Los días de la purificación

PapaFrancescoNon ho mai versato una lacrima per la Chiesa. Ho sempre creduto che ciò non meritasse un’emozione, ma tutt’al più una serie di atti di ragione, di esegesi e di interpretazione, quasi che la Chiesa fosse uno strumento per intendere il Regno, una via utile ma fredda.
Tuttavia l’elezione di Francesco ha fatto cadere inaspettatamente questo muro interiore e non tanto per la persona stessa di Jorge Mario Bergoglio, uomo e cristiano di sicuro spessore ma pur sempre uomo e cristiano tra i tanti di una storia infinita, bensì per l’evento in sé e soprattutto per la sensazione chiarissima che ne ho tratto all’istante. Per la prima, e auspico, ultima volta ho pianto.
Giovanni Colombo, nel suo ultimo libro “Lombardia libera”, parla tra le righe di una dimensione apocalittica che si approssima, traendone lo spunto per preconizzare eventi grandi, veementi, definitivi. Io intravedo, come ho già avuto modo di dire, il tempo dell’”apokaléin” felice  che avanza.
Sì, arriva. Arriva davvero quel tempo della “chiamata dall’esilio” che attendevamo da tanto, forse da troppo, quel tempo di riscatto e di cambiamento, tempo di “metánoia”, di conversione, di rovesciamento, tempo di rottura giusta, aspra ma gioiosa.

In quell’elezione, che in fin dei conti altro non è che la duecentosessantasettesima chiamata per un Vescovo di Roma, ho avuto la percezione che un modo di intendere non tanto la Chiesa, ma la relazione di una fede cristocentrica con la storia degli uomini, fosse giunto a un punto di svolta. Capolinea per alcuni e nuova partenza per altri. L’esilio finiva con l’intuizione distinta che stava cominciando quello che io e che moltissimi altri nel mondo auspicavamo con impazienza: il tempo della pulizia, della trasparenza, del denudamento, della liberazione dalle incrostazioni, insomma i giorni della purificazione.
Per dirla in quella splendida lingua castigliana: “los días de la purificación”.
Raffele Nogaro, oggi Vescovo emerito di Caserta, lo diceva già alcuni anni fa nella prefazione a un libro di Sergio Tanzarella: “La purificazione della memoria dovrà produrre nella Chiesa un profondo lavoro di scavo nelle componenti pratiche e organizzative, nelle strutture ecclesiali e politiche di potere, nelle formulazioni dogmatiche e teologiche che hanno permesso la degenerazione storica del suo messaggio. Credo che oggi si debba dire a tutti gli apparati ecclesiali: ‘Convertitevi e credete al Vangelo’”.
Questo bruciante processo di purificazione oggi passa attraverso due soggetti nuovi e antichi, ricomparsi improvvisamente all’orizzonte: un Papa venuto dal fondo della Terra con un nome rivoluzionario, Francesco, e un popolo che oggi lo riceve in consegna.
Perché non è il popolo a consegnarsi al Vescovo di Roma, ma il contrario.
Questa consegna, percepita fisicamente e vista materialmente la stessa sera, resta tra noi per il futuro e si adagia dentro un legame fortissimo dell’annuncio evangelico con la sua dimensione popolare e comunitaria per eccellenza. L’idea di ascoltare un uomo che, dall’austera Loggia di San Pietro, parli dell’unione tra vescovo e popolo mi ha fatto attraversare di nuovo l’Oceano Atlantico con il cuore, immergendomi in una memoria dolce e intensa.
Essa è memoria che scava in un passato recente, il quale mi ha portato più volte alle soglie della terra di Francesco, l’Argentina, quasi senza entrarvi o entrandovi per pochissimo.
Il ricordo più distinto che conservo è stato quello dei lavori della Conferenza sulla storia della Chiesa latino-americana, ai quali avevo partecipato in qualità di osservatore presso l’Università Cattolica di San Paolo, in Brasile. Avevo scelto di iscrivermi alla VII Commissione, che si occupava della Chiesa all’epoca della “dottrina della sicurezza nazionale”. I due coordinatori erano Fortunato Mallimaci, oggi decano della Facoltà di Sociologia dell’Università di Buenos Aires, e Rubén Dri, un ex-sacerdote costretto all’esilio dalla dittatura militare argentina e attivista dei movimenti popolari.
Ho ascoltato testimonianze terribili, quasi mai raccolte in annuari ufficiali, sia nel senso delle atrocità commesse dai militari in quegli anni sia nel senso della prostituzione devastante di una buona parte della Chiesa nazionale argentina verso quel potere sanguinario.
La trascrizione di alcune spaventose omelie di Adolfo Tórtolo e di Victório Bonamin, i due vescovi castrensi di quegli anni, pronunciate durante celebrazioni eucaristiche in caserma, e poi l’autorizzazione sotto il vincolo sacramentale della Riconciliazione da parte di alcuni cappellani militari alla tortura legittima fino a 72 ore, e poi la presenza di qualche cappellano sui lugubri “vuelos de la muerte”, quando detenuti moribondi, ma spesso non ancora morti,  per le torture venivano gettati nell’Oceano  (e tra essi anche due religiose francesi), mi avevano scosso profondamente.
Per me l’Argentina restava un teatro buio e oscuro, dove si fronteggiavano una vita che viene dallo Spirito e una morte che si insinua trionfante anche nel cuore di chi dovrebbe lottare per la vita di tutti. Paradossalmente la fame e la miseria del Brasile rappresentavano uno squarcio luminoso che chiedeva a viso aperto e con voce viva una dignità coincidente con la giustizia del Regno di Dio. L’Argentina no. L’Argentina pativa silenziosamente i suoi tradimenti del Vangelo in una notte tetra e purtroppo indimenticabile.

