Brasile – Elezioni presidenziali ottobre 2014, un profilo di Marina (da) Silva

La storia di Marina Silva è commovente: nasce nel 1958, di famiglia povera, nello Stato brasiliano dell’Acre, nel cuore dell’Amazzonia. Ha otto sorelle e due fratelli. Comincia a lavorare a 10 anni come siringueira: percorre chilometri ogni giorno per raccogliere il lattice della gomma dagli alberi. Prende la malaria, l’epatite virale, la leishmaniosi, la contaminazione da mercurio e metalli pesanti…, malattie non esenti da ricadute (come è avvenuto fin nel 1990). Perde la mamma a 14 anni. A 16 anni, lascia la foresta e va in città, dove è accolta e alfabetizzata dalle suore.
La storia di Marina è vincente: si laurea in storia a 26 anni, mantenendosi agli studi come domestica. In seguito si specializza in psicanalisi e psicopedagogia. Insegna ed è attiva nella vita comunitaria. Negli anni settanta, entra nella lotta sociale e politica, su invito e incoraggiamento del compaesano Chico Mendes, il martire dell’ecologia. Si tessera officialmente nel PT (Partido dos Trabalhadores) nel 1985. È consigliera comunale e poi “deputada estadual”, la più votata, per lo Stato dell’Acre. È senatrice a 36 anni, la più giovane dei senatori. Dal 2003 al 2008, è Ministra dell’Ambiente del Governo Lula. Nel 2007 nasce spontaneo e apartitico il Movimento Marina Silva Presidente. Marina concorre alla Presidenza del Brasile nel 2010 e ottiene 19,33% dei voti. Riceve molti premi, nazionali e internazionali, e onori, come quello di portare la bandiera olimpica a Londra, col Segretario dell’Onu e i premi Nobel… La sua vita è narrata in libri e si sta girando un film documentario su di lei.
Adesso è di nuovo candidata alla Presidenza del Brasile e un recente sondaggio dice che nell’eventualità di elezioni con secondo turno – con ballottaggio tra i due più votati – lei sarebbe vincitrice!!
Marina suscita delle perplessità. Si può affermare, senza smentite, che Marina ha una grande sensibilità ecologica: essa è legata con un cordone ombelicale all’ambiente. Alza le bandiere contro la deforestazione e per i diritti umani. Ha il coraggio di scegliere e perseguire vie nuove. Ha tenacia e autostima. Ha carisma per restare sulla cresta dell’onda.
Ma c’è motivo per sospettare che Marina non sia così umile e autentica come (ap)pare. La coerenza e la fedeltà non sono sue virtù.

> È cresciuta nella chiesa cattolica dove era molto stimata e cosciente, attiva nelle CEB (Comunità Ecclesiali di Base); ma nel 1997 diventa “evangelica” (dell’Assemblea di Dio), perché un pastore le è vicino in occasione della malattia. L’opzione religiosa di una persona merita pieno rispetto, ma la scelta di Marina sconcerta: dopo tanti corsi sulla teologia della liberazione, aderisce alla liberazione spirituale dal peccato personale e dalle perversioni del mondo. Dopo anni di attività pastorali nella base e l’opzione per i poveri, lei si slega dai problemi di povertà e oppressione che affliggono il popolo. Cambia dalla Bibbia-parola di Dio che ci ispira, alla Bibbia-talismano che decide per i fedeli. Diventa membro di una chiesa fondamentalista e pietista, il cui pensiero non aiuta a difendersi dal pensiero neoliberale del mercato e dalla macroeconomia speculativa. Insomma, Marina oggi crede in un Dio (funebre) che ha parlato in passato e ha lasciato un libro, e non in un Dio che ci vuole responsabili, che parla nella storia e ci chiede di continuare la missione di Gesù verso il regno di giustizia, pace e gioia nello Spirito.

> Dopo 5 anni di matrimonio, con due figli, Marina passa a seconde nozze, sposando Fabio Vaz de Lima, un tecnico agronomo di successo, dell’industria dei cosmetici e integrato nella politica, che le darà due figlie.

