A proposito delle dimissioni da papa di Benedetto XVI

Un amico mi ha chiesto un parere personale e latinoamericano sulle dimissioni di Benedetto XVI. Non sono un vaticanista e la mia risposta è quella di un credente che cerca di capire gli avvenimenti della Chiesa. E questo è un avvenimento, di fatto l’ultimo dei pochi papi dimissionari è del secolo XIII.
In generale, qui in Brasile, il gesto del papa è stato giudicato molto positivamente: la sua decisione è ritenuta onesta, coraggiosa, sofferta, umile. Si è anche detto che il papa ha dato le dimissioni ora che la Chiesa gode di relativa tranquillità, dopo che lui stesso ha affrontato problemi interni e scandali esterni.
Conosco solo una voce fuori del coro, di Mons. Stanislaw Dziwisz, segretario di papa Wojtila e attuale arcivescovo di Cracovia: «Dalla croce non si scende!». La mia esperienza cinese mi fa pensare alla resistenza degli imperatori che non si dimettevano perché, grazie alla dottrina taoista, pensavano: «Il capo non faccia niente e tutto sarà fatto». O grazie alla dottrina confuciana: «L’imperatore si mantenga orientato al Nord per far ponte tra l’Imperatore celeste e il popolo, questo basta». In altre parole, il papa poteva continuare, riducendo la sua attività, democratizzando e dando spazio alla base. Essere primo del cerchio dei cristiani invece che punta della piramide.
Colloco qui di seguito alcuni appunti critici che mi sono arrivati via e-mail e che ritengo interessanti (di fatto le critiche aiutano la nostra comprensione e il nostro cammino, più delle lodi).

Walter Maierovitch (professore, storico, giurista) esprime la sua perplessità circa la decisione del papa, dal momento che sta(va) preparando un’enciclica e che decide di alloggiarsi in Vaticano. Non si tratterebbe per il papa di quel “crac” degli 85 anni, o “sindrome della fragilità”, come dicono i geriatri, che attinge persone di rilievo, le quali perdono il vigore fisico e quello psicologico, ma mantengono il vigore intellettuale? Di qui il desiderio del papa di tornare ai libri (e di pregare) e di risiedere nel monastero Mater Ecclesiae nei giardini vaticani. Maierovitch ricorda che il papa è sempre stato molto vicino ai centri di potere, a cominciare da quando ai tempi del Concilio ha collaborato con interventi progressisti(!).

Passando a ricordare i momenti difficili del pontificato (e che pesarono sul crac), possiamo solo enumerarli per motivo di spazio: lo scandalo dei preti pedofili, la crisi dello IOR (la “banca del papa” riluttante ad applicare norme anti-reciclaggio), la fuga di informazioni e documenti sigillosi (con la condanna e il perdono del maggiordomo Paolo Gabriele), l’allarme di un complotto per assassinare il papa(!), le ali in conflitto dentro alla Curia… In questi casi l’intervento del papa è stato giudicato da alcuni come tardivo, o debole e poco chiaro.

Ci furono anche “incidenti” che provocarono tensione a livello ecumenico e a livello di dialogo religioso con gli islamici e gli ebrei. Il papa si ritrattò con gesti splendidi, ma forse rimasero dei sospetti. Occorre accennare, oltre alla difficoltà del papa nel controllo della Curia, composta di ministri scelti da lui stesso, anche alla decrescita del numero dei cattolici in Europa e nell’America Latina. Questa decrescita sarebbe dovuta alle posizioni conservatrici del papa in materia sociale e morale.

Passando all’America Latina, l’Osservatorio Ecclesiale (Messico) ha fatto un bilancio severo. Dopo di chiedersi che cosa noi ricorderemo di questo papa, ha ristretto il bilancio in quattro punti critici:
1)      il papa, fin da quando era prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha combattuto le manifestazioni della chiesa latino-americana della liberazione, la chiesa dei poveri, le comunità ecclesiali di base, l’impegno sociale e politico dei cristiani, la pastorale indigenista, il ruolo della donna…; teologi sono stati ridotti al silenzio; centri teologici sono stati chiusi; vescovi profetici sono stati diffidati;

2)      il papa ha nascosto casi di pedofilia, non ha chiesto perdono né ha proceduto ad alcuna riparazione;

3)      il papa ha frenato i venti di rinnovamente ecclesiale proposti dal Concilio Vaticano II; si è impegnato nel ritorno a pratiche e riti della cristianità (della chiesa costantiniana); ha separato di fatto la vita ecclesiale dalle preoccupazioni politiche, sociali, economiche e culturali dell’epoca;

4)      seguendo la politica del suo predecessore, si è occupato a ricondurre gli episcopati nazionali al conservatorismo, attenti agli interessi del sistema neoliberale e sordi al grido dei poveri e dei martiri.

Io tento un’osservazione personale. Per cominciare, non si può dubitare delle motivazioni profonde del papa, un servo devoto della Chiesa, una vita spesa per il Vangelo. Come pure spiccano le sue doti di intelligenza (forse meno di governo). Ma ritengo che il punto forte di Benedetto XVI è anche il suo punto debole.

Joseph Ratzinger ha ordinato l’enorme suo bagaglio di conoscenze in un sistema, quello tomista, che ha la pretesa di esaurire il discorso sulla verità e sulla realtà. Quello che non si riconduce alla sintesi teologica dell’Essere, sarebbe fuorviante. Di qui la sua crociata contro il relativismo. Il papa non accetta la relatività, altre letture o narrazioni sul reale. Quindi c’è un pensiero unico con base nella ragione e nella rivelazione, sviluppatosi in Occidente.

Perciò il suo discorso è esclusivo invece che inclusivo.

Insomma Ratzinger non è Martini.

Come San Pio X è stato canonizzato come il “baluardo contro il modernismo”, Benedetto XVI sarà canonizzato come il “baluardo contro il relativismo”.