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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Biodiversità: l’occhio complesso della natura

di Turus Guido

Il termine biodiversità è relativamente giovane. Viene «ufficializzato» nel 1992 a Rio de Janeiro, durante la Conferenza Mondiale sull’Ambiente. Il termine biodiversità indica una realtà, ma soprattutto una metodologia di lettura, molto più difficile, rispetto a un approccio ambientalista.

Cosa aggiunge la lente della biodiversità al nostro modo di guardare alla natura?

La biodiversità… non esiste

Iniziamo con il dirci che, in un certo senso, la biodiversità non esiste. Non esiste nel senso che non posso fotografarla, registrarla, osservarla ma contemporaneamente non posso affrontare lo studio degli ecosistemi evitando di tenerla di fronte a me.

Importante non è più la foresta tropicale, non l’orso bianco, non il koala; nessuna specie è importante, lo divengono i rapporti esistenti tra specie. Per semplificare: non salverò l’orso bianco dall’estinzione concentrandomi su questo mammifero ma solo prestando attenzione ai legami tra questi e l’ecosistema in cui vive, dovrò garantire il suo ruolo e le sue «proporzioni» in tutta la catena alimentare, focalizzando il ruolo che i diversi inquinanti hanno su specie anche lontane dall’orso ma che attraverso rapporti alimentari possono arrivare a lui; mi dovrò interrogare sull’effetto del riscaldamento globale sia rispetto alle modificazioni metaboliche che verranno indotte nel mammifero che sto provando a tutelare sia sulle altre specie che vivono nel suo alveo. L’orso bianco sopravvivrà quando tutti questi elementi, tutte queste relazioni, saranno salvaguardate; a meno che non si voglia credere che rinchiudere in un grande congelatore e rifornire di cibo periodicamente l’orso significhi salvarlo.

Osservare la natura, studiarla, affrontare i «problemi ecologici» significa concentrarsi sulle relazioni e sui rapporti. Significa legare, non slegare, pensare al sistema di riferimento, non astrarre: considerare, in altre parole, l’altro come necessario.

Sotto la lente d’ingrandimento della biodiversità, le specie non sono più importanti in sé e per se stesse, non sono portatrici di un valore assoluto, non ci sono elementi più importanti o più belli: ci sono specie che trovano un loro spazio in relazione alle altre.

La complessità e il caos

Aggiungiamo un altro portato del concetto di biodiversità: la complessità e il caos.

Una lettura che trovo molto utile e interessante è Tempi storici, tempi biologici di Enzo Tiezzi.

L’autore affronta il dibattito attorno ai temi ambientali partendo dalla seconda legge della termodinamica: tutti i sistemi procedono verso il massimo livello di entropia, cioè verso la perdita di informazione e di energia utile: verso il disordine. Un esempio può essere quello di un mucchio di pietre disposte casualmente su un prato: investendo energia possiamo organizzare questo mucchio, casuale, in un sistema che chiameremmo casa o muro. Sappiamo che nel corso degli anni la costruzione aumenterà il proprio grado di disordine, gli agenti geologici e metereologici causeranno un aumento dell’entropia. Sappiamo che pioggia, vento e terremoti non condurranno un mucchio di pietre ad assumere la forma di una casa e neppure quella, più semplice, di un muro.

Tutti i fenomeni che hanno come risultato un aumento del disordine sono spontanei.

Il pianeta Terra risponde alle stesse regole: un tendenziale e continuo aumento dell’entropia e quindi del disordine. Ciò che ci tiene lontani dal massimo grado di entropia è la fotosintesi: è la gestione e l’organizzazione delle «pietre», grazie all’energia solare, in strutture capaci di contenere informazioni ed energia, rendendola disponibile ad altre specie. I sistemi biologici producono ordine. Ciò che frena l’aumento del caos è la complessità dei sistemi biologici.

Nell’atmosfera (in quella che stiamo respirando) ci sono molecole di acqua e di anidride carbonica: non basta però che questo ambiente sia illuminato dal sole per produrre zuccheri, perché questo avvenga c’è bisogno della fotosintesi. I sistemi biologici, il loro grado di differenza interno, la loro capacita di adattamento alle diverse condizioni creano le premesse fisiche al mantenimento della vita sul pianeta Terra. I sistemi biologici costruiscono ordine grazie al loro livello di complessità. Il risultato del disboscamento non sarà così quello quantitativo della mancanza di ossigeno (prospettiva di per sé solo terroristica) ma quello, sempre quantitativo, della diminuzione dell’energia disponibile, dell’aumento del disordine e del caos, dell’aumento dell’entropia.