> Politicamente, Marina passa da un partito all’altro: durante tre decadi è attiva nelle file del PT (Partido dos Trabalhadores), cominciando nella CUT (Central Única dos Trabalhadores) e nel PRC (Partido Revolucionário Comunista, di José Genuino). Tutta la sua formazione e il profilo politico, lei li deve al PT. Ma nell’agosto 2009 annuncia la sua uscita dal PT e si iscrive nel PV (Partito Verde). In vista delle elezioni di quest’anno, lei lascia il PV, nel 2011, pur dicendo che non lo fa per motivi elettorali. Tenta, nel 2013, di fondare un suo partito, la Rede Sustentabilidade, con gli amici che lasciarono il PV assieme a lei. Non riescono nell’intento, perché non ce la fanno a raccogliere le firme necessarie (492 mila) per l’approvazione officiale. Allora Marina è cogitata dal PPS, ma finisce per aderire al PSB (Partido Socialista Brasileiro), “per motivo programmatico”, dice. E, siccome il PSB ha già il candidato a Presidente nella persona di Eduardo Campos, lei accetta di concorrere a Vice-Presidente. Quando poi Eduardo Campos muore in incidente aereo (il 13 agosto u.s.), lei accetta di diventare candidata a Presidente.

Le intenzioni taciute.

È sempre più evidente che Marina vuole arrivare a essere presidente, e a qualsiasi costo. I suoi cambiamenti sono dettati da auto-promozione arrivista: ha lasciato il PT (nell’agosto del 2009) senza rumore, come disse, quando non le diede spazio per essere la candidata del partito alla corsa presidenziale. Lasciando il PV, disse, contro ogni evidenza, di non farlo per fini elettorali: «Mantenere la coerenza e continuare in avanti, è questo il senso del mio gesto». Ha aderito al PSB, candidata alla vice-presidenza, pensando di sommare voti per salire al Planalto e poi chissà?
C’è nel atteggiamento di Marina un misto di accortezza e di ingenuità. Nella sua campagna del 2010 lei ha alzato due bandiere: l’austerità e l’ecologia; ma il suo Jet per spostarsi era più lussuoso di quelli degli altri candidati e il marito era invischiato in crimini contro l’ambiente. Lei s’è prestata al gioco della destra che l’ha lanciata per evitare che la candidata del PT, Dilma Rousseff, ottenesse più del 50% dei voti e vincesse nel primo turno.
Quando è stata a capo del Ministero dell’Ambiente, Marina si è battuta sui temi della difesa della natura, elaborando quasi un centinaio di proposte di legge, ma senza un piano articolato, senza connessione con la realtà. Ha dato le dimissioni, denunciando la cattiva volontà e l’omissione del governo riguardo alla salvaguardia dell’ambiente. Ha detto che doveva lottare non più dentro al PT, ma per la sostenibilità. Però Carlos Minc, suo successore al Ministero dell’Ambiente, ha fatto in due anni più e meglio di lei in sei.
Nei suoi pronunciamenti Marina parla di lotta per la sostenibilità… ma il programma da lei abbozzato la contraddice. Marina non vede contraddizione tra capitalismo e ecologia: accetta la dominazione dell’uomo sulla natura, con il pericolo di una catastrofe e a costo della sobrevvivenza delle future generazioni. Il capitalismo sfrutta la terra e le persone; per generare ricchezza non esita di provocare squilibri negli ecosistemi; non accetterà mai una conversione di paradigma che includa la sostentalilità ambientale, politico-sociale, mentale e integrale, passando dall’ecologia alla ecosofia. Perciò è difficile sapere che cosa intenda per sostenibilità (e forse non lo sa neppure lei).
