20 agosto 2017, Giuseppe Stoppiglia ha compiuto 80 anni

Ognuno di noi ha il suo punto di vista rispetto agli anni. Giacomo dirà che sono tanti. Paolo dirà che è una bella età, nella speranza di raggiungerla. Chi come me si arrampica nei pressi, oddio, che può dire? Ma se ci fermiamo agli anni rischiamo la banalità. Più interessante sono i punti di vista, le angolazioni da cui parte il nostro sguardo e la nostra parola su Giuseppe o per Giuseppe.

Giuseppe che mi ha preceduto ha già raccontato la sua vita, alcuni momenti e tratti significativi della sua vita. Perciò non posso io riprendere il filo. Sarebbe un’inutile ripetizione.

Parlerò dunque della poesia che è il linguaggio in cui tutti ci ritroviamo perché la vita stessa è poesia, che non vuole dire che la vita è tutta rosa. La poesia è come la vita è favola e dramma, epica e commedia.

La poesia è il ricordo di una mano che ti accarezza, un abbraccio. La poesia è un’arrampicata su per la montagna, una vertigine sullo strapiombo dell’Antermoia. Sono le parole del nonno che ti racconta la guerra. La poesia è fatta di poche parole, come quando papà Bernardo al piccolo Bepi che chiede perché il sole al tramonto è rosso, risponde con: una pausa e due parole: per bellezza, Bepin.

La poesia è una visione, come quella che descrive Giuseppe in uno dei suoi ultimi post: «I bambini non hanno paura del caldo o della calura. Loro si buttano nel sole di mezzogiorno, come non dovesse più far sera, come fossero i figli prediletti del dio Sole, come fossero, loro stessi, dei vulcani accesi. Certamente sotto il sole si scottano un po’, si spellano, si squamano, sudano e si disidratano, si attaccano all’acqua fredda della fontana, si congestionano, ma sono invincibili. Scappano di casa con un cappellino in testa e restano fuori a cuocere e gioire di cose, che noi umani neppure sogniamo».

La poesia è melodramma, scrive Giuseppe, il festeggiato, da qualche tempo riemerge alla mia memoria un ricordo d’infanzia: il pianto di mio padre al ritorno dalla campagna. Una grandinata aveva distrutto il raccolto della nostra vigna. Ero rimasto pietrificato. Era un uomo forte, papà, vigoroso come le sue mani di contadino. E anche ironico.

Come spesso i poveri… «La mamma lo avvolse con un grande abbraccio e gli asciugò le lacrime con i baci».

La poesia sa pure creare o ricreare la realtà che sfugge alla nostra razionalità. scrive Giuseppe: «Sul balcone un bimbo sta giocando da solo. Dà voce agli oggetti, che si trasformano nelle sue mani; egli non vede più le cose che tocca, ma le idee che cerca. Il bambino, giocando, riproduce la realtà».

Una realtà che a tratti ha le dimensioni della favola. Scrive Giuseppe: «I miei vicini più prossimi sono gli alberi. Il vento talvolta li risveglia e li tormenta. Uniscono le loro voci in un coro senza parole. Li ritrovo ogni giorno con piacere e metto la mia anima al loro riparo». A tratti la poesia come la vita abbraccia la storia e diventa tragedia: «Separarono gli uomini con la scusa di convocarli per una riunione, in cui discutere come si deve sviluppare il villaggio, li chiusero in un locale. I soldati poi riunirono le donne e i bambini, di tutte le età, nella chiesa. Lì l’esercito inizia a sparare sulle donne. Le sopravvissute sono separate dai bambini e portate a gruppi nelle case, dove vengono assassinate a colpi di machete. Più tardi si uccidono i bambini. Ci sono testimonianze concordi di bambini sventrati a colpi di coltello o sfracellati con la testa contro il muro» (Massacro di S. Francisco. 1982. Dal rapporto sul Guatemala, voluto da J. Gerardi, vescovo cattolico, assassinato il 26 aprile 1998, Guatemala Nunca Mas, La Piccola Editrice).

La poesia è sogno che si rinfranca nei paesaggi dell’infanzia. Scrive Giuseppe: «Anche se chiudo gli occhi continua a danzare nella mia mente l’immensa distesa di prati, di colori, di case che riempiono la mia valle. I boschi si arrampicano lungo i fianchi dei monti, si allungano verso il cielo. Si scompigliano rami e foglie, si piegano al vento, come in mare agitato».

Giuseppe abita in queste parole. Le parole sono un lungo travaglio della storia e passano attraverso la voce e i toni della madre. Per questo le parole ci nutrono come il latte della madre e non ci abbandonano mai. E per questo il nostro passo è forte, coraggioso, entusiasta e può saltare il muro di cinta del suo giardino. Nelle ultime pagine del suo ultimo libro Giuseppe scrive: «Piove. Il cielo è nero, le strade si riempiono d’acqua, da ogni angolo spuntano uomini e donne che vendono ombrelli. Gaetano, in qualità di fotografo, è avvilito. Vikica, la nostra preziosa guida, è molto dispiaciuta. Ambedue temono che la pioggia possa incrinare la bellezza di Sarajevo. Qui si trova la porta tra Oriente e Occidente, il punto esatto dove l’uno sconfina nell’altro e proprio per questo la chiamano Gerusalemme d’Europa».

E chiudo con due parole mie.

Per ringraziare Stefano che ha voluto questa festa e l’ha organizzata assieme a Fabio e Luisa che sono gestori dell’osteria, ma sono anche nostri cari amici. Ringrazio quanti hanno voluto partecipare alla messa e hanno voluto festeggiare Bepin, Giuseppe, don Giuseppe.

Io e Stefano abbiamo desiderato che fosse una festa familiare, intima. Per questo abbiamo scelto la montagna e l’osteria, che mantiene ancora la dimensione dell’uomo, piccola e adatta a una festa raccolta. Abbiamo voluto mettere insieme parenti e amici, che rappresentano almeno in parte il percorso lungo e complesso della vita di Giuseppe. Manca Bologna, la fabbrica, il sindacato, manca il Brasile E ringrazio di cuore Giuseppe che ha accettato questo incontro gradito, ma anche emotivamente impegnativo. Grazie a tutti. Alcuni invitati non hanno potuto essere presenti, ma hanno telefonato per salutare e benedire la festa. Grazie di nuovo a tutti. Ma erano solo due parole.

Piangrande di Valstagna, 20 agosto 2017

Gaetano Farinelli
prete, presidente di Macondo