Papa Francesco

PAPA: RINGRAZIA I FEDELI, PREGATE PER MEPapa Francesco
Divagazioni di un prete operaio, per 35 anni viandante in Sud America
di Giuseppe Stoppiglia

Buenos Aires, novembre 1977. Sono le nove del mattino quando entro, da solo, nella villas miserias. Ogni passo è un passo dentro un silenzio oppressivo, che sovrasta tutto e tutti. Tutto sembra fermo… solo il silenzio della villas miserias. Le persone mi guardano: alcune sorridono, ma sembrano avare di tempo e di spiegazioni, come di chi ha paura, altre restano in silenzio appoggiate alle pareti della baracca di legno o di cartone, con il tetto costruito di teli, con lastre di plastica o della lamiera zincata. Sembrano piuttosto sorprese della presenza di un europeo in un luogo così sconvolgente e disumano.
Recarsi in villas miserias non viene espresso col verbo “andare”, utilizzato per indicare qualsiasi spostamento verso un luogo, ma dal verbo “entrare”. In villas miserias non si va, si entra e si esce. L’utilizzo ormai assodato, di queste espressioni sottolinea come esistano dei confini acquisiti, oltrepassati i quali, si accede a un territorio “altro”.
Entro nella baracca (due piccole stanze e una doccia sgangherata e arrugginita), che è l’abitazione di due preti (gesuiti), sollevando il filo spinato che ne delimita l’ingresso.
Sei mesi fa sono stati entrambi prelevati di forza dalla polizia e incarcerati, con l’accusa di essere dei sovversivi e impegnati in movimenti contro la dittatura militare. Uno è tornato da qualche settimana, mentre l’altro resta nelle mani della polizia, in un luogo segreto.

Il sacerdote era stato avvisato del mio arrivo e subito si manifesta gentile e premuroso. Racconta come si vive nella villas miserias, dei tentativi di costruire processi educativi collettivi alla solidarietà e alla partecipazione.
Parla della violenza e della crudeltà del regime dittatoriale, dei mesi trascorsi in carcere, delle accuse assurde, delle torture subite. È stanco, dimagrito, provato, incerto su come continuare a dare un senso alla propria vita e a chi resta in vita. Spiega con garbo e tanta mitezza come ci siano ancora nella Chiesa i grandi sacerdoti che – ieri e anche oggi – danno ordine alle guardie di prendere il sovversivo Gesù e ci siano pure gli inquisitori, coloro che mettono la legge al di sopra delle persone e che vogliono ordine più che giustizia.
In Argentina – continua – i vescovi, nella quasi totalità, si sono schierati con la dittatura, affermando che lo fanno per amore a Dio e al popolo.
L’opzione per i poveri e la scelta di vivere nella villas miserias di loro due, è stata fatta, con l’appoggio dell’Ordine e, soprattutto, con la solidarietà del provinciale p. Giorgio Mario Bergoglio, che li sostiene, li aiuta, e passa spesso a trovarli.

Questo è stato il primo incontro, indiretto, che ho avuto col futuro Papa Francesco. Ho seguito, negli anni novanta, grazie alla presenza di mia sorella suora in Argentina, il suo percorso di vescovo e cardinale di Buenos Aires. Alla squisita umiltà, all’assenza di protagonismo, univa una sobrietà personale, una condivisione esplicita, una chiara comunione d’intenti con i sacerdoti di frontiera, con le comunità religiose femminili, che visitava con una certa frequenza, presenti nei quartieri, abitati in maggioranza da immigrati paraguayani e boliviani, nell’estrema periferia della capitale.
È un vescovo mite, ma duro nella difesa dei valori umani fondamentali (giustizia e pace). Un vescovo riformista e non un rivoluzionario. Un vescovo che ha fatto l’opzione personale di povertà (vita semplice, senza esteriorità, essenziale e confuso fra le gente), un vescovo pastore. Tanto legato alla terra che le vicissitudini della vita lo hanno reso saggio e sensibile, al punto da comprendere che ci sono norme da rivedere nella morale e nella tradizione della Chiesa.

Nel mondo dei movimenti italiani attenti all’America Latina si parla di ciò che vi accade con speranza e anche con passione. Lo sguardo, però, talvolta è strabico. C’è chi si concentra sui paesi con governi cosiddetti progressisti, chi sui movimenti sociali, chi sul mondo indigeno. Non sempre la vista è limpida, basata sulle aspettative più che sull’analisi dei fatti… Spesso ci si preoccupa, meritoriamente certo, di “portare solidarietà” e invece assai meno di recepire il flusso delle idee e delle esperienze dal basso che di là ci arrivano e con le quali, nel nostro attuale disorientamento, sarebbe importante confrontarsi criticamente.
Osservando l’ultimo Conclave, la Chiesa italiana e anche molti dei suoi vescovi, escono sconfitti da una lettura e un’interpretazione sbagliata dei segni dei tempi.

L’elezione di un Papa latinoamericano mi ha reso profondamente felice. Un segno chiaro che l’eurocentrismo della Chiesa è finito.
Il Nord del mondo non è più centrale nelle categorie universali, come il senso di Dio, del sentimento religioso, dello spazio, del tempo, del senso della vita e della sua pluralità.

Arnaldo De Vidi, missionario prima in Cina e poi in Brasile da trent’anni, ha scritto a proposito delle dimissioni del Papa Benedetto XVI: «Joseph Ratzinger ha ordinato l’enorme suo bagaglio di conoscenze in un sistema, quello tomista, che ha la pretesa di esaurire il discorso sulla verità e sulla realtà. Quello che non si riconduce alla sintesi teologica dell’Essere, sarebbe fuorviante. Di qui la sua crociata contro il relativismo. Il papa non accetta la relatività, altre letture o narrazioni sul reale. Quindi c’è un pensiero unico con base nella ragione e nella rivelazione, sviluppatosi in Occidente. Perciò il suo discorso è esclusivo invece che inclusivo. Insomma Ratzinger non è Martini».
Papa Francesco è un gesuita. Direi di più, un gesuita doc, che vuole i suoi confratelli gesuiti fedelissimi al papa, anche quando il papa rimprovera loro l’impegno per la giustizia… e quindi chiede ai gesuiti moderazione nella profezia. È un gesuita sui generis, che si rispecchia nella figura di Francesco di Assisi. Un gesuita che ha fatto propria l’elaborazione teologico-biblica per una chiesa povera, vivendo con i poveri, una strada tracciata da p. Pedro Arrupe, dove hanno camminato e sostato il card. Martini e i tanti teologi del Centro e del Sud America (tra il 1973 e il 2006, 48 gesuiti hanno subito per la loro missione una morte violenta).
La scelta di chiamarsi Francesco, il poverello d’Assisi, è una sfida sia per se stesso, sia per la Chiesa, incapsulata e corrotta, piena di orpelli e spesso anche distratta di fronte alla sofferenza umana. Penso che abbia una certa idiosincrasia verso le formalità e la burocrazia della Curia Romana. Un latino americano non li spiega i segni, li fa. Appartengono alla creatività umana e alla sua relazione col cosmo.

Siamo di fronte a una svolta. Papa Francesco avrà molti nemici, dentro e fuori la Chiesa, ma non prevarranno. Potrei dire che è un progressista illuminato, ma non voglio entrare nelle categorie politiche. Occorre pensare e vivere l’Imprevisto e lui stesso credo ne sia rimasto travolto.

per Conquiste del Lavoro,
quotidiano della Cisl
www.conquistedellavoro.it
Anno 65 – numero 81 – pagina 4
9 aprile 2013

2013.09 Aprile Conquiste del Lavoro