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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Comunità

di Pinhas Yarona, Khadija Dal Monte Patrizia, Broccardo Carlo

Comunità: nella Torà 

«Tutti coloro che si occupano delle cose della comunità, lo facciano nel nome del cielo, perché allora il merito dei loro padri li sostiene e la loro rettitudine dura per sempre. Quanto a voi, vi ritengo degni di grande ricompensa, come se aveste fatto tutto da voi» (Pirqé Avot 2:2).

Il mondo ebraico riconosce la comunità sotto due aspetti e li nomina diversamente: tzibùr (dal verbo ammucchiare) è il gruppo considerato come quantità di persone, almeno dieci, che condividono tempo e spazio; kehilà (dal verbo radunare) è lo stesso gruppo considerato come insieme di singoli, organizzato secondo regole e statuti ben precisi. È importante notare che mai viene perso di vista il valore dell’individuo, anche quando inserito in un gruppo, in quanto la sua responsabilità inevitabilmente coinvolge tutti gli altri membri. In virtù di questi principi fondanti dell’ebraismo, l’isolamento del singolo, il rifiuto della vita comunitaria e l’eccesso di individualismo vengono visti come fatti riprovevoli e da evitare accuratamente: il singolo ha valore in quanto parte di un insieme.

Quanto appena affermato viene stabilito in Genesi quando Dio afferma: «Non è bene che l’uomo rimanga solo, farò per lui un aiuto che gli si confaccia… perciò l’uomo abbandona padre e madre, si unisce con la moglie e diviene con lei come un essere solo» (2:18-24).

Uomo e donna sono il primo nucleo della comunità e la loro unione acquista significato e amplia la sua importanza quando diventa parte di un insieme di nuclei. Essendo la collettività formata da più esseri singoli che si aggregano fra loro, è necessario che venga stabilito un momento preciso in cui il singolo si assume in maniera pubblica la responsabilità delle proprie azioni uscendo dalla tutela parentale: è il bar-mitzvà, rito religioso di passaggio dall’età infantile all’età adulta, che segna la mutata condizione da individuo sotto tutela a individuo pienamente responsabile delle proprie azioni, acquisendo i diritti e i doveri caratteristici della maturità. Di nuovo si ripropone l’importanza che l’ebraismo attribuisce al valore della comunità, in quanto insieme armonioso di individui pienamente responsabili.

Questo è ben espresso dalla legge halakhica secondo la quale in una disputa tra un individuo e tanti, il singolo si deve adeguare, ma non sempre. Dice la Torà: «Non seguire la maggioranza per fare il male; né far testimonianza in una causa appoggiandoti alla maggioranza che secondo te pronuncia giudizio ingiusto, in modo da torcere il diritto» (Esodo 23:2). Così come un’azione corretta si ripercuote positivamente, così un’azione cattiva danneggia tutti.

Rapporto singolo gruppo

Il fatto che la colpa del singolo si ripercuota sull’intera comunità è un dato verificabile quotidianamente e questo ci deve spingere a una forma di responsabilizzazione cosciente delle nostre azioni. «È simile al caso di alcune persone che si trovavano a bordo di una nave. Una di esse prese un trapano e cominciò a fare un buco sotto di sé. Quando gli altri passeggeri presero a contestarlo, rispose: «La cosa non vi riguarda poiché faccio il buco solo sotto il mio sedile»» (Levitico Rabbà 4:6). La questione ha un valore delicato nella vita ebraica, come viene ben evidenziato nell’intenso dialogo tra Mosè e Aron con Dio: «O Dio! Dio di tutti gli spiriti d’ogni vivente: un uomo solo pecca e Tu Ti adiri contro tutta la comunità?» (Numeri 16:22). È addirittura sancito l’obbligo di porre un’attenzione preventiva prima di compiere un gesto che potrebbe indurre un eventuale osservatore nell’inganno e di conseguenza spingerlo nell’errore.

