Lettera di Natale 2018

NATALE È PURA GIOIA
In questo clima oscuro di omertà e di ricatti ci sono giorni in cui si fatica a riprendere il cammino. Negli ultimi anni, una sorta di ritorno a un cinismo crudele, vedi il rivolgersi con disprezzo all’altro (il diverso, visto e vissuto come l’opposto), alla fredda durezza del cuore. Una durezza che fa spazio a rancori e risentimenti (quasi più nessuno ospita o visita un’altra persona come gesto gratuito). Una durezza del pensiero che diventa ragione strumentale, potere e appropriazione, una durezza del bisogno e dell’interesse, senza desiderio e senza sogno. Una durezza dei confini culturali, in mezzo a identità chiuse. La situazione culturale, morale e religiosa si sta deteriorando, spesso fino a perdere ogni sensatezza.
Lo spazio per una ricerca intellettuale, filosofica, scientifica, storica o artistica, ispirata a un reale spirito di verità, è diventato sempre più esiguo, a tutto vantaggio dello spirito di parte e del perseguimento del proprio utile, di potere o mercantile che sia.Con raccapriccio possiamo constatare che, dalla caduta del muro di Berlino, un poco alla volta si sta restituendo alla guerra la funzione regolatrice dei rapporti di forza. Se non si è ancora arrivati a riconoscere alla guerra l’onore di un tempo, ci si sta, però, assuefacendo all’idea della sua necessità, in nome di idealità ancora più astratte e fantomatiche di quelle per cui ci si è follemente battuti nella prima metà del novecento.
Sembra di vivere in una “normalità” sociale e culturale ipocrita e feroce – scrive il filosofo Roberto Mancini – per cui i poveri, i mendicanti, i lavavetri, gli stranieri, i rom, le prostitute, gli “irregolari” di qualsiasi specie vanno perseguitati. Questa “normalità” non combatte la povertà, ma combatte i poveri. Non combatte la marginalità, ma gli emarginati. Una “normalità” che non coglie il valore dei giovani, né quello dei vecchi, perché gli uni li affronta con la polizia, gli altri li mette negli ospizi». L’ipocrisia e un opportunismo viscerale sembrano essere gli elementi costitutivi della nostra società, dove l’egoismo è chiamato libertà, la distruzione della natura è chiamata progresso, la resa dell’uomo al denaro è chiamata società di mercato. Dove il singolo ha perso l’idea del limite e interpreta la libertà come assenza dai legami di rapporti sociali e affettivi. Vive il mito del creditore. Non sente, cioè, nessun debito verso la memoria e le vecchie generazioni. Rivendica solo diritti sul futuro, entrando in rapporto con gli altri solo attraverso calcoli razionali per combinare l’utile reciproco. Risultato? Una società senza amore che non è in grado di offrire radici alla politica come arte collettiva di tessere una convivenza giusta per tutti; una società fatta di discontinuità, di tante storie ma senza una storia.
Anche la Chiesa, in un momento così oscuro, manda segnali contrastanti, a volte incomprensibili. La nostra Chiesa sembra soffrire di emicrania. È solo un sintomo? dentro deve esserci qualcosa di malato, di grave, una crisi vera e temo lunga. In una situazione culturale ed ecclesiale simile o si resta sgomenti, o si ha il coraggio di liberare l’anima.Se l’anima si risveglia, niente e nessuno riuscirà a soffocarla, perché la rivolta contro l’ipocrisia inizia per ciascuno dentro di sé. Ho giurato a me stesso di non cedere alla depressione e nemmeno alla rabbia per il trionfo attuale della menzogna e dell’intolleranza.Se la crisi economica ha indotto i popoli benestanti a girare le spalle al futuro, peggio per loro. Nel passato troveranno soltanto la parte peggiore di sé stessi!
Non è una consolazione, sarebbe troppo magra, ma è un modo per non pensarci e parlarne meno. Occorre resistere, e per resistere è necessaria anche la profezia. I poveri non hanno, per ora, la tentazione di guardare indietro, e tanto meno di tornarci. Saranno loro a farci maturare. Sotto una baracca inondata dalla pioggia, anche la crisi economica diventa lontanissima… La Bibbia insegna che l’umanità va adagio a imparare, ci vuole il suo tempo e potrebbe non essere questo il momento di chiedere di più. Se in Italia amano Salvini, sarà perché gli italiani si identificano più con i rozzi buffoni di corte che con il “civis” che noi immaginiamo e sogniamo.
Questa è la lettera di Natale, chiesta e scritta per scambiarci gli auguri per il nuovo anno e ci trova quest’anno in piedi e un po’ dubbiosi. Non ci rassegniamo. Queste nostre pagine o riflessioni, in fondo sono come le carrozze di un treno: dentro e fuori corre impaziente la vita.Un abbraccio forte e commosso, con un augurio di un sereno Natale e per l’anno nuovo 2019, con tanta tenerezza e affetto.
Giuseppe – prete e viandante