Cosa sta succedendo in Brasile?

Le vie delle principali città sono percorse da grosse manifestazioni di protesta, promosse, in genere dagli studenti. Ma sono molto partecipate e stanno ricevendo appoggio e simpatia da grande parte della popolazione. I riflettori sono accesi sui giochi della Coppa delle Confederazioni e le strade si riempiono di gente che protesta. La polizia (militare) sbaglia le sue tattiche e i notiziari televisivi sono strapieni di immagini di scontri, alternate a quelle dei gol di Neymar. All’inizio c’era la questione dell’aumento del prezzo dei biglietti del trasporto pubblico, oggi già il movimento assume le parole d’ordine della lotta alla corruzione e della protesta contro le spese sostenute per la costruzione dei mega stadi, quando la sanità e l’educazione pubblica languono. Colpevolmente.

Allora? Che succede? Succede che, anche qui, la gente va in piazza. Non è convocata dai grandi sindacati, né dai partiti politici. Il PT protagonista di tante lotte negli anni ’80 e ’90, ora è al governo e sembra essere più bersaglio che promotore della protesta. C’è, naturalmente, chi ride sotto i baffi: l’opposizione e la reazione, ma non so per quanto tempo potrà farlo. La straordinaria popolarità di Dilma ha avuto una battuta d’arresto e in un mese è calata di 8 punti (da 79 a 71 %). Ma, ci dice la televisione, questo non è il frutto delle recenti manifestazioni. Forse ne è la causa.

L’inflazione ha ripreso ad avanzare, la crescita ha rallentato, la classe politica è sempre più distante e invisa al popolo e non basta l’azione di un “buon governo” per riconciliare i cittadini con le istituzioni, in uno stato democratico. E questa è sicuramente una lezione. Per tutti. Cercando spiegazioni sintetiche, potrei dire, citando a memoria Gorz che «una volta aperti gli occhi è poi difficile chiedere alla gente di richiuderli» oppure, più modestamente notare che se l’alleanza tra Stato e mercato ha dato i suoi frutti, in questi dieci anni di governo del PT, è stata la società civile a sentirsi compressa, come “movimenti organizzati”, come soggetto per sé. E quindi l’alleanza escludente, prima o poi avrebbe generato l’esplosione. Che è in atto.

Chi ha seguito con simpatia i dieci anni di governo Lula-Dilma, ora è in casa, perplesso, e si chiede come andrà a finire. Il sano pragmatismo di stampo lulista ha prodotto i suoi frutti, ma la protesta ora è di tipo ideologico: non perché sia ancorata a visioni trascendentali, ma perché è radicale. I suoi contenuti sono non negoziabili.

Non si vedrebbe via d’uscita se non pensando ad un colpo di reni (e di intelligenza) del partito del pragmatismo. E mentre seguo, perplesso e con apprensione le notizie sugli scontri e cerco lumi ascoltando le interviste “casuali” proposte dalle tv oligopolistiche, il mio cellulare mi avvisa dell’arrivo di un SMS: «Atenção companheiros, domani tutti in piazza a lottare per il 100% delle royalties per l’educazione, per la riduzione dell’orario di lavoro a 36 ore e per la riforma politica!!! – Teatro universitario della Università Federale alle 17».

Ah, finalmente una piattaforma e, se non sbaglio, molto sindacale. Un po’ di sollievo!

Franco Patrignani
Ex operatore Cisl ed Iscos-Cisl