La rete «elastica» che lega le specie e gli individui di un ecosistema è il modo attraverso il quale i sistemi divengono sempre più capaci di raccogliere l’energia disponibile, sempre più capaci di utilizzarla e immagazzinarla ordinandola.

Lo sviluppo della vita

Un secondo aspetto va ricordato ed è quello relativo all’evoluzione. Essa è un processo che supera la durata delle civiltà umane, è il processo attraverso il quale da semplicissimi organismi la vita si è sviluppata verso forme sempre più complesse, articolate al proprio interno, che costituiscono legami sempre più intricati con le altre forme di vita: sempre più capaci di relazionarsi con l’altro, di ordinare gli elementi a disposizione.

Siamo passati da organismi monocellulari «semplicissimi» da capire a sistemi costituiti da strutture sempre più complesse: a titolo di esempio basti far presente che conosciamo solo il 10-13% delle specie viventi. Non conosciamo i sistemi biologici che permettono la vita. Non conosciamo, se non per sommi capi, il cammino percorso dalla vita per arrivare fino a noi e non conosciamo né gli ecosistemi che ci circondano né quelli in cui viviamo.

Sappiamo però che tali sistemi continuano a produrre differenze al loro interno, proseguono il cammino evolutivo e continuano a rallentare il nostro scivolare verso l’aumento dell’entropia.

Il problema non è più l’estinzione di una forma di vita (problema comunque gravissimo) ma la quantità di relazioni che perdiamo assieme a quella specie, a quella pianta, a quell’animale. La biodiversità non racchiude solo i rapporti interni a un ecosistema ma anche quelli che si sviluppano attorno alle attività umane: agricoltura, paesaggio, riti, culture, commerci. I rapporti che costituiscono l’ambiente non sono solo rapporti tra specie animali e vegetali ma sono, ormai, anche rapporti tra cultura e ambiente, tra economia e ambiente. È un complesso sistema di legami e relazioni che comprende materiale e immateriale.

Un punto di equilibrio sospeso

Un’ultima considerazione.

Potremmo cadere in due opposti errori: il primo è di considerare gli ecosistemi troppo complessi per riuscire ad affrontare i problemi ambientali; il secondo consisterebbe nel credere di risolvere «semplicisticamente» le questioni sollevate aumentando la diversità e la complessità di un sistema.

Alla prima considerazione personalmente ritengo ci si debba opporre: la difficoltà nel risolvere e nell’affrontare un problema non può essere scusa per evitarlo. Alla seconda risponderò accennando a un’ altra questione: le invasioni biologiche.

Con il termine invasioni biologiche descriviamo tutte quelle situazioni in cui una nuova specie (solitamente a causa dell’azione umana) incontra un nuovo ecosistema: l’esito non è conoscibile a priori, ci può essere contrasto, morte dell’invasore, rafforzamento dell’ecosistema in virtù di questo, nascita di nuovi equilibri che toccheranno specie e individui diversi e lontani.

L’esito non è conoscibile perché non conosciamo tutte le specie viventi presenti su un territorio e perché non conosciamo i molteplici rapporti che, tra queste, intercorrono.

Quindi: la complessità, in un ecosistema, non sta nel numero di specie, piuttosto nel loro rapportarsi flessibile; aumentare la biodiversità non significa, banalmente, aumentare le varietà.

La complessità che la natura ci pone innanzi sta nel non poter essere ulteriormente complicata, la complessità sta nell’essere un punto di equilibrio sospeso tra moltissime variabili, la complessità sta nel sapere che quel punto di equilibrio ci risulta ancora, in gran parte, solo osservabile, ma nel sapere che non è l’unico possibile.

Non ci è dato di risolvere gli ampissimi problemi ambientali che abbiamo permesso ci crescessero attorno attraverso dogmi e sterili imposizioni, ma dobbiamo affrontarli costruendo percorsi più lunghi e articolati, capaci di mirare a soluzioni che siano forti e strutturali: la lente della biodiversità, il plesso educazione, l’informazione e la formazione devono costituire uno dei nuclei nevralgici capaci di guidare le nostre politiche ambientali.