Elogio della relatività

L’umanità oggi possiede più del necessario in mezzi e cibo, eppure sono aumentati i miseri e gli affamati. Noi potremmo lavorare meglio e molto meno, ma c’è chi lavora troppo e chi è disperato perché gli manca il lavoro. La guerra è condannata, ma cresce la produzione di armi, e nei media si dà sempre più spazio alla violenza. Nella lotta alla piovra della droga, è colpito qualche tentacolo, ma è risparmiata la testa che convive bene con governi e banche. Troppo sfruttato, il pianeta ha la febbre, per cui si studia… lo sfruttamento sostenibile(!?). Ogni religione si dice paladina di fraternità ma, credendosi l’unica vera, cerca di sottrarre adepti alle altre. La politica, finalizzata al bene comune, ludibria i poveri con interessi, mafia ed egoismo dei politici (senza entrare in merito al governo “ornitorinco” dell’Italia).

Davanti all’attuale crisi assurda, si rimane pensosi e pessimisti: chi è l’uomo? All’origine della scimmia nuda, ci fu un’evoluzione o un incidente genetico? Sarebbe l’umanità una forma di malattia, come recita certa antropologia fantascientifica? Eppure c’è una spiegazione più verosimile, cui voglio accennare.

In passato ogni gruppo umano, pensandosi al centro del mondo, considerava la sua cultura come la cultura, e il nome comune di uomo come suo nome proprio. Le distanze permettevano tale “policentrismo” e una mentalità corporativista. Ma oggi viviamo in un mondo estremamente interdipendente, con tutte le distanze raccorciate; perciò, come faceva notare Martin Luther King, non è più possibile vivere isolati o divisi. Dobbiamo imparare a vivere insieme, come vicini di casa, bianchi e neri, credenti e atei, ebrei e musulmani, cattolici e protestanti… Ma con il persistere della mentalità etnocentrica sono inevitabili tragici equivoci. Sono rari gli incontri, frequenti gli scontri di culture.

Negli anni ’70, Samuel Huntington, fautore di una globalizzazione unificante, prevedeva lo scontro di almeno nove grandi culture, che elencava. In realtà, Huntington si rammaricava che il resto del mondo non accettasse la cultura made in USA come superiore e il pensiero occidentale come narrazione unica della storia.

Il vero dialogo è sempre tra due “poveri”, nel rispetto, senza complesso di superiorità (che porterebbe alla volontà di dominio) e senza complesso di inferiorità (che porterebbe al terrorismo). Il dialogo richiede l’abbandono di tesi che diamo per scontate. Ogni “cosmovisione” dei popoli e delle persone singole è vera e limitata: è vera perché assolve al compito di farci stare al mondo con una identità; è limitata perché è relativa, cioè non è onnicomprensiva, tale da escludere le altre. Ha ragione l’Occidente a dire che il mondo è stato creato da Dio, e ha ragione l’Oriente a dire che il mondo è in continua autocreazione. Ha ragione Euclide a dire che l’universo è infinito e ha ragione Eistein a dire che è finito; ha meno ragione Aristotele a dire che non possono aver ragione entrambi…

Io chiamo questo “relatività”, ben diversa dal relativismo: relativa è la democrazia, relativo è il cristianesimo, relativo è l’islam… Dobbiamo lanciare lo slogan: il relativo è bello e fecondo. Ritengo che se non saliamo a questo livello, se non ripartiamo dalle origini, ogni riforma politica, sociale e religiosa sarà pressoché inutile.

padre Arnaldo De Vidi
missionario saveriano
Abaetetuba, Parà, Brasile, 29 aprile 2013