L’ecatombe dei migranti

Dal Brasile entro nel tema delle migrazioni che è assillante in Italia (… e io sono italiano). Mi sta a cuore ricordare la nostra responsabilità di occidentali sull’attuale situazione, perché essa ci aiuta a capire e ad essere tolleranti o “interculturali”. E penso che nei dibattiti in Italia è utile la testimonianza di italiani emigrati nel dopoguerra.

Dice Fernando Pessoa che solo chi è costretto a letto per paralisia desiste dal progetto di emigrare. L’emigrazione sarebbe connaturale alle persone, quindi un diritto. L’emigrazione diventa inevitabile se la situazione che si vive è critica o pericolosa o misera. È inevitabile quando il proprio paese è diventato terra bruciata. È inevitabile se diventa maggioritaria: è il caso di certe città dove c’è l’esodo di molti giovani: i giovani che rimangono si sentono inferiorizzati, inquieti finché non riescono a partire. È inevitabile nei paesi del terzo mondo dove i mezzi di comunicazione trasmettono i programmi del primo mondo. È inevitabile quando in famiglia ci sono figli piccoli ai quali si vuol dare un futuro migliore. È inevitabile quando si vive in un paese non industrializzato nell’era della globalizzazione che predica il pensiero unico della tecnica come indice di progresso. È inevitabile quando le frontiere sono a maglie larghe… I motivi qui accennati, oggi ci sono tutti.

Umberto Eco in un articolo degli anni novanta, molto citato, fa una distinzione tra gli immigrati, “ammessi secondo decisioni politiche” e i migranti “che nessuno può arrestare ai confini”. Per Eco il XIX è stato un “secolo pieno di immigranti”; quanto al presente, si domanda: “È possibile distinguere immigrazione da migrazione quando il pianeta intero sta diventando il territorio di spostamenti incrociati?”. Quelle di oggi non sono immigrazioni (eccetto nel caso di asili politici), ma migrazioni, e migrazioni tragiche, fatali. Noi solo “assistiamo” a questo fenomeno e con angustia, perché non vediamo soluzioni.

Qui apro una parentesi: quali frontiere o confini ci restano? In tempo di globalizzazione s’è deciso che non solo i prodotti, i mezzi di produzione, le idee e le notizie transitino senza frontiere, ma anche il denaro. Oggi i capitali reali e virtuali fluiscono liberamente; e sono tali capitali transnazionali che danno i profitti maggiori, senza che i governi li possano controllare e tassare. In tal modo le nazioni rimangono senza mezzi per il welfare e i governi diventano folklorici, costretti a privatizzare i servizi pubblici. Se tutto fluisce e le nazioni sono labili, come e perché impedire il flusso migratorio delle persone?

Solo ci resta educarci all’interculturalità, che non è né poco né facile. Il dialogo culturale avviene solo tra due poveri. Se io mi considero superiore all’altro, non cercherò l’incontro, ma solo una solidarietà equivocata. Perciò basilare è togliermi il complesso di superiorità, riconoscendo che della situazione insostenibile attuale, noi occidentali siamo molto responsabili… almeno fin dal XVI secolo. Noi, tutti noi, siamo Gulliver. Noi abbiamo praticato il saccheggio, la conquista e il commercio ingiusto. Basta pensare alla tratta degli schiavi e all’oppio che, nei secoli XVIII e XIX, è stato imposto alla Cina come merce di scambio! Franklin D. Roosevelt è asceso alla presidenza degli Stati Uniti, grazie ai soldi del nonno, grande commerciante di oppio, che riteneva tale commercio “molto legale”.