Marina parla di nuova politica, ma in che consiste? Usa un vocabolario tutto suo, una retorica di effetto ma volutamente confusa. Usa frasi curiose, giocando coi termini. Disse: «Non è ora di essere pragmatico. È ora di essere sognatico e di agire per i nostri sogni». Riguardo alla sua candidatura alla Presidenza, dopo la morte di Eduardo Campos, disse: «Cambiare con la visione che si comincia il nuovo nel nuovo, correggendogli equivoci praticati e affrontando le sfide di questo inizio di secolo».
La personalità forte di Marina nasconde nelle sue pieghe narcisismo, confusione e centralismo.
Se eletta, Marina che farà? Temo che deluderà. Le mancano la coerenza politica, un programma di governo ispirato a una ideologia e un progetto per il Paese che è tra i grandi emergenti del BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e SudAfrica).
C’è un altro elemento di pericolo: Marina è messianica, come quando commentò la morte di Eduardo Campos, con una frase equivoca: «Queste cose capitano in nome di qualcosa maggiore. … Voglio innanzitutto ringraziare Dio perché ci è stato vicino aiutandoci nel difficile traghetto, dopo la perdita dell’uomo che avevamo scelto per guidarci nel compito di cambiare il Brasile». Per prendere decisioni importanti, Marina consulta e segue pedissequamente la Bibbia.
Marina ha il suo papa o guru nella persona del Pastore mediatico Silas Malafaia, leader della chiesa Assemblea di Dio. Obbedendo al suo guru come se fosse la bocca di Dio-verità, Marina ha già cambiato di opinione su qualche tema importante, come sulle unioni homoaffettive e sulla criminalizzazione dell’omofobia. Nel linguaggio e nelle alleanze, Marina strumentalizza l’elemento religioso, non rispettando la laicità. Eppure il presidente deve rispettare tutti i credo religiosi (e perfino l’ateismo) riconoscendone i valori etici e spirituali per la vita della comunità, senza identificarsi con nessuno. Deve obbedire alla Costituzione e non al suo credo; deve obbedire al popolo e non a persone o libri sacri, pena una devastante teocrazia (l’Oriente Medio con i sanguinosi conflitti religiosi docet).
Marina ha presentato il suo programma di governo (29.08.14), confermando e perfino aumentando le nostre perplessità. Lei ha detto che favorirà il libero mercato, la riduzione della spesa pubblica (meno medici, meno professori, meno agenti sociali), la fluttuazione del dollaro e il contenimento dell’inflazione con l’aumento degli interessi, se necessario. Ma sappiamo quali sono le conseguenze di tale programma di “austerità fiscale”: salari minori, disoccupazione…; specialmente, con la riduzione del welfare, miseria per le famiglie svantaggiate, con fame e morte. Marina ammira la politica economica degli Stati Uniti!? Ma gli USA hanno anch’essi, come il Brasile, il problema della disuguaglianza sociale (l’1% degli statunitensi guadagna tanto quanto i restanti 99%). E il neoliberismo, in crisi, si sta sostenendo ovunque solo con interventi spuri.
Oltre alla fluttuazione del dollaro, Marina ha parlato di autonomia del Banco Centrale. Sappiamo che le “banche centrali” o di Stato sono controllate dal capitale neoliberale. In tal modo si rinuncerebbe alla sovranità monetaria lasciandola in balia del gioco del mercato e del sistema finanziario capitalista nazionale e transnazionale.
Ispirandosi alla globalizzazione come pensiero unico, mercato globale e libero flusso (finanziario-speculativo) dei capitali, Marina comanderebbe un retrocesso.
In ogni caso, Marina sta meglio all’opposizione che al governo del Paese. Diciamo questo con rammarico, perché sarebbe stato molto bello avere per presidente del grande Brasile una rappresentante meticcia, venuta dall’Amazzonia, figlia dei popoli della foresta!

