Lasciare l’Africa

Avanziamo lentamente nel grande salone che fa da sala di attesa al gate n° 2 dell’aeroporto di Adis Abeba, stiamo aspettando che si faccia l’ora della partenza, ce li vediamo dietro, li precede un bimbo dell’età di circa 8-9 anni negro occhi scuri capelli ricci ispidi con chiari tratti etiopi, indossa una felpa alla quale non è abituato così come le scarpe, un paio di ginniche modello chiaramente europeo che mal si adattano al suo piede più abituato ad essere scalzo, libero. Dietro di lui ci sono loro, una ragazza bionda alta, bella, con lineamenti chiaramente nord europei, lui alto, stessa provenienza, unica differenza i capelli sono scuri e corti con un ciuffo tirato in alto. Il bambino sta facendo strada ma non conosce il percorso avanza quasi a tentoni loro lo accompagnano assistendolo suggerendo, con apprensione, quasi paura, il percorso che deve fare.

Si avvicinano alla grande parete a vetro che dà sull’aeroporto, sotto in basso stanno ultimando le operazioni di carico dei carri alimentari e completando il rifornimento, c’è grande movimento che attira l’attenzione del bambino che guarda ma non parla l’uomo si avvicina e con gesti e versi cerca di dare spiegazione suscitare interesse di avviare un discorso; la lingua che il bambino parla è a loro sconosciuta, e loro parlano una lingua completamente sconosciuta al bambino. Lei cerca da posizione un po’ più distante di suggerire ma non trova il consenso che ricambia chi ha capito. E’ sicuramente la prima volta che si trovano da soli assieme; forse solo da qualche giorno. Forse il bimbo ha trovato una famiglia, ha trovato protezione e attenzione ma a lui serviva un padre e una madre, la sua; loro sono carini cercano di assecondarlo, lui si accoccola nell’angolo e seduto in terra si trova in posizione naturale, a lei, la madre, non sfugge alcun movimento; lo cerca, lo segue, gli parla , mima con gesti e sguardi cerca anche il nostro assenso quasi un giudizio un aiuto che le confermi che tutto va bene che sta facendo bene, che tutto andrà bene; ai tre fratelli che tentano l’approccio lui dimostra che non è solo, le due persone che gli stanno a fianco sono con lui, quasi si siede nelle loro ginocchia, una posizione di vantaggio.

In questo momento hanno estratto il computer; gli mostrano immagini e comandi, lui mette a casaccio le dita sui tasti e ammicca ai tre fratelli che lo osservano, poi tutto s’interrompe; dall’altoparlante viene annunciata la partenza del volo Paris-Brussel, raccolgono i loro bagagli, lui prende per mano il bambino e sulle spalle si carica l’orsacchiotto di peluche, nota stonata, appena comprato; lei li segue e tende in avanti le mani accompagnandolo, quasi proteggendolo.
Sarà l’ultimo tratto di volo che li porta a casa, per lui la possibilità di non essere più orfano, per loro il compito di essere i genitori all’altezza del grande compito che si sono assunti.
Chissà se il bambino di oggi sarà l’africano nel mondo. Il mondo che lo sta per accogliere gli permetterà di esprimere la sua vera identità…?

 

Umberto Malavolti e Lidia Amadori