Padre Jorge Mario Bergoglio è vissuto e cresciuto là, districandosi in una società attraversata da queste contraddizioni proposte rozzamente da un’idea di “cattolicesimo nazionale”, là dove l’ideologia vuota della “argentinidad” nazionalista intendeva coniugarsi con la condizione storica della “catolicidad”, violentando la stessa concezione universale del cattolicesimo. Come si può sposare l’ottusità nazionalista con il respiro senza confini del cristianesimo più puro?
Avere accettato l’istituzionalizzazione di una fede solo presunta e di una Chiesa solo funzionale al potere ha prodotto questo orrore. Orrore pagato a carissimo prezzo.
Dicono che Padre Jorge abbia attraversato quei tempi con cuore puro, animo mite e tempra d’acciaio, come tutti i Gesuiti che io amo moltissimo. Con lui le categorie antiche, e oggi invecchiate, della conservazione e del progressismo sono saltate anzitempo. Agiva con spirito evangelico di tolleranza, di giustizia e di fedeltà alla Parola. Rifuggiva un’idea di interpretazione teologica della fede nel senso della liberazione politica. In un certo qual modo pare di capire che la sua era sì un’idea di liberazione integrale piuttosto simile a quella della Teologia della Liberazione, ma in senso squisitamente ed esclusivamente spirituale, trascendentale e lontano dalle mediazioni all’interno delle strutture sociali. O meglio, era in lotta con le classiche “strutture di peccato” individuate dalla Teologia della Liberazione, ma sempre dentro un orizzonte ecclesiale ben distinto dalla responsabilità politica.
D’altra parte si tenga presente che non potevano esistere alternative in un Paese dove il prezzo da pagare a qualsiasi impegno sociale e a qualsiasi denuncia culturale e politica nella difesa della dignità umana era una morte orrenda in una camera di tortura.
Essere sopravvissuti a quel massacro ed essersi conservati puri in quella Chiesa così provata dall’esperienza del proprio tradimento non è una colpa, bensì un merito grande.
Avere conosciuto l’America Latina significa avere scorto il senso di un’opzione. Laggiù si deve sempre scegliere e il centrismo esistenziale viene regolarmente spazzato via.
La scelta preferenziale per i poveri, da noi (e sovente anche da me) associata a un’elaborazione intellettuale, in quel contesto diviene invece atto di una fede messa alla prova. Sta con i poveri solo chi crede davvero nel Dio di Gesù Cristo e il povero è sempre identificato con il concetto di popolo. Il popolo è semplicemente la moltiplicazione solidale del volto del povero ed è il povero nella sua dimensione collettiva e comunitaria.
Ecco perché Francesco parlava del popolo dalla Loggia di San Pietro. Un europeo non avrebbe mai parlato così candidamente di popolo. Tutt’al più avrebbe espresso generici concetti di fede, di amore e di “pietas”.
Chi invece conosce la realtà delle “villas misérias” o delle “favelas” sa trasferire l’annuncio evangelico nell’Incarnazione popolare, sa fare sintesi, sa leggere Dio nel respiro degli esseri umani.
Non a caso un suo prete di “villa miséria” parlava qualche giorno fa di “teologia del popolo”.
Io credo che essa sia uno sviluppo del pensiero su Dio in una chiave antropologicamente incarnata, magari non così critica verso le strutture di potere come nella prospettiva della Teologia della Liberazione, ma comunque strutturata sulla centralità del povero quale “volto di Dio”. L’ultimo Oscar Romero era essenzialmente collocato in questa dimensione concreta.

Giudicheremo l’albero dai suoi frutti, anche se il seme è bellissimo. L’ho detto mercoledì sera e lo ripeto ancora oggi. Francesco ha detto poche parole e ha compiuto pochi gesti, ma tutto è parso così straordinariamente significativo, a partire da quel nome così fulminante e meraviglioso.
Voglio credere che, come diceva Vito Mancuso il giorno dopo, questa sia la volta buona.
Quello Spirito che Vito vedeva come orientamento e predisposizione al Bene che viene da Dio ha cominciato a soffiare un secondo dopo il Conclave. Molti sanno che io conservo una certa freddezza nel considerarlo presente nelle dinamiche così umane di un’assemblea elettorale tanto umana come quella. Però lo vedo agire subito dopo.
“Irá chegar um novo dia, uma nova Terra, um novo Senhor” – “Arriverà un nuovo giorno, una nuova Terra, un nuovo Signore” – cantavano le Comunità Ecclesiali di Base del Brasile.
Forse “il Signore nuovo” arriverà con un uomo esteriormente timido, interiormente forte, intelligente, poco progressista ma con un intimo senso del popolo e di Dio. E poi è uno che si è consegnato a noi e che ha cominciato subito a parlare di misericordia.
Forse sono cominciati davvero i giorni della liberazione, del denudamento, della liberazione da sé stessi, della purificazione della memoria. Stiamo tornando dall’esilio e stiamo arrivando.

“Llegaran !  Llegaran los días de la purificación”.

Castano Primo, 18 marzo 2013

Egidio Cardini
componente la redazione di Madrugada