Il fine ultimo della religione e dei dieci comandamenti è quello di stabilire un rapporto di pari importanza con Dio e con gli uomini: «Sì che troverai grazia e buona comprensione agli occhi di Dio e dell’uomo» (Proverbi 3:4).

Le eventuali disparità sociali e di reddito che si ripropongono in qualunque comunità forniscono l’occasione di esercitare una serie di azioni che hanno come fine ultimo il benessere comune; è il caso in cui il più ricco può operare la tzedakà (stessa radice della parola giustizia), beneficenza, e ottiene due risultati positivi. Il primo, alleviando le condizioni disagiate del bisognoso e il secondo ottemperando a uno degli obblighi principali che è il fare beneficenza. Da notare che il gesto del dare al bisognoso è fonte di benedizione e benessere per tutti. Un altro esempio di stretta interconnessione fra individuo e comunità è la preghiera che ogni comunità ebraica, in qualunque parte del mondo, rivolge per il benessere dello stato estero in cui vive e dei suoi governanti: «Prega per il benessere del governo perché se non fosse per il timore di esso, gli uomini si mangerebbero vivi fra loro» (Pirqé Avot 3:2).

Una comunità ebraica felice è composta da individui che vivono nel rispetto e nell’adesione profonda delle regole della Torà: «L’uomo deve dare una risposta dolce che allontani la collera, accresca la pace con i suoi fratelli e parenti e con tutti gli uomini, anche con il pagano della strada, sì da poter essere caro di sopra (ndr: a Dio), popolare sulla terra e gradito al prossimo» (Genesi Rabbà 17a).

Yarona Pinhas, lettrice all’Orientale di Napoli

Comunità: nel Corano

Nell’ambito della tradizione islamica il concetto di comunità, che mi sembra possa essere tradotto con il termine umma, è molto importante e sentito, e ciò si evidenzia sia nei testi sacri, che negli hadith, e infine anche nel lungo percorso storico-culturale che i popoli musulmani hanno compiuto. Il problema semmai, all’interno dei paesi tradizionalmente islamici, si pone in termini opposti a quelli della cultura occidentale contemporanea: la riflessione deve essere portata e rinnovarsi più sul ruolo dell’individuo e della sua autonomia che su una limitazione della soggettività, ed è ciò che emerge negli autori che si pongono seriamente in dialogo con la cultura occidentale, senza tuttavia abbandonare le radici islamiche: «Se si afferma che ogni essere umano risponde solo delle sue azioni, ci si deve interrogare sulla reale autonomia dell’individuo presso le collettività dei musulmani, tenendo presente il grande e radicato peso del concetto di comunità. Se è vero che l’islam dà un senso al concetto di comunità, di umma (comunità di fede che unisce i musulmani nel loro legame all’islam) ne deduciamo che i musulmani debbano vivere in una dimensione collettiva, ma con una coscienza individuale ben sviluppata. La comunità permette di alleggerire il peso dell’individualità in modo costante; è uno spazio propizio per la dignità degli individui, ma mai per l’individualismo. Tale visione permette lo sbocciare della propria individualità, senza mai cadere negli eccessi dell’essere, o del diventare, «ego-centrato», egocentrico». (T. Ramadan, A proposito dell’islam, ed. Al Hikma, Imperia, 2006).

All’interno della comunità islamica esiste infatti vivo il senso che se da una parte «nessuno porterà il peso di un altro» (Corano XVII, 15), dall’altra i credenti sono come fratelli uniti da una solida catena, e non solo i credenti, ma anche tutti gli uomini e le donne sono fratelli e sorelle in base a un’unica origine: la prima coppia umana. Il Corano infatti invoca sovente questi legami creaturali, per motivare alla giustizia, e per ricordare la propria verità esistenziale all’uomo.

«Uomini, temete il vostro Signore che vi ha creati da un solo essere e ha creato la sua sposa da loro ha tratto molti uomini e donne. E temete Allah, in nome del Quale rivolgete l’un l’altro le vostre richieste e rispettate i legami di sangue. Invero Allah veglia su di voi» (IV,1).

