Aylan e le cose che puntualmente accadono

La cosa peggiore da fare, dopo la sensazione tragica e dolorosa provata davanti al corpicino di Aylan sulla battigia, è la trasformazione ipocrita dell’orrore in un sentimento di compassione e non tanto perché la compassione non sia un sentimento buono e giusto, ma perché ciò che noi oggi confondiamo con la compassione è soltanto lo svelamento di un teatrino interiore ed esteriore, l’ennesimo, che recitiamo da tempo. Terminata la recitazione, si riapre la ferita putrida dell’insensibilità o dell’odio sotterraneo, nascosto come in un fiume carsico, che di volta in volta fuoriesce in forme squallide, viscerali, rabbiose, furenti.

Vi dirò la verità. Avanzando con l’età, i miei sentimenti lasciano il posto al dovere della ragione. Piagnucolare non serve. Recuperare quell’umanità che ha generato e genera tanti piccoli Aylan è una sfida struggente e infinita, perché di Aylan è pieno il mondo e di suoi carnefici anche. Davanti a costoro, vittime e carnefici, prende forma e luce uno scontro combattuto con armi sottili e micidiali: le vittime sempre disarmate da una parte e i carnefici sempre perfettamente efficienti dall’altra.

Come è noto, i bambini, e in generale i minori, colpiscono profondamente la sfera sentimentale e pertanto il loro sacrificio accende le passioni e rovescia i cuori. Però noi siamo soliti commettere l’errore di fermare il male solo quando sfiora il nostro sentimento più profondo e non quando invece lo abbiamo identificato nella sua natura più vera, appunto maligna in quanto tale. Mancandoci la dimensione etica della ricerca di un confine tra il bene e il male, ci facciamo condizionare dal sentimento e dall’emozione, rinunciando all’opzione più dura, più difficile e più radicale: quella della lotta e del rifiuto di ogni parola o azione di morte. Estinte le emozioni, il nostro scadente senso etico appare nella sua nudità, ritraendoci dalle responsabilità e, alla fine dei conti, rivelando la nostra costituzionale bugia.

Allora, qual è e dove sta questa bugia?

A mio giudizio essa risiede nel fallimento di un pensiero e quindi di un modello sociale, che mi rifiuto di definire semplicemente “occidentale”, ma che investe la storia e le vicende dell’intero continente europeo.

Io mi sento profondamente “occidentale”. Ne accolgo le dinamiche del pensiero, ne apprezzo la semplicità concettuale che non indulge mai alla semplificazione, faccio miei i princìpi che hanno prodotto indiscutibilmente rispetto della persona, giustizia sociale, libertà individuale, senso della comunità, democrazia e scelta della pace.

Credo invece che il problema oggi vada ben oltre una possibile critica dei sistemi dello stesso pensiero occidentale, ma investa il fallimento di un modello relazionale e di interpretazione del valore della vita e della dignità umana. E l’Occidente c’entra fino a un certo punto.

Quello che lascia interdetti e spaventati è la sensazione che, in una temperie così drammatica e difficile, nessuno di noi sia più in grado di riconoscere la propria gente, oggi immersa in un confuso miscuglio di sentimenti xenofobi, di approssimazioni culturali, di fragilità mostruose, perfino di cessioni impressionanti alla disumanità.

Ho conoscenti (e forse li avete anche voi), che ho sempre stimato e apprezzato e che, con mio grande stupore, fanno affermazioni rabbrividenti sugli immigrati. Ho colleghi che articolano bizzarre e sconclusionate elucubrazioni sui pericoli della diversità. Tutto questo mi ingenera il dubbio se mai io li avessi conosciuti davvero in profondità e mi fa comunque concludere che il corso degli eventi ci ha cambiati così tanto da renderci irriconoscibili al nostro prossimo più prossimo.

