Dilmais! Ancora Dilma, presidente del Brasile fino al 2018

IL BRASILE E IL PERICOLO CHE TORNI LA GRANDE INGIUSTIZIA
di Egidio Cardini

 

Alla fine le previsioni sono state rispettate e Dilma Rousseff è stata faticosamente rieletta Presidente delle Repubblica Federativa del Brasile.
Ne avevo già scritto tre settimane fa, dopo il primo turno delle elezioni presidenziali e, alla fine, possiamo dire che per Dilma e per il suo Partido dos Trabalhadores (PT) si è trattato di un grande spavento e di un pericolo scampato per miracolo. O meglio, forse scampato solo per Dilma, ma non per il PT, seccamente sconfitto quasi ovunque e in costante perdita di voti e di mandati parlamentari. Ha perso due senatori e un discreto numero di deputati federali e ha conservato cinque Governatori su un totale di ventisette, anche se soltanto in due Stati di rilievo (Minas Gerais e Bahia) mantiene la guida del Governo locale, mentre in altri tre minori si salva con difficoltà. Aggiungiamo infine l’umiliazione di Tarso Genro, suo storico rappresentante nell’ex-roccaforte del Rio Grande do Sul, sbaragliato al secondo turno dal suo avversario.
Tuttavia, al di là dei risultati nel Congresso Federale e negli Stati, è stata la Presidenza della Repubblica il vero banco di prova per la sinistra con l’uscente Dilma Rousseff.
Dilma è stata rieletta con il 51,64% dei voti, sconfiggendo di poco il grigio Aécio Neves, uomo della destra di sempre e nipote dell’ex-Presidente Tancredo Neves, il primo dopo la dittatura militare e mai insediatosi perché colpito da un’emorragia cerebrale il giorno prima del giuramento, nel 1985.
Abbiamo già detto del provvidenziale aiuto ricevuto da Aécio con l’appoggio di Marina Silva, terza incomoda.
Come previsto, Marina ha di fatto sostenuto Aécio nel secondo turno, tradendo la sua storia nata tra i movimenti popolari dell’Amazzonia, nella Chiesa cattolica della Teologia della Liberazione e nella sinistra politica. Alla fine ha lasciato prevalere l’istinto vendicativo che ha seguito i conflitti personali con l’ex-Presidente Lula e con la stessa Dilma. Dietro di lei, dopo la sua conversione religiosa, si sono coagulate le potentissime “lobbies” evangeliche, da sempre schierate con la destra più retriva e conservatrice, e quindi il pericolo di una sconfitta per Dilma si è fatto reale.
Allora, che cosa è accaduto?
L’analisi è paradossalmente semplicissima. Dilma ha stravinto nelle aree più povere dell’enorme Repubblica e ha straperso nelle aree più floride.
Questi ultimi anni di crescita economica, e conseguentemente del PIL, hanno visto una redistribuzione dei benefici in favore delle classi più disagiate, mediante l’elaborazione di progetti assistenziali che, a dispetto di alcuni chiari fallimenti, hanno comunque elevato il reddito medio e hanno perfino permesso una rinascita della classe media, già spazzata via dagli anni delle politiche neoliberali della dittatura militare e soprattutto dei Governi post-dittatoriali fino al 2002.
Le critiche che ho espresso a Dilma tre settimane fa conservano tutta la loro sostanza, ma oggi non possiamo disconoscere ai tre quadrienni di Governo del PT uno sforzo considerevole di adeguamento delle politiche sociali per una migliore distribuzione del reddito.
In un sistema che comunque ha accolto l’impianto ideologico e pratico del capitalismo e del neoliberalismo non potevamo certo attenderci manifestazioni di gioia da parte degli onnipotenti “mercati finanziari”, che di fatto hanno sempre sopportato “obtorto collo” questo rinnovamento sociale.
Paradossalmente solo la crisi di “leadership” della destra brasiliana ha favorito la quarta affermazione consecutiva di Presidenti del PT. Aécio ha rischiato di vincere perché Dilma é arrivata indebolita e con il fiato grosso all’appuntamento elettorale.
Le hanno nuociuto la mancata realizzazione di riforme strutturali fondamentali per lo sviluppo di una Repubblica abitata da 200 milioni di persone, con potenzialità enormi, con ricchezze immense, ma con limiti sociali e culturali profondi e mai risolti.
A Dilma resta ancora un lavoro infinito e stavolta perfino con maggiori difficoltà politiche e istituzionali, visto l’assottigliamento del potere contrattuale della sinistra nel Cogresso Federale e nei Governi locali.

