati gli anni settanta, si sono allentati i fili della rivoluzione. Si sono spenti i fochi; tutto è finito. Ma resta per noi quel tempo felice. Dal quale non riusciamo a staccarci. E vorremmo, ahimé, che altri dopo di noi riprendesse quel filo; come se quello fosse il paradigma della realtà. E rimproveriamo alle nuove generazione di non riprendere quel filo, di essere amorfe. Anche questo è un filo spezzato tra noi e le generazioni dopo di noi. Anziché guardare che cosa è venuto a mancare, ci lamentiamo dei giovani. A parte la frustrazione, viene a mancare la continuità con loro. Le nostre parole si fanno lamento; e non abbiamo più nulla da dire.
SECONDO PUNTO: trasformare la nostra testimonianza in partecipazione. Tanti di noi fanno parte di associazioni di volontariato; sarebbe un errore tenere le nostre azioni a gloria nostra o della associazione; possono invece diventare una espressione gratuita di servizio alla società, di partecipazione ai problemi della società. La testimonianza non può essere un fatto personale; come fanno le persone che si servono dei poveri per avere qualcosa da fare, per sentirsi utili. La testimonianza è partecipazione, partecipazione alla vita; altrimenti è nulla. Non possiamo difendere la nostra identità in assoluto, ma spenderla nel rapporto di partecipazione con gli altri, con la società, con la comunità. In questo modo il nostro racconto il nostro agire diventa narrazione.
La narrazione stabilisce dei rapporti; inoltre dà un significato collettivo alle azioni. Le attività di volontariato, le attività sociali diventano la piattaforma di lancio per una società di servizio, in cui crescono uomini nuovi in grado di reggere e condurre la comunità.
Ma questo avviene solo se la narrazione prende spunto dal gratuito; il giovane ama la partenza. Guai se le azioni debbono avere il timbro, l’identità di partito, di chiesa o anche di associazione riconosciuta. In questo modo facciamo rientrare il giovane nei nostri ranghi, nei nostri schemi; il nostro sogno di vecchi, non può essere il sogno della riconoscenza. Guai se muoviamo le pedine, perché si ricordino di noi. Ecco la gratuità: agire in atto di servizio. E questa è la molla per una società nuova, dove possono crescere uomini nuovi. Uomini che partono, lasciamo partire!! Qualcuno la volta scorsa ricordava uomini politici di rilievo. Anche oggi possono crescere, ma perché questo sia, dobbiamo amare la partenza e la gratuità.
La narrazione è parte è della nostra storia, ma insieme è legame affettivo con chi ci ascolta, con chi segue i nostri discorsi. Senza legame affettivo, senza il sentimento dell’altro non cresce la relazione. Quante cose passano nella nostra vita, nel nostro cuore e nella nostra mente attraverso il sentimento dell’altro, la stima dell’altro. come il bimbo che apprende solo o certamente meglio, quando si sente amato e stimato dalla maestra, dal maestro. La narrazione deve essere dialettica con l’altro, come persona e come società; con la dialettica, con il confronto vanno in crisi gli schemi di interpretazione del reale, perché nessuno ha la soluzione delle cose; perché oggi i partiti non hanno un richiamo ideale? Non solo perché sono corrotti, ma perché ragionano ancora per schemi, per collocazione, per scambi di potere: tu resti segretario, ma devi tenere conto del mio appoggio.

 

III.

Perché la politica cambi, dobbiamo cambiare noi. E allora deve essere chiaro per noi la funzione della politica; che non è violenza e dunque eliminazione dell’avversario; che è anche compromesso, ma prima deve essere visione; che è senso del limite; ma pure speranza aperta; che non possiamo ritornare allo schema gerarchico di struttura e sovrastruttura.
Per questo è importante il recupero della parola che ha attinenza con la realtà e non la parola ambigua, non la dichiarazione e poi la smentita. Il recupero della speranza e non lo schiacciamento sotto il peso dell’economico, quasi fosse un dogma infallibile, uno schema che non tiene conto dell’umano, ed ha un suo processo asettico, astratto che non tiene conto degli umani, uomini e donne vivi.
Insomma dobbiamo arrivare al recupero dell’anima; che non è la veste bianca del catechismo; ma l’anima è la relazione responsabile con l’altro, con la società in cui viviamo. E non per il famigerato consenso, ma per dare risposte reali, vere e non illusione alla comunità in cui viviamo o che siamo chiamati a reggere-servire. Per questo è importante la professionalità amministrativa, è importante la esperienza politica; ma prima viene l’anima, che si prende cura delle relazioni, della speranza, che riprende sempre da capo, che ama la partenza e non finalizza mai le proprie azioni per la propria parte, la propria associazione, il proprio partito; come oggi fanno tutti i partiti per la legge elettorale; ognuno cerca la legge che gli fa comodo o che lo fa vincere e non una legge per il bene della democrazia e del bene comune.

 

IV.

