«Habemus Papam!»

Immancabile, un amico mi scrive: «Aspetto le reazioni dal Sud America (quelle serie e posate, non trionfalistiche) sul nuovo papa. Soprattutto aspetto le tue».
Le reazioni passano, inevitabilmente, per lo stereotipo: il papa è conservatore o progressista? Di fatto, gli stereotipi sono utili, per non dover sempre cominciare “tabula rasa”. Ma bisogna tener presente che sono stereotipi, che talora sono viziati dal preconcetto e sono sempre “riduzionisti”.
La classificazione più comune riduce gli uomini di Chiesa, ma non solo essi, a due tipi, anche se con sfaccettature diverse: conservatori o progressisti, reazionari o rivoluzionari, dalla parte del potere o della profezia, preoccupati dell’ortodossia o dell’ortopraxia, del potere o del carisma. Sul Papa in pochi giorni si è prodotta molta letteratura, perciò mi limito a qualche divagazione a partire dallo stereotipo di sopra.
Nella Chiesa ci sono i conservatori. Il ventaglio è ampio: al vertice ci sono i grandi sacerdoti che – ieri e ancor oggi – danno ordine alle guardie di prendere il sovversivo Gesù; ci sono gli inquisitori; coloro che mettono la legge al di sopra delle persone; coloro che vogliono ordine più che giustizia, e difendono lo status quo. Sono, in Argentina, i militari della dittatura e i vescovi che nella quasi totalità si sono schierati con loro. Sono, in certa misura, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI che diffidano della teologia della liberazione, delle CEBs e della lotta per la giustizia, tutte cose pericolose perché viziate di marxismo, che è ateo e sovversivo. Si badi che i conservatori tutto fanno per amore a Dio e al popolo.
Nella Chiesa ci sono i progressisti. Anche qui il ventaglio è ampio. Si tratta di profeti rivoluzionari e senz’altro tra di loro ci sono molti gesuiti (tra il 1973 e il 2006, 48 gesuiti subirono per la loro missione una morte violenta: tra questi, Padre Ellacuria e i gesuiti dell’Università del Salvador, Rutilio Grande, la cui morte ha convertito fino al martirio l’amico Mons. Romero…). I profeti scelgono di operare per la redenzione di un mondo gravato dalla miseria e dalla sofferenza, e in tal modo collaborano con Cristo per l’avvento del Regno di Dio che è «giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo» (Rm 14,17).
La divisione in due gruppi non abbraccia la complessità del reale; e nella cultura occidentale essa è vista in modo manicheo di scontro. Sappiamo, per esempio, che le culture indie e la cultura cinese vedono nella “dualità” una necessaria complementarietà. Ecco allora che in Occidente si parla di un terzo gruppo, e se ne parla in male e in bene: in male, quando tra due gruppi opposti c’è un gruppo di non-allineati o moderati, di centro, con poca personalità… che volta per volta sommano con il gruppo predominante; in bene, quando si considera che c’è un gruppo di mistici o satyagrahi, costruttori di pace non-violenti. Essi sono possibilisti, sanno che quando la posta è grande, bisogna aspettare, soffrire, tessere dal basso… Nella vita della Chiesa Francesco di Assisi è il modello di questa gruppo.
Così San Francesco sfugge alla classificazione di conservatore o rivoluzionario. Francesco avrebbe detto a chi gli chiedeva consiglio per combattere le tenebre: «Perché combattere? È sufficiente accendere una luce e le tenebre si ritirano». E dopo l’amara esperienza delle armi, ha capito che lui doveva essere un operatore di pace come… la pentola che si frappone, con sofferenza, tra i due nemici acqua e fuoco per farli collaborare a preparare la cena dei poveri.
È, Francesco, l’uomo della Provvidenza, l’uomo dei sogni, restauratore della Chiesa.
Forse sta qui una chiave per capire l’uomo Giorgio Mario Bergoglio e il nome che ha scelto come papa. Non che questo sia il suo programma papale ufficiale (dopotutto Francesco di Assisi chiamava il pontefice col titolo senza titolo di “fratello papa”); è piuttosto la regola della sua vita, di accordo col suo DNA, fatto di timidezza, sobrietà, di prevalenza del gesto sulla parola, dell’agire sul dire.
Egli è se stesso.
È un gesuita doc che vuole i suoi confratelli gesuiti fedelissimi al papa, anche quando il papa rimprovera loro l’impegno per la giustizia… e quindi chiede ai gesuiti moderazione nella profezia.
È un gesuita sui generis, che si rispecchia in Francesco di Assisi e sposa Madonna Povertà.
È un figlio di migranti che trova la sua identità culturale e religiosa nelle tradizioni e nelle direttive della morale cattolica. Ma è anche un figlio di migranti che le vicissitudini della vita ha reso saggio e sensibile, al punto di comprendere che ci sono norme da rivedere nella morale e nella tradizione della Chiesa.
Qualcuno ha ricordato che San Francesco è l’icona irriducibile del cristiano umile e il papa è l’icona irriducibile della gerarchia. I due poli ora si unirebbero. Papa Francesco sarebbe l’autorità massima dei cristiani che vuole autorizzare i cristiani, quasi abdicando in loro favore. Qui sta la sfida: non “fare la quadratura del cerchio”, ma, per certo, fare la cerchiatura della piramide.

padre Arnaldo De Vidi
missionario saveriano
Abaetetuba, Parà, Brasile, 18 marzo 2013