Quanti Aylan sono passati nella nostra storia? Potremmo anche elencarli tutti, uno ad uno, se mai ne fossimo capaci, ma non saremmo mai in grado di descrivere il processo di annientamento rabbioso dell’altro che oggi sta prendendo forma. Ieri questi processi erano circoscritti alle élite e venivano trasmessi con sapienti operazioni propagandistiche, ma oggi essi traggono sostentamento nella diffusione subdola e sotterranea attraverso le coscienze di tutti in modo dilagante e irrefrenabile. E’ un odio di tutti. La xenofobia è il nostro modo di essere, di credere, di pensare. Ci appartiene come appartiene a noi il respiro. Ecco perché non sappiamo reagire davvero a queste nefandezze. Paradossalmente esse sono sgradevoli sensazioni che feriscono la nostra coscienza, ma per noi non sono più nefandezze.

In questo senso si spiega la deriva della politica verso l’intolleranza e il populismo.

E’ del tutto evidente che i maggiori conflitti contemporanei possono e devono trovare una soluzione attraverso le scelte della politica, ma è anche del tutto chiaro come la politica oggi sia in ostaggio di questa debolezza e di questa incapacità di vedere gli esseri umani e il mondo in una dimensione solidale, giusta e comunitaria.

Se questo è vero, l’esempio più eclatante è rappresentato da Viktor Orbàn, primo ministro dell’Ungheria, presumibilmente il più tetro esponente di Governo dell’Unione Europea, il quale, mentre la sua Repubblica è attraversata da valanghe di disperati che si aggirano nelle stazioni, sui treni e nei campi, si preoccupa di preservare “la cristianità europea dall’invasione musulmana”.

Abbiamo goduto per decenni di una nostra rassicurante solidità politica, economica e sociale, illudendoci che essa fosse eterna, mentre ai nostri confini maturavano le condizioni di una disperazione planetaria che adesso esplode.

Non è vero che abbiamo sempre colpa di tutto quanto accade lontano da noi, ma è comunque vero che avevamo il dovere dell’intelligenza per accorgercene e non lo abbiamo intuito. Anzi, siamo stati così tanto distratti da non avere nemmeno compreso che dentro noi stessi stavano maturando silenziosamente i germi dell’odio: quello dei fondamentalisti islamici di origine europea, ad esempio, ma anche quello dei nostri rozzi e volgari fondamentalisti di provincia fino all’assordante (e forse compiaciuto) silenzio davanti agli Aylan che si moltiplicano.

Le ristrettezze etico-politiche di molti Governi del Centro-Nord Europa, che si ostinano a chiudere ogni porta e a non compartecipare in senso solidaristico all’accoglienza degli immigrati, ci dicono che il nostro senso comunitario in chiave europea forse non è mai stato veramente tale. E difatti oggi basta costituire forze politiche apertamente ostili all’integrazione per ottenere grandi successi.

Seguite gli esiti dei processi elettorali in Finlandia, in Danimarca, in Svezia, perfino nella civilissima Norvegia, e ve ne renderete immediatamente conto.

Preoccupante è poi il richiamo grossolano a una presunta unità europea su basi istituzionalmente cristiane. Uso deliberatamente il richiamo all’istituzione perché, in una prospettiva autenticamente religiosa, l’istituzione può diventare una sovrastruttura che annienta il senso stesso della fede e, non a caso, Gesù Cristo era il più determinato avversario dell’istituzione religiosa.

Uno come Salvini ha tutt’al più una visione sfuocata e disordinata della religione come istituzione, ancorché sottomessa ai voleri della “sua” politica, ma non ha un significato religioso autentico e coerente. In questo senso “el naufrágio de Europa”, come titolava l’altro ieri “El Pais”, è innanzitutto un naufragio sul senso del bene, sul valore della persona, sulle ragioni etiche della comunità, sul significato trascendentale delle relazioni: tutte questioni che la fede cristiana fa proprie. Se il cristianesimo fosse solo “cristianità” nel senso medioevale del termine, l’istituzione se lo mangerebbe e, con esso, divorerebbe anche i poveri, i deboli e gli ultimi. Cosa che puntualmente accade.

Ecco, le cose puntualmente accadono. Se si perde di vista il senso dell’integrità umana, le cose puntualmente accadono. E accadranno.

Una carezza al corpo e all’anima dolcissima di Aylan e di tutti quelli come Aylan.
E un morso ai bugiardi e ai disumani. Alla fine le cose accadranno puntualmente soprattutto per loro.

Egidio Cardini
componente la redazione di Madrugada