Il papa ha ricordato che nel periodo coloniale nei paesi del Sud del mondo son state portate via le ricchezze e si sono lasciati i veleni usati nelle miniere e nelle piantagioni. Ha aggiunto che prima della migrazione delle persone, è stata provocata la migrazione della vegetazione…

Dopo la seconda guerra mondiale, Harry Truman, in un famoso discorso, disse che il mondo purtroppo era dividido in due dal censo: ricchi industrializzati al Nord e poveri sottosviluppati al Sud. Ha quindi invitato il Sud ad accettare la generosità del Nord. I Paesi del Sud si sono ritrovati col cappello in mano, come pitocchi, a chiedere aiuti economici, dimenticando la dignità delle proprie culture. Il Nord ha allora prestato dollari inflazionati con interessi da usurai (Thomas Sankara, presidente del Burkina Faso, che non accettò il gioco, è stato eliminato). I grandi del primomondo hanno coronato e foraggiato dittatori nel terzomondo, perché svendessero le ricchezze dei loro Paesi, e poi li hanno deposti in un balletto macabro.

Gli aiuti son serviti di alibi per rubare di più e creare dipendenza. Neppure la solidarietà era ed é innocente. La lapide di un anonimo spagnolo recita:

«Il Signor don Juan de Porrés,
di carità senza eguale,
per amore verso i poveri
fece questo ospedale,
… ma dapprima fece i poveri».

Insomma, il nostro complesso di superiorità non si legittima storicamente. Noi siamo responsabili dei peccati nostri e dei nostri padri. Non vuol dire che noi siamo ladri o più cattivi (chissà?, forse lo siamo anche), ma che c’è stato un vizio costante di sistema. E la maestra delle elementari di Salvini deve dargli zero in storia, amareggiata per la sua asineria.

Ho voluto dilungarmi sulle nostre magagne non per masochismo, ma perché esse sono comunemente ignorate. Ma è di dovere aggiungere qualcosa sulla religione. Noi occidentali abbiamo sviluppato una teologia ispirandoci nel triangolo: Dio in alto, la terra (la natura) in basso e l’uomo a metà, di lato. Il teologo Jürgen Moltmann ci invita a riflettere: «In seguito al monoteismo, Dio fu sempre più spiritualizzato e la terra gradualmente sconsacrata. Di qui comincia, in ultima analisi, l’esaltazione della conquista fatta dall’uomo occidentale sulle vecchie e nuove Indie e sull’Africa». Noi europei ci siamo lanciati alla conquista delle nuove terre, definendo gli “indigeni” (per esempio, gli indios) come “della natura”; e come parte della natura erano passibili di conquista, insieme ai minerali, al legname e ai pappagalli. Il grande gesuita Antonio Vieira (1608-1697) scrisse che i portoghesi vennero in Brasile per estrarre l’oro rosso dalle vene degli indios, nel lavoro schiavo. Agli indios gli abbiamo dato la Bibbia e tolto la terra.

Gesù Cristo ha annunciato ai poveri la buona notizia del Regno di pace e giustizia, ma noi, che pur ci diciamo cristiani, siamo i signori della guerra e i ricchi che impoveriscono i fratelli. Si impone un esame di coscienza e una richiesta di perdono.

Umberto Eco, prevedendo che le migrazioni continueranno e l’Europa diventerà meticcia (“che noi lo vogliamo o no”) dice: «Educare alla tolleranza gli adulti che si sparano addosso per ragioni etniche e religiose è tempo perso. Troppo tardi. Dunque l’intolleranza selvaggia si batte alle radici, attraverso un’educazione costante che inizi dalla più tenera infanzia, prima che sia scritta in un libro, e prima che diventi crosta comportamentale troppo spessa e dura». Ma io non posso omettermi, anche se le mie righe non «convertissero nessun adulto». E il CEM è impegnato a vincere l’etnocentrismo intollerante con l’interculturalità tollerante, con un progetto culturale nella scuola

L’adagio “occhio per occhio” della legge del taglione può essere interpretato in un modo inedito. Esso non significherebbe accecare l’accecatore per avere… una società di ciechi; ma piuttosto che gli occhi dell’accecatore pentito devono servirgli per mettersi come guida a servizio del cieco. Similmente, si dica di “casa per casa”: se noi abbiamo distrutto la casa dell’africano, la nostra casa deve diventare la sua casa.

padre Arnaldo De Vidi
missionario saveriano
Abaetetuba, Amazzonia,
Parà, Brasile