Lettera da Santa Cruz de la Sierra: Pulcra

Pulcra arriva al doposcuola tenendo per mano le sue bambine che frequentano la terza e seconda elementare. Sempre le accompagna. Saluta con un dolce sorriso e ci affida le due fanciulle. Si preoccupa affinché svolgano correttamente i compiti e che si comportino bene con i compagni. Di frequente entra a conversare con la maestra Maritza. La sua apprensione è il comportamento delle figliolette. Quando sono in casa non vogliono svolgere i compiti assegnati e lei non riesce ne a farsi rispettare ne ad aiutarle.

Ha passato l’infanzia sulle rive del piccolo lago Tiraqui, entroterra della regione di Cochabamba. Papà e mamma non hanno frequentato la scuola, si sono sempre dedicati all’agricoltura e, da bravi campesinos, solo ai figli maschi hanno permesso frequentare la scuola. Le bambine servono per aiutare la famiglia. Pulcra ha insistito e a otto anni è stata inviata dalla madrina, che vive a Punata, cittadina pulsante situata sulla direttrice Santa Cruz-Cochabamba, dove per un anno ha potuto frequentare la scuola. Al ritorno sulle colline nulla era cambiato: le vacche e le pecore da accudire. Le piaceva sognare. E sognava di diventare come le signorine che uscivano felici dalla scuola superiore di Punata. Desiderava studiare. Molestò tanto la povera madre che a 10 anni la iscrisse a scuola. Fu traumatico. I compagni, ma soprattutto le compagne, la deridevano e offendevano perché non sapeva. Lasciò la scuola dispiaciuta. A 13 anni fu a visitare sua cugina, senza un soldo in tasca, ma con tanta insofferenza accumulata là, tra pecore, vacche e il vento come compagno di tanti giorni solitari. Le due nutrivano lo stesso tormento. Salirono su un camion che trasportava prodotti agricoli, con destinazione Santa Cruz, con una coperta per ripararsi dal freddo notturno e un fagotto di coraggio per alimentarsi. Viaggiarono con la speranza intima e l’incoscienza giovanile di poter abbracciare gli anelati sogni.

Pulcra ha 24 anni, un marito di 27 e non conosce la città. Da quando è arrivata in quel mondo chiamato Abasto, ha sempre lavorato alle dipendenze della stessa persona che quel mattino, al suo arrivo, qualcuno le disse che la avrebbe aiutata. Neanche con il marito ha avuto fortuna. E malgrado ciò continua a sorridere al futuro, perché il sogno di poter studiare, per fortuna, non si è dissolto.

Le vacanze scolastiche invernali stanno per terminare, mentre la visita del Papa è già terminata. Una visita molto attesa dalla gente, per tanti motivi che ogni boliviano tiene nel segreto. Quello che diffondono i media è retorica. Ho notato che Francesco non si trova a suo agio come capo di Stato. È un pochino impacciato nei movimenti protocollari. È più disinvolto quando deve parlare di Gesù. E ne parla con semplicità. Attualizza la buona notizia spiazzando i grandi e raggiunge il cuore degli ultimi.

Certamente un Papa non può cambiare le leggi di uno Stato, il suo compito è trasmettere il messaggio di Gesù che parla a ciascuno di noi e a ognuno chiede un cambiamento, una conversione. Francesco ha detto che Gesù non era un mago, interpretando la parabola della moltiplicazione dei pani e pesci, ma «siete voi che dovete dar da mangiare a chi ha fame, qualsiasi fame, e ne avanzerete».

Il mio augurio è che le sue parole riescano a cambiare il cuore di più persone.

Un abrazo a voi tutti.

Con amistad, Fiore

Santa Cruz 15 luglio 2015