LA POLITICA BRASILIANA E MARINA

Dopo questa presentazione, qualcuno si chiederà: se è così, come si spiega l’appoggio e l’audience, quasi un consenso unanime, que Marina sta ottenendo?

La ricerca di supereroi

Si tenga presente che in Brasile il Presidente è eletto direttamente dal popolo: un brasiliano, un voto. I bambini sognano di diventare presidenti e il popolo aspetta sempre un presidente salvatore, oggi ancor più di ieri, dal momento che i Mezzi di Comunicazione Sociale propongono salvatori con make up. I media creano miti e li presentano in belle iconi al popolo, sempre considerato massa di manovra. Marina è un bel mito: entra nelle case come una zia di famiglia… che è vincitrice perché è riuscita a proiettarsi in piano nazionale. Lei -donna, nera e povera- diventa il sogno della maggioranza del popolo brasiliano, formato appunto di donne, neri e poveri.

Il Brasile e lo stigma del passato

Si impongono altre riflessioni. Marina si trova, anche senza volerlo, su uno scacchiere politico, dove si gioca da 500 anni una partita a scacchi truccata, con ricchi e poveri, aristocratici e plebei, di destra e di sinistra…
Il Brasile, come colonia è vissuto grazie agli schiavi, indispensabili, ma senza nessun diritto. Da sempre il tessuto sociale brasiliano prevede la piramide sociale formata da una minoranza in cima e dalla maggioranza in basso. La minoranza nella “casagrande” e il resto nella “senzala”, che in termini nostrani significa: l’aristocrazia in “villa” e i braccianti nelle “barchesse”. La politica spetta all’aristocrazia. Al popolo non era permesso dire qualcosa; e responsabilizzarsi socio-politicamente era condannato come sovversione. Questa demonizzazione della politica quando praticata dalla base, cioè da qualcuno del popolo, resiste fino ad oggi. Dopo la nascita del comunismo in Russia, ci fu una primavera comunista brasiliana, ma essere tacciati di comunisti era un marchio di infamia.
Quando s’è imposta la pratica democratica col voto e i partiti, s’è fatto ricorso al termine “destra”, per indicare la politica governante (della minoranza aristocratica), e “sinistra” per l’opposizione. Destra “sensata” e sinistra “testa calda”. La destra dice, come un ritornello, che bisogna aumentare ancora la torta della ricchezza se si vuole poi dividerla bene tra tutti. La sinistra dice che già da un pezzo è venuta l’ora di dividere la torta tra tutti e non solo tra i ricchi.
Siccome la destra vuole lo status quo, i governi di destra hanno sempre favorito l’inerzia del Paese. Ma ci sono stati governi di sinistra, laburisti o socialisti – di Getulio Vargas, João Goulart, Luiz Inácio Lula da Silva e Dilma Rousseff – che hanno fatto progredire il Brasile. Essi però han affrontato sempre una grande resistenza. Per tutti, ricordiamo João Goulart che è stato ostilizzato e spodestato dal golpe militare del primo di aprile del 1964.
Dal golpe del 1964 fino al 2002 al potere c’è stata la destra. E il popolo ha risposto con il disincanto, il disinteresse e l’analfabetismo politico. In realtà il popolo brasiliano è chiamato a compiere il suo dovere di cittadino solo nelle elezioni (e chi non vota deve pagare una multa). Dalle spese pazze nelle campagne elettorali si capisce che le elezioni sono un investimento spropositato da parte di chi vuole poi trarre vantaggio dalla propria carica. Rubem Alves parlava di politici di professione (venali per arricchirsi) e politici per vocazione (pochi, per la verità, preoccupati del bene comune).
Per complicare le cose, poco a poco i partiti, inizialmente o di destra o di sinistra, hanno lasciato da parte identità ideologica e programma. Essi oggi mirano semplicemente a vincere alleandosi ai probabili vincitori. Sono partiti di affitto o fisiologici. Sono legione: trenta circa approvati e altrettanti in lista di attesa.
Sì, non si può più tracciare una linea discriminante tra partiti di destra e partiti di sinistra, ma la destra ancora esiste, eccome!. Non è un partito ma un’eminenza grigia (ricordando Richelieu). Essa è formata da più soggetti: i latifondisti, i banchieri, gli industriali, i signori dei MCS, le classi alta e media, la maggioranza delle chiese evangeliche rampanti… Essa non è a corto di soldi e quindi di opportunità, approfittando anche dell’analfabetismo politico del popolo brasiliano.
Inoltre, viviamo in tempo di globalizzazione, con il neoliberismo capitalista che impone a tutti i governi del pianeta (anche a quelli di sinistra) un programma di destra.

Il ruolo delle Chiese

A partire dagli anni settanta la chiesa cattolica promuove la formazione politica del popolo: fa politica con la P maiuscola, senza schierarsi con questo o quel partito. Ma è accusata di plagiare il popolo e di fare politica di sinistra.
Dal canto loro, le chiese evangeliche scelgono partiti e candidati che si propongano di legislare a loro favore. Fanno pressione sui loro fedeli moralmente e con il cosidetto “voto de cabresto”, voto al cappio. Come risultato, gli evangelici al Congresso hanno attualmente 73 rappresentanti, deputati e senatori, che si confessano come evangelici. E quasi 10 mila consiglieri comunali. Alle prossime elezioni sono in lista 270 pastori candidati (mentre i preti cattolici sono 16)…. In tal modo gli evangelici (o, più propriamente, gli evangelicali) sono una forza politica. Sul loro peso ci sono pareri differenti, perché dopotutto, d’accordo col censo del 2010, gli evangelici sono 22% della popolazione (un terzo dei cattolici).