Qualcuno a questo punto mi chiederà: e Macondo che fa? Macondo ha iniziato con l’ospitalità in Brasile per italiani in viaggio; ha puntato sul viaggio come strumento di formazione e di educazione.
L’associazione Macondo in questi anni varie volte è stata chiamata a fare una scelta politica, di fare schieramento di truppe; ce lo hanno chiesto alcuni amici del Brasile, ce lo hanno chiesto in Italia. Anche ultimamente un amico del movimento «Fermare il declino» della politica ci ha coinvolto nel loro programma; ma noi restiamo in un ambito che chiamano pre politico, se posso usare questa parola, che non mi piace, perché sembra quasi un modo per dire e non fare; pre politica nel senso che non entriamo nel merito di una scelta di partito, che pure scelgo ogni volta che sono chiamato al voto; e come me, gli amici di Macondo; alcuni di loro anzi entrano nelle amministrazioni comunali, fanno attività politica diretta, cioè gestione del potere e del servizio.
Per Macondo è importante svolgere un lavoro di servizio, di sensibilizzazione, attraverso la parola e la scrittura; attraverso l’incontro con altre voci e altre culture; con un’attenzione ad alcune realtà marginali come i bambini di strada e l’educazione dei bambini.
In particolare abbiamo cercato di costruire in questi venticinque anni, dei luoghi di incontro; luoghi dove le persone si incontro attorno a degli obiettivi sociali e politici. Abbiamo seguito in particolare gli adolescenti ed i giovani in campi scuola che avevano come scopo la presa di coscienza di sé, l’educazione degli affetti e dei sentimenti e l’importanza della relazione con l’altro; alcuni campi sono stati organizzati assieme al sindacato Cisl all’estero: Albania e Ex Jugoslavia, perché il rapporto si allargasse verso uomini, donne e situazioni nuove e la permanenza nel campo non fosse organizzata attorno alle parole del relatore di turno, ma si entrasse direttamente nelle cose.
Ancora, Macondo oltre alla festa nazionale che raccoglie testimonianze da paesi dell’Africa, dell’America latina e dell’Asia, e che si celebra ogni anno, organizza incontri con le famiglie attorno a temi sociali e politici, per rafforzare la coscienza di sé, la coscienza sociale e politica della famiglie, che trovano in questi luoghi di incontro, un momento di scambio personale e collettivo, affettivo e intellettuale.
La disponibilità all’incontro e alla costruzione di luoghi privilegiati di incontro non è riservato solo ai soci, ma c’è da parte nostra, di Macondo la disponibilità ad andare dove siamo invitati; a partecipare e condurre attività di altri gruppi, associazioni e comunità, che ci invitano alle loro iniziative; mantenendo la nostra caratteristica che è l’importanza dell’incontro con l’altro, lo scambio culturale e solidale, l’insistenza sul tema del bene comune; la intercultura e dunque testimonianza e partecipazione alle domande della persona e della società.
Altro strumento importante è la rivista Madrugada che nasce all’interno di un gruppo redazionale di quindici persone, che si riunisce due volte l’anno per ragionare, discutere e definire i temi della rivista trimestrale, Madrugada e scegliere gli scrittori competenti ad affrontare i temi assegnati, che sono di ordine sociale, politico, culturale.
Sono state fatte nel tempo alcune pubblicazioni in collaborazione con una casa editrice, ma anche pubblicazioni fatte liberamente in proprio; pubblicazioni di saggistica sociale e politica; ed anche di economia; in passato abbiamo pubblicato resoconti annuali di attività economica mondiale. Il tutto non solo per informare, ma per comprendere e partecipare alla nostra vita sociale e politica. Anche il libro stimola momenti di incontro attorno al’autore ed al libro; incontri che coinvolgono fino a quattrocento persone attorno ad un tema specifico affrontato in quel libro; e lo si fa assieme all’autore stesso. Finora ne abbiamo fatto uno o due all’anno.
Per Macondo fin dall’inizio l’ importante era ed è aprire gli orizzonti. Aprire gli orizzonti significa aprire la speranza attiva; aprire il campo di intervento; non chiudersi nelle parole d’ordine che passano coloro che detengono il potere e lo mantengono attraverso il consenso e non attraverso il servizio. Sentivo in questi giorni che la provincia di Trento spende il cinquanta per cento delle risorse pubbliche per il consenso.
Per formare una nuova classe politica è necessario costruire un ambiente sano; per questo è necessario costruire luoghi di incontro tra persone, che parlano, si confrontano e discutono. E costruire nuovi orizzonti. Proprio così: sgombrare gli orizzonti ristretti. Insistere sul bene comune e non sulla sopravvivenza di strutture particolari.
Sgombrare gli orizzonti; e quando i muri sono alti, sognare, come faceva Leopardi di fronte alla siepe che oscura l’orizzonte. Una signora viveva in una camera con una sola finestra; gli hanno costruito una casa a due metri dalla finestra e le hanno rubato il sole, oscurato il cielo. Lei ha dipinto su quel muro, un sole giallo e un cielo blu. Però poi bisogna abbattere i muri, allargare gli orizzonti. Ecco allora il recupero della parola, il recupero della speranza attiva, il recupero del sogno che infrange i vincoli sia della depressione (vivere il presente con un piede nel passato, ma senza essere barricati nel passato; con uno sguardo, una propensione al futuro) sia i vincoli del sistema economico (ripensare l’economia come scienza degli uomini e a servizio degli uomini e non come pietra al collo che ci affonda).
Riprendiamoci la vita, le relazioni, riprendiamoci il tempo, ricostruiamo la verità che è vita nostra, vita di tutti; ricostruiamo il senso, la direzione; camminando si fa la strada, camminando si costruisce il cammino.