Quale missione per la Chiesa?

I capitoli iniziali dei Vangeli ci presentano la missione di Gesù; lui andava nelle sinagoghe e nelle piazze, dove c’era gente riunita e diceva «Il Regno di Dio è prossimo, è qui tra voi. Convertitevi a questa buona notizia!». Gesù evangelizzava: cioè, ai poveri, pieni di cattive notizie, annunciava la buona notizia del Regno. All’annuncio, aggiungeva cure ed esorcismi: tale attività animava i poveri; ma più li impressionava la profezia che il Regno di Dio si sarebbe realizzato in breve e per loro.
Per i capi, il Regno di Dio doveva essere la riedizione dell’impero di Davide, avendo espulso i dominatori romani. Per il popolo, il Regno di Dio rimandava all’Eden, a un mondo riconciliato, terra senza mali. Gesù si presenta come l’icona stessa del Regno e dice ai poveri che Dio Padre l’ha inviato in missione nella Palestina, regione nodale che era stata preparata per il Regno, ma era diventata un anti-regno, dove perfino la religione era strumentalizzata per umiliare ed escludere i poveri.
Gesù non si limita a denunciare l’antiregno, ma si dispone a dare la propria vita per combatterlo e per stabilire il Regno. Dal punto di vista di Gesù, Satana governava la Palestina (e il resto del mondo); ma col Regno, Dio estromette Satana: il male è eliminato e le persone sono ripiene del suo Spirito. Coloro che accettano Gesù e la sua proposta, si convertono: riconoscono la propria omissione-e-infedeltà, ricevono il perdono, si uniscono in comunità (chiesa) e sono inviati a sua volta ad evangelizzare.
Così nella missione distacchiamo due elementi: l’annuncio e il Regno.

Riguardo all’annuncio
Si parla di preferenza di primo annuncio, «proclamazione esplicita del Vangelo di Cristo, senz’altro realizzata attraverso la testimonianza della vita e il servizio della carità, ma mai disgiunta da una parola kerigmatica. … La peculiare funzione della parola consiste esattamente nel coinvolgere l’interlocutore in quella speranza che è ragione della nostra vita» (cf. XVI Capitolo Generale s.x. n. 48).
Nella cristianità (o chiesa costantiniana) l’annuncio era stato mutilato. Con il mondo diviso rigidamente in paesi cristiani e paesi non-cristiani, si riteneva che l’annuncio fosse solo per i non-cristiani. Nei paesi cristiani esso non era necessario, perché i figli erano cristiani all’anagrafe, e i genitori chiedevano alla Chiesa di travasare nei figli, con la catechesi, il patrimonio delle verità della fede in un processo di istruzione depositaria o bancaria. Il resto lo faceva la pastorale con la liturgia, secondo i tempi e le stagioni (e anche la struttura civile aiutava).
La “cristianità” offriva dei vantaggi…, ma Sören Kirkegaard, filosofo protestante danese, ha scritto: «Ahimé, quando si è nati nella cristianità… quando si vive in un cosiddetto “Stato cristiano”, allora è immensamente difficile “diventare” cristiani». Adesso, si voglia o no, la cristianità è in via di superamento, quindi la Chiesa, dopo il Concilio, ha riscoperto l’importanza del (primo) annuncio.
Si è capito che nella catechesi stessa non si tratta di imparare a memoria le verità della fede con apprendimento bancario, ma di andare incontro a Gesù e ascoltarlo. L’annuncio mette in contatto vitale con Gesù Cristo. «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona…» (Benedetto XVI, Deus caritas est, n.1). In Brasile, l’annuncio serve anche a correggere la mancata evangelizzazione del periodo coloniale, quando c’è stata sacramentalizzazione senza l’annuncio.
C’è differenza tra annuncio e primo annuncio? Gesù indirizzò il lieto annuncio ai suoi contemporanei-correligionari-conterranei che non erano “pagani”, erano molto religiosi, erano il popolo di Dio. Chissà?, parlando di annuncio si potrebbe omettere l’aggettivo “primo”: primo annuncio è solo annuncio; nuova evangelizzazione è solo evangelizzazione.
Dal punto di vista dei destinatari, l’annuncio è “primo” quando per una persona avviene l’incontro forte che provoca la sua conversione a Gesù morto-e-risorto. Tale incontro può avvenire ovunque e a qualsiasi età; ai battezzati e ai non battezzati; ai giovani che devono assumere coscientemente e personalmente l’ideale cristiano… È necessario a ogni Lazzaro che sta nel sepolcro dell’indifferenza e deve ascoltare il richiamo di Cristo “Vieni fuori!”.
Nella vita ci vuole più di un annuncio perché la consuetudine è nemica della vita cristiana.

