Brasile 2014, Elezioni presidenziali – Dilma rischia e il PT paga quanto dovuto

L’esito del primo turno delle elezioni generali brasiliane può essere così sinteticamente riassunto.

  1. Dilma Rousseff, Presidente della Repubblica uscente, ottiene un risultato complessivamente avaro (poco meno del 42%) e accede al secondo turno politicamente ed elettoralmente indebolita, pagando un prezzo che non è solo la conseguenza delle politiche del suo Governo, ma del progressivo e inevitabile logoramento del Partido dos Trabalhadores (PT). Il secondo turno, giocato, come sempre, contro un candidato del centro-destra, Aécio Neves, nipote del primo amatissimo Presidente della Repubblica dopo la dittatura militare, non sarà affatto semplice. Se da un lato Aécio non è un personaggio carismatico e catalizzatore di consensi spontanei, dall’altro egli rappresenta pur sempre il cuore dell’inossidabile potere economico-sociale dell’immenso Paese, che ormai da dodici anni vede al Governo la sinistra moderata di Lula, di Dilma e dell’ormai stanco e logoro PT, i quali hanno comunque impresso una svolta dai tratti nuovi (per l’America Latina) mediante il cosiddetto “capitalismo sociale”.
  1. Dilma conserva un forte consenso nelle aree più povere e fragili del Paese, nel Nord e nel Nord-Est, soprattutto a seguito delle politiche assistenziali e di sostegno ai bassi redditi, promosse in questi anni. Quanto al resto, i flussi elettorali per lei sono preoccupanti. Perde sistematicamente negli Stati dell’Ovest e del Sud, fatta eccezione per il fedele Rio Grande del Sud, che tuttavia le ha riservato un discreto calo di voti. Drammatica è la situazione nel florido e popolosissimo Stato di San Paolo (quasi 40 milioni di abitanti), dove la sua sconfitta, associata a quella del suo partito, è di proporzioni massicce. Ancora una volta poi Dilma non sfonda a Rio de Janeiro, Stato popoloso, politicamente caotico e contradditorio. In definitiva si sta consolidando una struttura politico-elettorale paradossalmente simile a quella italiana di qualche anno fa, con le aree più povere orientate a votare chi mantiene politiche sociali e assistenziali forti e con le aree più ricche e floride (il Sud e San Paolo) che votano a destra, ritenendosi maggiormente tutelate da un modello di stampo più spiccatamente neoliberale capitalista.
  1. La variabile Marina Silva è parzialmente rientrata, come peraltro doveva essere. Marina ha imbrogliato, in questo forse pressata dalla leggendaria “bancada dos evangélicos”, e, dopo la sua inopinata candidatura in sostituzione del candidato Eduardo Campos, di cui era vice, morto per un incidente aereo in campagna elettorale, ha repentinamente cambiato indirizzo politico. Da donna nata e cresciuta in un contesto autenticamente popolare e di militanza movimentista, si è adattata, forse con la chimera di un accesso inatteso al secondo turno, a farsi da portavoce delle istanze paradossalmente più reazionarie. Appartenendo ora all’Assembléia de Deus, una delle chiese evangeliche più oltranziste e intolleranti, ne ha sposato l’indirizzo politico e ha tentato di catalizzare un voto di protesta che veniva da destra e da sinistra, ma che, in realtà, faceva solo gli interessi della destra. E’ progressivamente calata nei sondaggi, vincendo alla fine solo nel natio e sperduto Acre e nell’importante Pernambuco (Recife e regione), dove ha raccolto l’eredità del defunto ex-governatore Campos. Probabilmente il suo voto sarà riassorbito da Dilma nel Pernambuco e da Neves nell’Acre (dove però la popolazione è scarsa). Quanto al resto del Paese, il suo 20% resta un’incognita. Marina potrebbe dare un’indicazione di voto per Neves, in questo vendicando anche i dissapori con Lula e con Dilma, dei quali è stata Ministro e collaboratrice, ma potrebbe anche non farlo. Certamente il suo elettorato, fatta eccezione per gli evangelici (che voteranno Neves), sarà combattuto. Il resto dei candidati rappresenta solo briciole insignificanti.
  1. Interessante è il flusso dei voti per le cariche di governatore degli Stati, per la Camera dei Deputati, per il Senato e per le Assemblee Legislative degli Stati (simili ai nostri Consigli Regionali). In questo caso assistiamo a un trionfo dei candidati centristi del PMDB (Partido do Movimento Democrático Brasileiro), una sorta di DC locale, in grado di allearsi con chiunque pur di avere un ruolo di governo e tuttora alleato del PT. Al contrario il PT frana e perde quasi dappertutto, fatta eccezione con Pimentel, l’ottimo candidato governatore del Minas Gerais (Belo Horizonte e dintorni) e con qualche governatore degli Stati più poveri. A San Paolo, già sua roccaforte dopo la dittatura militare, è gravemente sconfitto, mentre a Rio de Janeiro sfiora l’insignificanza. Nella stessa riserva del Rio Grande del Sud, a suo tempo una sorta di Emilia-Romagna del Brasile, oggi l’antico (e obsoleto) governatore Tarso Genro accede al secondo turno in grave difficoltà. Possiamo quindi immaginare, nel caso di un secondo governo Dilma, la Presidente in ostaggio di un congresso e di governi locali dove il suo PT conta poco e conta invece moltissimo il suo alleato, sempre assai poco innamorato e propenso al tradimento, PMDB. Dopodiché, area dopo area, prosperano sempre i consueti potentati locali, sovente di natura addirittura familiare o aziendale. Quasi divertente è la trionfale elezione al Senato dell’ex-calciatore carioca Romário. D’altra parte non dimentichiamo che noi italiani abbiamo eletto a suo tempo Ilona Staller.
  1. In attesa del ballottaggio del 26 ottobre 2014, saranno tre settimane di passione per l’intero Brasile e di attesa per i mercati finanziari, i quali scommettono con maggiori speranze sulla vittoria del più malleabile Neves, pronto a piegarsi alle politiche neoliberali più aggressive. Dilma invece sarebbe molto più “resistente” e, non a caso, ogniqualvolta i sondaggi le attribuiscono una crescita di voti, il real, la moneta nazionale, perde valore. D’altra parte l’economia non va molto bene e quindi Dilma deve calmare il crescente malcontento popolare, agitando lo spauracchio del ritorno delle vecchie forze del potere economico-sociale post-dittatura. Il rischio è serio, ma Dilma stessa e il PT ce l’hanno messa tutta per infilarsi nei guai. Non sappiamo chi vincerà, anche se Dilma appare tuttora leggermente favorita. Da non sottovalutare è il peso crescente delle terribili Chiese evangeliche e l’inquietudine delle classi popolari davanti al fenomeno di una corruzione endemica, che rischia di travolgere l’interessante esperienza di Governo di questi ultimi dodici anni. Ci risentiamo tra tre settimane. Prometto un’indagine più accurata e soprattutto auspico un viaggio post-elettorale l’anno prossimo. Mio malgrado, tifo Dilma. È come Renzi. Ogni ci vanno di traverso, ma chi se non loro?

 Egidio Cardini
componente la redazione di Madrugada
Rio de Janeiro,