Marina nel panorama attuale

La carrellata di sopra era necessaria perché, si voglia o no, la candidatura di Marina si iscrive in questo gioco a scacchi. Di che lato sta? A prima vista si direbbe: Marina è di sinistra, come anche il PSB è di centro sinistra (alleato storico del PT). Diciamo piuttosto che Marina era di sinistra, ma pare camaleontica. E il PSB è diventato in parte fisiologico. Quindi la domanda da fare è un’altra: a chi serve una candidata così? Chi sta dandole appoggio? Non c’è dubbio che è la destra.
I signori della destra hanno il loro partito preferito, che è il PSDB (Partito Sociale Democratico Brasiliano), ma non disdegnano altri partiti. Nel caso specifico, il PSDB ha lanciato il suo candidado, Aécio Neves, nipote del primo Presidente post-dittatura, morto alla vigilia della “tomada de posse”. Ma Aécio non sta decollando e il PSDB stesso considera Marina come suo piano B. A quanto pare, la destra sta invece già lanciando Marina come suo piano A. Eduardo Campos, defunto candidato del PSB a presidente, era solo un sassolino nella scarpa di Dilma Rousseff; Marina che gli succede, è una vera alternativa.

I mezzi di comunicazione sociale

Tra gli esponenti della destra, nominati sopra, vorrei mettere in rilievo i signori dei MCS, data la loro rilevanza e consistenza.
I signori dei MCS sono corporativisti e sono la punta di lancia della destra. In passato si diceva, con ragione, che il Brasile aveva un solo (grande) elettore che era Roberto Marinho, il padrone della Rete Globo di Televisione. Ma vicino alla Globo c’è il gigante della carta stampata, l’Editrice Abril dei Civita, e i quotidiani come O Estado de São Paulo e Folha de S. Paulo… È un lobby fortissimo, di magnati, che sceglie il candidato e lo catapulta nella campagna delle elezioni. Lo stesso Luiz Inácio Lula da Silva, ripetutamente barrato dai media, è stato ammesso da loro dopo una sua tournée nel primo mondo dove ha dato prova di essere preparato e di non costituire un pericolo per gli interessi dei “magnati”. Di fatto, durante il governo di Lula, ci hanno guadagnato i poveri, ma più ancora i ricchi.
L’ideologia della destra oggi si identifica con il neocapitalismo che Marina propone come l’espressione più definita di progresso, sviluppo e civiltà, anche se esso è in forte crisi. In occasione della sconfitta del 2010, i “rampolli” della classe media, hanno sfogato la loro rabbia con espressioni razziste e grossolane sui blog e facebook, definendo gli elettori di classe bassa del nordest – responsabili della vittoria di Dilma – come “macachi” e le donne, “pollastre buone solo per essere stuprate(!!)”. La destra è ferita e arrabbiata perché non è al potere da dodici anni, e non vuole di nuovo perdere la corsa presidenziale.
Nelle scorse elezioni, la destra ebbe come candidati Geraldo Alckimin (2002) e José Serra (2006 e 2010) che furono sconfitti. Per il 2014 il candidato preferito, Aécio Neves, non sta decollando. Non stupisce che la destra tenti l’avventura Marina Silva. Che Marina sia del PSB non ha importanza: importa che lei non abbia un programma di governo socialista, e così lasci che siano l’economia e il prestigio dei magnati o “baroni” a dettare la politica per il Brasile.