Su tutto emergono alcune questioni radicali:

  • la necessità eterna di una riforma agraria degna di questo nome;
  • la tutela ambientale delle aree amazzoniche e rurali in generale, finora mai avviata con efficacia;
  • la lotta a una corruzione endemica e diffusa in forme quasi paradossali, perfino e soprattutto nello stesso PT;
  • la strutturazione di servizi pubblici di sanità e di istruzione degni di questo nome secondo “standards” almeno minimali, ora negati;
  • la modernizzazione della rete di comunicazione e di trasporti pubblici;
  • la gestione ordinata ed efficiente dello sfruttamento di risorse energetiche e alimentari pressoché infinite e sovente sprecate;
  • la repressione della violenza urbana, frequentemente associata a forme di degrado sociale e familiare da affrontare con progetti specifici;
  • l’adeguamento di un sistema fiscale spesso disorganizzato e inefficiente;
  • la regolamentazione di un mercato del lavoro che soffre problemi paradossalmente contrari ai nostri perché eccessivamente deregolamentato, con conseguenti e drammatiche forme di sfruttamento radente la schiavitù;
  • il proseguimento impegnativo di politiche di redistribuzione del reddito e di diffusione della giustizia sociale.

Davanti all’immensità di questi problemi il 1° gennaio 2015 si reinsedierà una Dilma più debole e attaccabile. La recessione tecnica del Brasile non la aiuterà, così come la fragilità finanziaria, con nuova inflazione e deprezzamento del real alle porte, le sarà nemica.

Il risultato disastroso per lei nel ricco e popolosissimo Stato di San Paolo (40 milioni di abitanti) e in generale nell’agiato ed europeizzato Sud è un campanello di allarme.
Il Brasile oggi é un Paese diviso tra un Nord povero e bisognoso di politiche assistenziali pubbliche e un Sud più autonomo e più responsabile della propria ricchezza, che lamenta e osteggia quello stesso assistenzialismo verso il Nord.
A emisferi rovesciati e a segni cardinali invertiti, le dinamiche italiane si ripresentano tali e quali nel Brasile. Vanno a destra le regioni più ricche, mentre quelle più povere vanno da chi in qualche modo le aiuta e le assiste.
Oggi il Brasile é un Paese spaccato e diviso socialmente ed economicamente e tuttavia penso che Dilma rappresenti ancora la soluzione meno traumatica e più affidabile. La direzione impressa dall’abile Lula non può essere invertita e tutta l’America Latina, con alcuni decenni di ritardo rispetto all’Europa, ha bisogno ancora di politiche di sviluppo in senso generalmente socialdemocratico. L’alternativa sarebbe il ritorno della Grande Ingiustizia, quella del sistema capitalista neoliberale che l’ha governata senza scrupoli per decenni.
I brasiliani hanno corso un rischio grande e hanno evitato il peggio per un soffio, ma non é detto che il pericolo domani non si ripresenti.
Parafrasando sempre l’amato Eduardo Galeano, le vene aperte, che oggi parevano chiudersi, potrebbero riaprirsi in pochissimo tempo e questo il Brasile e i suoi vicini non possono permetterselo. Ecco perché la sinistra brasiliana ha bisogno di rinnovarsi, mentre ora fa i conti con la struttura partitica ancora dei vecchi oppositori del regime militare.
Occorrono invece gente nuova e un progetto politico rinnovato e coraggioso.
L’amato Brasile sta crescendo e stavolta non ci sono più europei pronti a sostenerlo. Dovrà fronteggiare da solo il pericolo del ritorno della Grande Ingiustizia.
La Grande Ingiustizia, quella del neoliberlismo capitalista privo di scrupoli e di regole incombe sempre e ovunque, in Europa come in America Latina o altrove.
A Dilma il mio augurio di un grande lavoro. Non mi è simpatica, così come non mi è simpatico il nostro Matteo Renzi, ma tant’è. Teniamoci loro. Non vorrete certo che torni la Grande Ingiustizia!