Ndungungu, un po’ qui, un po’ là

È la traduzione dalla lingua sena, dialetto locale del nome del villaggio di cui siamo stati ospiti. Gli occhi sono ancora piene delle immagini che ci sono passate davanti, dopo 4 ore dal nostro ritorno a Morrumbala non riusciamo a resettare.
Era da un po’ che ci stavamo pensando ma non sapevamo come fare, cercavamo un contatto con i frati cappuccini di Morrumbala per sapere dove operavano, vedere se era possibile scambiare con loro un po’ di informazioni, aggregarci a loro iniziative. Siamo partiti un po’ dalla lontana; Chiara ha portato i saluti di una sua prof. che aveva conosciuto i frati nella visita fatta lo scorso anno, noi eravamo li, il padre parlava un po’ di italiano era stato in Italia per un periodo, ci si racconta un poco, poi ci chiede cosa facciamo noi raccontiamo un po’ di cose; ci lasciamo e gli diamo appuntamento per il lunedì successivo nella sede dell’associazione Udcm, l’associazione di cui siamo ospiti e dove dimostreremo a un gruppo di donne come fare il sugo di pomodoro e come conservarlo. Salta l’appuntamento, lui non si fa vedere, passano alcuni giorni e noi torniamo alla carica, subito rinnoviamo l’invito per il pomodoro cosa a cui sembra molto interessato, poi in modo più esplicito chiediamo dove sarà la prossima domenica e se possiamo partecipare anche noi alla sua giornata, lui si dice contentissimo ha in programma la visita in un villaggio dove dovrà oltre alla messa confessare, battezzare un gruppo di persone e celebrare un po’ di matrimoni il programma ci va tutto benissimo, accettiamo; è il venerdì ci diamo appuntamento per le 7:30 della domenica. Nota bene viaggeremo su un Toyota pick up altra musica, non siamo su un chapa di linea.
Puntuale ha suonato la sveglia, siamo lì, la loro sede è quasi di fronte alla casa dove abitiamo. Arriviamo portiamo con noi l’occorrente tradizionale per una gita fuori porta, un’abbondante porzione di spaghetti con ottimo sugo di pomodoro, un po’ di banane e un po’ di pane, qui cosa rara, e rifornimento d’acqua. Partiamo subito, due i posti in cabina, la sistemazione è scontata, Lidia da secondo; io, Chiara e Martin che ci accompagna nel cassone dietro. Il primo tratto è in direzione Pinda dove già siamo stati, ma dopo pochi km. si devia a sinistra non abbiamo indicazioni stradali siamo in una pista terra battuta anche un po’ dissestata le piogge degli ultimi giorni l’hanno segnata ulteriormente; si va, e zigzagando si scansano le buche si affrontano i fossi. Avanziamo lungo la strada che s’inoltra sempre di più in zone interne il Monte sacro, come viene chiamato qua, è alla nostra sinistra ma si allontana e dopo un po’ scompare viaggiamo in un panorama fatto di saliscendi con molta vegetazione e ci avviciniamo alla Serra di Morrumbala un rilievo montuoso che sta al limite del territorio. Lungo la strada raggiungiamo gente che ci chiede passaggio ci si ferma , constateremo poi che tutti hanno la nostra stessa meta. Descrivere il percorso è una di quelle cose che solo gli esperti sanno fare; possiamo dire che noi abbiamo finito le esclamazioni. Mentre ci avviciniamo la strada è passata da strada con due segni di ruota, carraia, ad un solo segno l’equivalente di un sentiero l’erba ha invaso, il poco traffico non salvaguardia il tracciato della strada. C’è da fare molta attenzione ai rami e all’erba alta, ti distrai un attimo e il ramo di acacia che sporge ti punisce, dal braccio da una serie di punture da spine, gocciola sangue.
