La beatitudine del viandante – riflessione di G. Stoppiglia

«Osservare la vita con gli occhi freschi, liberati da pregiudizi.
Saper guardare i volti e lasciarsene guardare,
perché mi restituiscano la loro bellezza
e pienezza di umanità spesso dimenticata,
lacerata e negata.
Questo è beatitudine»
[Omar Velsecchi]

 

Per il viandante la beatitudine è custodire la fragilità dei sogni in cui fatica a credere, ad accogliere l’enigma misterioso del dolore dei deboli, intrattenendosi con loro, parlando, chiedendo, confidandosi.

La beatitudine del viandante non è quindi placare la sua coscienza con qualche “offerta”, ma dare attenzione, fraternità, ascolto, mettendosi alla stessa altezza, guardandosi negli occhi, senza marcare distanze a chi è solo ed emarginato…

È beatitudine per il viandante stare sulla soglia dei suoi desideri e delle sue attese, cogliendo nel silenzio di uno sguardo libero i germogli che annunciano la primavera e riuscire a ispirare i profumi che accarezzano i sogni di giustizia.

Infine è beatitudine per il viandante cercare con l’attenzione di chi non basta a sé stesso e con la cura di non lasciarsi sfuggire il più fragile dettaglio che la vita di ogni uomo e ogni donna sa offrire. Il viandante sa che l’uomo muore quando perde il senso di stupore o il fatto di sentirsi miracolato dalla vita. Sa che la sua vita diventa pienezza e bellezza, come scriveva, il premio Nobel per la pace, Dag Hammarskjold, Il calore tramutò il carbone in diamante, quando si affida alla novità del cammino.

 

Giuseppe Stoppiglia