Riguardo al Regno
La Chiesa che dopo il Concilio ha riscoperto l’importanza dell’annuncio, purtroppo non ha riscoperto il contenuto dell’annuncio: il Regno che portò Gesù alla Pasqua di morte e risurrezione. Questo “primo anello”, è l’anello perduto, dimenticato o mimetizzato (spiritualizzandolo). C’è paura a dire e a capire cos’è il Regno. Il fatto che Gesù parli del Regno, basandosi nelle immagini della casa, città o comunità, non lascia dubbi su ciò che aveva in mente: una società diretta e governata da Dio come “re”, in senso politico. Kierkegaard scrive: “Ciò che Dio si proponeva, era il cambiamento del mondo, s’intende il cambiamento del mondo concreto, del mondo reale”. Nel Regno siamo sudditi di Dio con una genuflessione retta, e fratelli tutti nobili tra noi, senza inchini né esclusioni.
Qui siamo al nocciolo della questione o “heart of the matter”, inderogabile. Vediamo. La Chiesa, comunità dei cristiani, “è a servizio del Regno”, non è fine ma mezzo. Missione è la vita della Chiesa (come disse il Concilio) e consiste nell’annunciare il Regno. E qui viene l’equivoco: pensare che tutte le attività della Chiesa siano ipso facto missionarie. “La Chiesa esiste per evangelizzare” (EN 14), quindi la missione è tutto per la Chiesa, ma non tutto è missione. Che definisce quali azioni sono missionarie è il paradigma del Regno. San Paolo sintetizza il Regno così: giustizia, pace e gioia nello Spirito (cf. Rm 14,17). La nostra missione di cristiani, oggi come ieri, è collaborare con Cristo per tale Regno.
Insomma, dobbiamo prendere coscienza che, alla luce del Regno, rimangono bocciate tutte quelle attività anche religiosissime della Chiesa di ieri e di oggi che sono intimiste e alienanti. Si direbbe che ci sono molte persone religiose (e cattoliche) ma non molte “cristiane”, cioè non ci sono molti discepoli-missionari per il Regno.
Vale ricordare che nell’America Latina lo Spirito Santo ha suscitato le Comunità Ecclesiali di Base (CEBs) decisamente orientate al progetto del Regno. Col metodo vedere-giudicare-agire, la comunità di base: “vede” le cattive notizie della realtà; le “giudica” ascoltando l’annuncio delle buone notizie del Regno; si dispone ad “agire” nella novità della pratica cristiana.
Ma le CEBs sono state ostacolate (soprattutto da Roma); ora, a partire dalla Conferenza Episcopale di Aparecida, esse sono incoraggiate, ma sono equiparate ai movimenti ecclesiali (rinnovamento nello Spirito, neo-catecumenato, Opus Dei, Focolari, CL, Legionari…). Questi hanno maggiori risorse economiche e interesse corporativista, per cui le CEBs resteranno cenerentola.
E qui rimaniamo perplessi. Per Roma, la prima virtù del Regno, la giustizia, puzza dello zolfo del comunismo. Roma è interessata al fenomeno mondiale del pentecostalismo in versione cattolica e alla tradizione sacrificale, che mostra l’uomo-Dio Gesù che muore per pagare a Dio col suo sangue il debito contratto dall’umanità col peccato. Tale teologia sacrificale – presente nella Bibbia, ma secondaria – è diventata da molto predominante nella Chiesa.
Semplificando, la Chiesa oggi sta bene di annuncio. Giovani e adulti si incontrano con Gesù; ci sono gli elementi della scoperta, conversione, cammino nuovo di vita. Ma se incontrano il Gesù dell’ultima chiesa evangelista o di un movimento disincarnato, dov’è il Regno? Si ignora che il lieto annuncio di Gesù partiva non dal micro di una persona, ma dall’antiregno, il quale affligge il mondo oggi non meno di ieri, con centinaia di milioni di figli di Dio esclusi.
Se però la Chiesa si decide ad assumere con determinazione la missione del Regno di Dio, in questo mondo dove trionfano ingiustizia, guerra e tristezza, allora (e solo allora) essa sarà sale della terra e città sopra il monte!!
Io, missionario che lavoro nel terzo mondo dove più crudele è l’antiregno, piantato da sistemi sviluppati dall’Occidente che si dice cristiano, devo essere muro del pianto dei popoli impoveriti e oppressi, e loro cassa di risonanza per la giustizia e i diritti umani, per la loro dignità di figli di Dio! E questo a livello mondiale, fino ai confini del tempo e dello spazio.
Io mi trovo ad Abaetetuba, in Amazzonia. Qui ci sono feste religiose alla saturazione, ma un terzo dell’economia viene dalla droga e dai furti; nell’amministrazione comunale una mafia basata nel clientelismo si divide i proventi della corruzzione; il popolo vive alienato e carente… Qui è come la Palestina al tempo di Gesù. Per Gesù evangelizzare col kerigma (primo annunzio) era rompere il guscio del dominio della struttura religiosa e socio-politica, e piantare lo spirito di servizio al Regno. Non ho dubbi che qui occorre il kerigma e il coraggio del vangelo pericoloso.

Abaetetuba, 17 agosto 2013

padre Arnaldo De Vidi
missionario saveriano
Abaetetuba, Parà, Brasile