Ci possiamo salvare qui, nel mondo di ogni giorno

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Nella mia valle fra’ Emilio, il frate questuante, era noto a tutti. A ogni stagione appariva sull’uscio delle cantine o sull’aia in piena trebbiatura col sacco sulle spalle, il bastone in mano, lo zucchetto di sbieco e i sandali ai piedi. Non diceva nulla. Alzava la mano scura e dritta a salutare, ma gli occhi, splendidi fra il celeste e il grigio, e la bocca ridevano sempre.
Per me era uno degli esempi più chiari della semplicità, dell’innocenza, della povertà. Quando pregava si scioglieva in una dolcezza inesprimibile. Aveva l’anima di un fanciullo.

Ho cominciato fin da bambino a interiorizzare la salvezza, come relazione e non come luogo. I bambini, infatti, si lasciano irradiare dal mondo e non sentono l’esigenza di appropriarsene, anzi il non possesso è condizione di un godimento più vero. Sanno vedere le cose nella loro identità, non nella funzione che l’uomo ha loro attribuito. Vedono anche quello che l’adulto non è in grado di vedere, che gli è invisibile. Hanno, infatti, il vantaggio di non dover giustificare la loro esistenza, infatti possono esentarsi dal mondo senza darlo a vedere.

Quando ero parroco mi accorsi subito che le persone non capivano il significato di salvezza (parola inflazionata) se non nel significato di salvarsi dall’inferno, dal giudizio, dalla paura, salvarsi dal pericolo, salvarsi l’anima. In fabbrica, come operaio, mi resi conto che la parola salvezza per i lavoratori, non aveva il significato di benedizione, o di liberazione; la salvezza era troppo legata alla memoria del catechismo dell’infanzia che dava importanza alla salvezza individuale e non al salvarsi assieme, alla solidarietà, che, nell’ambiente di lavoro, è essenziale per superare le difficoltà e vivere una vita degna.

«Non è dal modo in cui un uomo parla di Dio ma da come parla delle cose terrestri, che si vede, se la sua anima ha soggiornato in Dio» – dice Simone Weil. Sembra che i teologi volino nei cieli, senza toccare terra, indirizzati verso una spiritualità così concentrata in Dio da non vedere più il mondo amato da Lui.

La salvezza che speriamo e attendiamo, comincia, pur fra tante contraddizioni, già in questo tempo. Non solo nella liturgia o negli spazi mistici, ma anche nel quotidiano amore per il prossimo, parte essenziale del cristianesimo. Dio ci salva liberandoci dal peccato, che è poi ogni offesa al prossimo, ogni violazione della relazione umana, ogni atto di dominio e di disprezzo, che oscurano il senso dell’esistenza e creano dolore e paura, cioè morte. Lo stare col prossimo è la misura del nostro stare davanti a Dio. Il prossimo è il primo sacramento di Dio, che è onorato o offeso in esso, e di cui Dio si fa difensore. La salvezza si realizza e si fa conoscere nel mondo delle relazioni. Non ci si salva senza Dio, ma neppure senza il mondo. Ci si salva nella pace, perché Dio c’è in ogni uomo che pratica la giustizia.

Giuseppe Stoppiglia
Il Fatto Quotidiano
lunedì 11 marzo 2013

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