Che la nostra prima comunità corrisponda a tutto il genere umano è garanzia contro tutte le chiusure razziali, culturali e religiose; possiamo, quindi, cercare insieme ai fratelli e alle sorelle nell’umanità, una piattaforma di valori comuni, che a noi come musulmani sono confermati dal Corano, ma che non sono in contraddizione con le istanze naturali autentiche dell’uomo.

Infatti non solo gli uomini formano una comunità, ma anche gli altri esseri viventi.

«Non è essere che si muova sulla terra o uccello che voli con le sue ali che non appartenga a una comunità. Non abbiamo dimenticato nulla nel Libro» (Al-An’âm,38).

La comunità umana però dall’unità primitiva si divide, e c’è in ciò un volere divino: «… Gli uomini non formavano che un’unica comunità, poi furono discordi. Se non fosse giunta in precedenza una Parola del tuo Signore, sarebbe già stato deciso a proposito di ciò su cui erano discordi» (Giona,19).

Diverse religioni: «Se Dio avesse voluto, avrebbe fatto di voi una sola comunità vi ha voluto provare con quel che vi ha dato. Gareggiate dunque in opere buone; tutti ritornerete ad Allah, ed Egli vi informerà a proposito delle cose sulle quali siete discordi» (V,48).

La comunità musulmana è fatta da persone che guardano a Dio e si aiutano nel giusto cammino, evitando le divisioni: «Aggrappatevi tutti insieme alla corda di Allah e non dividetevi tra voi e ricordate la grazia che Allah vi ha concesso: quando eravate nemici è Lui che ha riconciliato i cuori vostri e per grazia Sua siete diventati fratelli. E quando eravate sul ciglio di un abisso di fuoco, è Lui che vi ha salvati. Così Allah vi manifesta i segni Suoi affinché possiate guidarvi. Sorga tra voi una comunità che inviti al bene, raccomandi le buone consuetudini e proibisca ciò che è riprovevole. Ecco coloro che prospereranno» (III,103-4).

Uomini e donne insieme: «I credenti e le credenti cono alleati gli uni degli altri. Ordinano le buone consuetudini proibiscono ciò che è riprovevole, eseguono l’orazione, pagano la decima…». Senza però coprirsi l’un l’altro nell’ingiustizia: «… Aiutatevi l’un l’altro in carità e pietà e non sostenetevi nel peccato e nella trasgressione. Temete Allah, Egli è severo nel castigo…» (V).

L’inviato di Dio disse: «I credenti nel loro amore reciproco, nella reciproca compassione e benevolenza, sono simili al corpo: quando ne soffre un membro, ne sopravvengono a tutto il corpo insonnia e febbre» (Bukhari e Muslim).

Ancora, il Profeta disse: «Il credente nei confronti del credente, è come l’edificio le cui parti si rinsaldano vicendevolmente» (Al Bukhari e Muslim).

A conclusione ricordo la sura al ‘Asr, che con poche e semplici parole ci illumina su come la dimensione comunitaria sia imprescindibile per la verità e per la perseveranza:

«Per il tempo! Invero l’uomo è in perdita, eccetto coloro che credono e compiono il bene, vicendevolmente si raccomandano la verità e vicendevolmente si raccomandano la pazienza» (CIII).

Patrizia Khadija Dal Monte teologa, scrittrice, membro del consiglio direttivo UCOii

Comunità: nel Nuovo Testamento

Sulla comunità, nel Nuovo Testamento c’è veramente tantissimo, così tanto che corriamo il serio pericolo di perderci. Andiamo dunque in ordine: il primo a parlare della comunità è San Paolo, che tra il 50 e il 60 d.C. scrive una lettera ai cristiani di Corinto. Quella dell’istmo era una chiesa ricchissima, vivace, con un grosso problema: le divisioni! Succede così quando tutti sono così tanto bravi che rischiano di chiudersi in se stessi e di perdere tutto il tempo ad ammirarsi. C’era qualcuno, per esempio, che aveva il dono soprannaturale di parlare in lingue, cioè di fare preghiere di tipo estatico pronunciando parole incomprensibili. E Paolo dice: bello, ma a che serve?

