La lettera di Giuseppe Stoppiglia per il Natale 2014.

«Non ci sono più valori?
Allora sta a noi trovarli. Uscire dall’attesa e usare più attivamente la fantasia.
È la sola possibilità per i giovani d’oggi di vincere la passività della rassegnazione».
Umberto Galimberti

 

«Un pessimista è un uomo che guarda entrambi i lati della strada
prima di attraversare in un senso unico».
Octavio Paz

 

Amiche e Amici carissimi,

«conoscevo i rischi del parto» – dice Sonia – «ma non ne ero terrorizzata. Ero serena, senza sindrome d’ansia o di rigetto. Niente vomito, niente insonnia. Non ero certamente preparata a livello scientifico, ma non ne sentivo il bisogno. Vivevo la gravidanza d’istinto, gioiosamente.
Sentivo la creatura scalpitare con una certa energia, sentivo battere il suo cuore. Le parlavo dentro di me, eravamo, cosa indescrivibile, due in una e intanto lavoravo a maglia e a uncinetto. Se avessi partorito in casa, con l’assistenza di una brava ostetrica e di una zia anziana, tutto si sarebbe svolto in maniera semplice e naturale, senza complicazioni, senza traumi e senza tanto inutile dolore!».
Il marito, pensando di agire saggiamente e conformemente alla mentalità dominante, la fece ricoverare in ospedale. Scelta indispensabile, anche perché, con i parenti lontani, erano soli. E soli si erano trovati anche lì, quando il bambino tentò di mettere fuori la testa. Erano tutti (medici e infermieri) a pranzo. Dopo due giorni e due notti di doglie, i medici volevano farle il cesareo, ma Sonia si oppose, finché non la portarono in sala parto.
Dopo lo sforzo e il dolore lancinante, alla fine l’esclamazione: «Brava! È proprio un bel maschietto». Sonia lo vide; era spossata, ma felice. Dopo la sutura di alcuni punti, forse per uno sbaglio nell’anestesia, si sentì molto male. Chiedeva del suo bambino, ma nessuno le dava retta. Chiusero le imposte e la lasciarono sola.

Pur nello strazio della carne, sentiva rifiorire la gioia: suo figlio era nato. Perché non glielo portavano? Voleva dargli il latte. Perché non poteva vederlo e tenerlo con sé? Le dissero che era stato trasferito in pediatria. Dopo che si era attaccata al campanello, glielo portarono per qualche attimo appena, senza attaccarlo al seno.
Nel comportamento delle infermiere c’era, però, qualcosa di strano, di evasivo, di misterioso.
«Deve essere trasferito in pediatria per un controllo». «Un controllo… perché?». Non risposero nulla, neppure al marito, lasciandola al buio, dopo averle somministrato un sonnifero, all’oscuro di tutto.
L’indomani le tirarono il latte, sottoponendola subito dopo a una terapia per fermarne la produzione. Le sembrava di vivere un incubo, una cosa allucinante, assurda. «Perché non posso stare con il mio bambino? Perché non posso allattare mio figlio, cosa gli stanno facendo?», chiese spaventata. «Deve restare sotto osservazione!». «Faccia la brava e stia zitta». Lei si sentiva impazzire, piangeva in continuazione. Era guardata con un imbarazzato compatimento, come avesse generato un mostro. Che violenza sul bambino e anche sulla mamma, visto che non poteva ribellarsi e non poteva difenderlo.
C’era stata un’analisi catastrofica, rivelatasi poi sbagliata! Decisioni eccessive e provvedimenti avventati, senza alcun fondamento di reale necessità, causarono infinita angoscia e indicibile dolore, lasciando un segno indelebile per tutta la vita. Glielo riportarono dopo due settimane, con un calo che da fisiologico era diventato patologico. Una creatura indifesa! La sua faccia vispa, con cui era venuto alla vita, era diventata spenta, smarrita.
Come deve essergli apparso ostile questo mondo al primo impatto! Era stato violato un suo diritto: non solo all’allattamento, ma alla tenerezza, al calore, all’odore della mamma…
«Così – conclude con somma amarezza Sonia – senza rispettare nemmeno il mio diritto all’informazione e alla decisione, me lo avevano strappato dalle braccia: e lui si era sentito rifiutato, abbandonato, buttato via. Il nostro rapporto, che poteva essere tanto rassicurante e armonioso, era stato violato alle radici…».