Arriviamo al villaggio dopo 2 ore di viaggio: siamo attesi, la visita è annunciata le persone ci stanno aspettando sotto gli alberi e a lato della chiesa saranno stati 600-700 occhi che ci guardavano incuriositi. Una specie di chioschetto col fango ancora umido ci accoglie ci si entra a fatica ma il tavolinetto è imbandito, banane, ananas, igname, un piccolo rinfresco riservato solo a noi; loro continuavano a guardarci; tutto offerto prima di iniziare la giornata a Padre Braz e a noi che siamo suoi ospiti. Mai eravamo stati diretti spettatori di una simile rappresentazione, dopo aver confessato il padre ha iniziato la messa non in chiesa, una lunga capanna di fango, questa non poteva contenere tutti, ma all’ombra di bellissimi manghi che ci hanno accolti con la loro frescura. La celebrazione sostenuta dai canti di un nutrito coro di tutti i fedeli condotto da un ragazzo con tutti i carismi del maestro, accompagnavano i canti un gruppo di musicisti muniti strumenti strettamente a percussione circa una decina, nessuno uguale ne di forma ne di suono, costruiti con pelli varie, capretti e serpente boa; i sonagli metallici di una percussione ottenuti da tappi della “manica” (birra) schiacciati, forati e legati con un filo di ferro.
A tutti questi si aggiungeva un gruppo danza composto da circa 40 fra ragazzi e ragazze che si muoveva sulle note e i tempi musicali. Dopo l’introduzione alla messa è iniziato il rito del battesimo con la presentazione di tutti i battezzandi accompagnati dai padrini e lì si è svolta la cerimonia, erano loro i protagonisti e si sono dichiarati pubblicamente, nessuno parlava per loro così come fanno da noi i padrini. Il Padre aveva tutto il necessario da casa olio benedetto e tutti gli strumenti che servivano; gli abitanti hanno fornito il secchio con l’acqua, un copo (bicchiere) per versarla. Finito il battesimo si è passati alla cerimonia del matrimonio si sono presentate 5 coppie; dopo averli ricevuti ha ascoltato la loro singole dichiarazioni e ha benedetto le coppie, se qualcuno si impapinava, lui interveniva suggerendo; tutto per facilitare il superamento delle difficoltà, inevitabili in certi momenti.
Gli anelli sono benedetti tutti assieme nello stesso piatto poi accade che possano essere scambiati anche se nessuno era uguale all’altro. Per ultimo la benedizione agli sposi. E poi tutti sono tornati al loro posto che occupavano prima di sposarsi in mezzo agli altri. Eravamo presi dalla cerimonia, dalle espressioni, e dai visi di questi novelli sposi; solo alla fine ci siamo accorti che mancavano i veli bianchi i bouquet dei fiori; le parate dei parenti; lo sfoggio di parure e vestiti. Loro erano li, vestiti come tutti i giorni, molti calzavano le infradito ai piedi, c’era un clima di festa diversa attorno a loro. Poi Padre Braz ha ripreso la celebrazione della messa, al termine erano passate più di 2 ore, ma la gente non dava segni particolari di stanchezza, terminato il rito, al solito canti suoni e danze. Prima di salutare il padre ha voluto che ci presentassimo, non abbiamo potuto mancare dal ringraziarli per quanto ci era stato dato. Poi come si suole in ogni festa seria si termina a pranzo, c’era della gallina cotta in salmì, del capretto in umido, ma tanta tanta polenta e tanto tanto riso bianco per il menu, che prevedeva un bel piatto con tanto tanto riso e tanta tanta polenta e un poco poco di carne, che doveva bastare per tutti. Anche i nostri spaghetti; che abbiamo diviso con loro sono stati molto apprezzati. Dopo il pranzo ci siamo intrattenuti ancora un poco; siamo arrivati fino al fiume che scorre lì vicino e che scende dal monte di fronte la Serra che delimita su questo lato il territorio di Morrumbala, qua bambini al bagno che giocavano, chi lavava, altri solo per lavarsi, ci hanno raccontato un po’ di storie ci hanno chiesto cosa coltiviamo nella nostra “machamba”, la campagna che ognuno di loro ha vicino a casa e dove coltiva i prodotti per vivere lui e la sua famiglia.
«Noi non abbiamo machamba» – abbiamo risposto preoccupati.
«Ma allora come fate a mangiare?»…
Che sia un messaggio profetico…?

Umberto Malavolti e Lidia Amadori