IL PT ALLE FORCHE CAUDINE

Per completare il quadro, occorre dire qualcosa sul PT. Per cominciare, sarebbe ora che Dilma Rousseff mostri, con dati alla mano, ciò che i partiti “trabalhisti”, in particolare il PT, hanno fatto per il Brasile. Occorre sapere di più sui programmi e progetti sociali, sulle centinaia di opere di infrastruttura, sulle relazioni internazionali (BRICS, Unasul, Sul-Sul…). Ricordiamo che il Brasile, grazie al PT, non è più un vagone a rimorchio degli USA, ma è lui stesso locomotiva. Oggi conta con oltre 20 milioni di lavoratori in regola. 32 milioni di brasiliani hanno lasciato la linea della povertà. 40 milioni sono saliti nella classe media. Il Brasile è multietnico; non è armato contro le immigrazioni, anzi crea condizioni per continuare ad essere ospitale.
Ricordiamo che Lula era arrivato al Planalto come salvatore, successore di Fernando Henrique Cardoso, il professore di sociologia che aveva fatto un governo deludente. A FHC sono tuttora attribuiti meriti (discutibili), ma è andato tre volte a mendicare l’intervento del FMI, col cappello in mano, come si suol dire. Il presidente Lula, come salvatore non ha deluso: ha raddrizzato l’economia del Brasile e ha traghettato il Paese al superamento della crisi internazionale. Il confronto in cifre tra FHC e Lula mostra una superiorità geometrica di Lula in tutti i settori, perfino nella creazione di cantieri navali e di università. Lula ha investito nel sociale. Il welfare del Brasile è buono, specie nei suoi documenti. Il governo ha a disposizione per esso anche i dividendi dell’estrattivismo: non va dimenticato che il Brasile è una miniera di materie prime, un eden. E il welfare dà un certo ritorno, stimolando la circolazione della moneta e l’involvimento delle classi povere nell’economia.
Con queste premesse, dobbiamo tentare di spiegare l’insoddisfazione del popolo nei confronti del PT che è al governo da 12 anni. Forse il motivo è proprio il lungo arco di tempo, senza alternanza… pur restando vere le parole di Giulio Andreotti che a logorare non è il potere ma l’esserne privi. Quali altre spiegazioni?
Il PT è nato come partito all’opposizione; ha sì mostrato di saper governare (grazie alla visione e al fiuto politico di Lula), ma ha svuotato automaticamente l’organizzazione dei movimenti e la coscientizzazione della base. L’opposizione la sta facendo la destra intellettuale, aliena al popolo.
Il PT ha ceduto troppo al programma neoliberale, facendo vista grossa sulla deforestazione, sui megaprogetti pericolosi per la vita delle comunità indigene e rivierasche, sulla militarizzazione dei suoi confini… L’investimento in porti, strade, ponti, ferrovie e idrovie, per l’escoamento (trasporto) dei prodotti (specie le monoculture regionali) e delle materie prime, lascia capire che si vuole escoar tutta l’Amazzonia. Sta avvenendo l’esportazione e il saccheggio delle ricchezze del Brasile in favore delle transnazionali.
Il PT è nato come un partito differente, facendo leva sui giovani, sugli operai e sul volontariato. La trasparenza era la sua marca registrata. Ma il potere perverte. Il partito è diventato corrotto come gli altri. Forse è stato provvidenziale che abbia dovuto sostenere l’usura di un lungo processo per corruzione (il famoso Mensalão). C’era infatti il pericolo che il partito diventasse abnorme e volesse perpetuarsi alla direzione del Paese.
Senza dubbio il malcontento dei brasiliani si spiega con la situazione di disuguaglianza sociale che persiste ed è tra le peggiori del pianeta. Questo riflette soprattutto sui giovani. Oggi anche i giovani di classe bassa accedono alle scuole superiori e all’università, ma non trovano poi sbocco nel mondo del lavoro. C’è inoltre il problema della droga. Ci sono trafficanti che entrano in politica e nell’amministrazione e favoriscono una rete di “bocas de fumo”, piccoli spacci della droga, che sembrano risolvere l’economia quotidiana dei giovani e dare paradisi artificiali. Questa del narcotraffico è una vera mafia con molte vittime. Ci sono già state campagne contro lo “sterminio della gioventù”.

I giovani si sono svegliati

Ignorando partiti e sindacati, i giovani sono scesi in piazza, inizialmente contro l’aumento del prezzo del biglietto degli autobus e, subito in seguito, anche con altre rivendicazioni nel campo dell’occupazione e dell’educazione… I giovani di mille città del Brasile sono scese in strada e in piazza nel 17 giugno 2013 (qualcuno chiese per questa pluri-manifestazione il riconoscimento del primato nel Guinnes). Questi giovani scontenti, manifestando contemporaneamente ai giovani della GMG (Giornata Mondiale della Gioventù) hanno lanciato un messaggio e un grido di allerta.
Per completare il panorama, personalmente non ho chiaro come il PT stia di internet che è una tribuna nuova, inedita, forse decisiva.

Per concludere

Leggo ne il Venerdì del 5 settembre: [Marina] probabilmente non ce la farà a sconfiggere Dilma Rousseff, presidente uscente. Per lei non sarà un problema: come ha dichiarato una volta, «non conosco sconfitte, ma solo sfide da superare».
Vuol dire che Marina è venuta per restare, speriamo sempre… all’opposizione.

 

padre Arnaldo De Vidi
missionario saveriano
Abaetetuba, Amazzonia,
Parà, Brasile