In uno dei rari giorni di sole di questo autunno piovoso e umido, ho portato le mie quattro ossa a sgranchirsi su per la salita della selvatica e scura Val Frenzela. In cima a Piangrande, dalla sua vecchia Osteria, tra le rovine della Grande Guerra, mi sorride ancora l’immagine di Fabio, l’oste buono, che si volge premuroso a tendermi la mano, in atto gentilmente soccorrevole, per aiutarmi a uscire dall’auto, a causa della mia schiena dolorante.
In Fabio – sposato a Luisa e con due figli adolescenti – un po’ eremita e un po’ mistico, ritrovo la leggerezza del pensiero critico verso il consumismo e verso il modello di narcisismo oggi trionfante. Con la scelta di “autonomia” nei confronti del cibo e dell’alimentazione, è per lui un’assunzione esplicita di responsabilità verso gli altri.
La cultura del consumismo, oggi, è alle corde. La cultura, che tanto ha influito sui rapporti umani, sta mostrando chiaramente il suo risvolto perverso. Lo scriveva giustamente Carlo Marx: «Il mondo umano perde d’importanza quanto più cresce il mondo delle cose».
Troppe merci, troppi prodotti, troppi trasporti, troppo di tutto. C’è qualcosa di agghiacciante in questa corsa dissennata allo spreco di beni e di risorse. Troppi voli aerei, troppe auto inquinanti, troppa spazzatura, troppi dépliant pubblicitari (costosissimi), troppe derrate alimentari nei supermercati, tutto mostruosamente eccessivo, folle.
Troppi canali televisivi, troppi programmi, film troppo stupidi, troppa produzione, enorme e assurda, che alimenta falsi bisogni e che distrugge la possibilità di dare risposta ai bisogni veri ed essenziali dell’uomo. Quanta zavorra inutile nella mente. Quanto sovraccarico di informazioni e di preoccupazioni, di veleni psichici. Occorre depurarsi e ridurre tutto all’essenziale, nelle cose e nei pensieri.

Ho trovato Macondo anche su di un altro indirizzo, con obiettivi nuovi, con la formazione alla gioia e alla bellezza, alla leggerezza dell’annuncio cristiano, non più angosciante e punitivo.
L’annuncio che apre il racconto evangelico è di mutare mentalità perché il regno di Dio è vicino (Mc 1,14). Credere nel vangelo presuppone un perenne mutamento di mentalità, una conversione costante. La Chiesa non ha il compito di far crescere il senso etico nelle persone, anche se esso la riguarda da vicino, ma ha un compito molto più ampio, cioè rendere splendente e palpabile il vangelo che è perdono e misericordia. La misericordia, oltre il perdono, esige il pentimento, l’ammissione del proprio peccato, compiuta dai pubblicani e dalle prostitute che ci precedono nel regno dei cieli.
Per una Chiesa che annuncia il vangelo, vivendolo, la confessione delle proprie colpe è un’istanza preliminare. L’atto di privilegiare l’etica, con la conseguenza di presentarsi protagonista e maestra della vita pubblica, si trova nella necessità inevitabile di porre al centro l’apologetica. La componente difensiva diviene allora primaria e la grammatica insuperabile della stessa apologetica esige di presentarsi come perseguitati.

È ormai lampante che le comunità dei credenti in Cristo diverranno sempre più minoranze anche all’interno di quei paesi in cui sono state a lungo predominanti. In tale situazione, puntare sull’etica come specifico della Chiesa significa, per forza di cose, consegnarsi al settarismo.
In un prossimo futuro sarà necessario parlare di Cristo, non dall’alto di una qualsiasi cattedra e imparare nuovamente che la fede non si trasmette solo attraverso un processo di assimilazione sociale, ma tramite l’umile proclamazione della differenza evangelica.
Il cristianesimo penetrerà il nostro mondo solo se i battezzati avranno la forza di arrabbiarsi, di indignarsi, di non confondere la beatitudine dei buoni con la tolleranza universale.

Dall’Assemblea Generale di Macondo per il rinnovo delle cariche arriverà senz’altro qualche cambiamento, ma il nostro cammino di uomini e di donne continuerà, ora anticipando i tempi, ora interrogandoci sul significato, ora cercando di navigare nella complessità del presente. Uomini e donne di speranza nelle non ignorate difficoltà delle diverse stagioni, alla ricerca di senso nella parola, di consapevolezza nella riflessione, di emozioni e affetti da vivere.

Continueremo con queste lettere, con Madrugada, con le attività tradizionali (viaggi, campiscuola, formazione, ecc.), fino a quando voi, amici e soci di Macondo, ce lo consentirete. Per l’anno prossimo abbiamo mantenuto invariata la quota di adesione, fiduciosi nei Vostri rinnovi e con la speranza di nuovi amici.

Vi auguro sogni a non finire con la voglia folle di realizzarne qualcuno.
Vi auguro di amare ciò che si deve amare e di dimenticare ciò che si deve dimenticare.
Vi auguro passioni.
Vi auguro silenzi.
Vi auguro il canto degli uccelli al risveglio e risate di bambini.
Vi auguro di resistere all’affondamento, all’indifferenza, alle virtù negative della nostra epoca.
Vi auguro soprattutto di essere voi stessi.

Un abbraccio affettuoso e commosso a tutti e a ciascuno. Buon Natale,
Giuseppe Stoppiglia