Scrive così: «Vorrei vedervi tutti parlare con il dono delle lingue, ma preferisco che abbiate il dono della profezia», perché «chi parla con il dono delle lingue edifica se stesso, chi profetizza edifica la chiesa» (1Cor 14,4-5). Cioè: preferisco avere una bella squadra di manovali, piuttosto che una confraternita di architetti che sanno solo fare progetti irrealizzabili. Perché l’unico criterio con cui decidere che cosa è importante è questo: è importante ciò che edifica la comunità, ciò che aiuta gli altri a crescere nella fede.

La comunità: è una dimensione fondamentale della fede. Sfogliamo le altre lettere di S. Paolo e troviamo che la fede non è mai un’esperienza intima, privata, solo mia. «Mi tornano alla mente le tue lacrime e sento la nostalgia di rivederti per essere pieno di gioia – scrive Paolo a Timoteo. Mi ricordo infatti della tua fede schietta, fede che fu prima nella tua nonna Loide, poi in tua madre Eunice e ora, ne sono certo, anche in te» (2 Tm 1,4-5).

Sono due gli aspetti di questa dimensione comunitaria della fede: la fede è un dono ricevuto da altri, che tutti imparano (nessuno nasce che crede già); e poi: il credo si recita sempre al plurale, insieme con altri credenti (se andiamo a guardare il testo originale del credo, quello scritto in greco più di millecinquecento anni fa, inizia così: «Noi crediamo in un solo Dio Padre…»). Per questo Paolo raccomandava ai Corinti di stare attenti a tutto ciò che divide la comunità, cercando piuttosto ciò che la edifica: se cade la comunità, cade anche la nostra fede.

Perché tutto questo interesse da parte di S. Paolo attorno al tema della comunità? Non è stata un’invenzione dei primi cristiani, ma di Gesù. Quando infatti ha cominciato a percorrere i villaggi e le città della Galilea, dicendo a tutti che il Regno di Dio è in mezzo a noi, che le attese sono finite perché Dio si è ricordato di noi; quando cioè ha cominciato la sua vita pubblica, per prima cosa Gesù ha chiamato alcuni discepoli a seguirlo. Secondo Marco, questa è la primissima cosa fatta da Gesù: «Passando lungo il mare di Galilea vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare. Disse loro: «Seguitemi»; e subito, lasciate le reti, lo seguirono» (Mc 1,16-18).

Certo che questa scelta di Gesù, quella cioè di circondarsi da subito di un gruppo di discepoli, qualche volta può sembrarci strana; il fatto che oggi ci sia la chiesa, per alcuni (o molti?) può essere più un problema che un aiuto alla fede. Effettivamente noi cristiani non sempre siamo un esempio e la vita della Chiesa forse talvolta non è poi tanto attraente; così come i discepoli non sono sempre stati «i migliori», anzi, talvolta gli altri personaggi dei vangeli sono stati più svegli nel capire Gesù e pronti a seguirlo…

Eppure Gesù è stato fermo, irremovibile: anche di fronte all’abbandono e addirittura al tradimento, non ha mai rinnegato la scelta di formare un gruppo di discepoli, una comunità (cf. Mt 28,16-18). La comunità è una dimensione fondamentale della fede, perché noi crediamo in un Dio che si coniuga al plurale: Padre, Figlio e Spirito Santo; e perché crediamo in un Dio che si è fatto uomo, accogliendo la sfida di un’umanità che sarà pure imperfetta, ma è creata a Sua immagine. Dice Gesù: «Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17,21).

Carlo Broccardo, docente di sacra scrittura facoltà teologica del Triveneto