Costruire la speranza a partire dall’incontro

“Il bene mi ama prima che io lo ami;
gli obbedisco prima di ricevere il suo ordine”.
[E. Levinas]

Basta un’ora d’insonnia e la notte si riempie di presenze, di voci più vicine delle parole, di persone entrate nella tua vita. Alcune sono solo un fotogramma della memoria, ma ora, negli spazi che la notte finalmente concede, si animano e ti parlano.
Altre sono presenze intime. Tante voci e stanotte parlano tutte di vita.


Dar voce alle cose,
alla speranza


Sul balcone del cortile, là di fronte, un bimbo sui sei anni sta giocando da solo. Dà voce agli oggetti che si muovono, volano, si trasformano nelle sue mani. Egli non vede più le cose che tocca, ma le idee che cerca. Vede l’invisibile. Ha accesso ad un altro mondo.
Il bambino, giocando, invita e riproduce la realtà.
Svolge così l’attività fondamentale e propria dell’essere umano, cioè la riproduzione mentale, la creazione del secondo mondo, quello delle idee – immagini – parole, diverso ed eterodimensionale rispetto al mondo delle cose. Il gioco è lavoro intellettuale, è creazione di linguaggio e cultura, è costruzione del mondo umano sul mondo naturale. Se tre bambini giocano per un’ora insieme, è nato un loro linguaggio, una piccola civiltà.


Agganciati allo sguardo
gettato lontano

Con la riproduzione mentale l’uomo trascende l’eterno ritorno alla natura, o almeno aspira a questa trascendenza, e non può perciò più liberarsi da questo problema.
Con la riproduzione mentale l’uomo crea un’alternativa a questo mondo, che per lui non può più essere l’unico, non può più dargli la felicità. Il bambino, giocando felice, sposta oltre il mondo delle cose la propria felicità.
Se l’uomo non guarda oltre, anche il terreno sotto i suoi piedi sprofonda. Sembra che noi siamo creature agganciate allo sguardo gettato lontano. Teniamo i piedi per terra e va bene. Ma se rimane in terra anche l’occhio, sprofondiamo.


C’è un tempo per agire
e un tempo per attendere


Su un altro balcone, un nonno siede e guarda immobile attorno a sé. Non sta giocando. Per lui il lavoro-gioco è da gran tempo terminato, e ricompare appena nelle carte, al bar, con gli amici, o nelle incanalate fantasie televisive. Ma il suo mondo delle idee, già costruito da tempo, è dentro di lui, più grande del cortile e del mondo intero. Forse il nonno dovrebbe ancora giocare-lavorare, non stare così inerte e muto.
Ma chi può dire? C’è un tempo per agire, e un tempo per attendere. Attendere la sentenza del tempo, che stritola le cose, ma non può afferrare quei mondi in cui si dilatano le anime, mondi che attraversano il tempo, come i pensieri passano i muri.
Anch’io, nella notte, sono qua, che scrivo, cioè costruisco, cioè gioco, come quel bimbo. E tu pure, che leggi, stai giocando, costruendo il nostro tentativo umano.


La fuga nel passato

Raccolgo tutte queste voci con sollievo, perché a volte mi prende il timore che il nostro secolo possa chiudersi nel segno di un’involuzione reazionaria e di una paura del presente e del futuro.
Stiamo assistendo “ad una regressione collettiva e incontenibile nell’originario” (F. Savater). Intendo dire che c’è una fuga dal presente e dalle responsabilità, per cercare rifugio nella placenta protettrice di “ciò che fu” per paura della realtà di “ciò che è”, dell’ora, di ciò che crediamo in questo momento, che è quello nostro.


Per non comunicare

Ci lasciamo inghiottire dal tempo senza consegnare speranze, volti veri. Essere umani equivale a stabilire uno scambio: una persona che non vuole nulla, non scambia nulla.
La vita dell’uomo è scambio di affetti, di beni, di parole, di creazione. La persona che non ha nulla da dare perché nulla vuole ricevere, in qualche modo si esclude dal resto dell’umanità. La vita ci viene incontro e ci porta con sé. Non è né buona né cattiva la vita: è energia, è messaggio potente che cerca di sollevarci dalle nicchie della nostra supposta onnipotenza. Per consegnarci – se lo consentiamo – alle strade che portano verso quello che siamo realmente.


A partire dalla solitudine
e dall’accoglienza

Siamo noi ad essere buoni o cattivi viaggiatori, e non per le intenzioni che portiamo nel cuore e nell’anima, ma per l’attenzione e la cura che poniamo nel seguire i sottili fili d’arianna che svolgono e compiono i cammini del nostro vivere. Fili diversi, che si intrecciano e si dipartono continuamente in un andirivieni che può essere giudicato il sintomo di una solitudine esistenziale insuperabile.
Ma può essere anche il punto d partenza della ricerca di cammini comuni, o meglio comunicabili nella loro direzione. Un senso della vita umana che non è il prodotto della nostra decisionalità, ma il frutto dello spirito di accoglienza.


Il peso della responsabilità

Vogliamo provare ad uscire dai binari della supposta normalità che ci immobilizza? Ricordo quello che diceva Montesquieu: “Se aguzziamo l’udito per ascoltare una società e non sentiamo rumori di conflitti, questo significa che non vi è libertà”.
Ed era Platone ad affermare: “Tutto ciò che è grande sta in mezzo alla tempesta”.
Vogliamo affrontare l’avventura? Alcuni pretendono una società libera, che sia allo stesso tempo una società senza conflitti, con una sicurezza assoluta. È impossibile. È il tipico atteggiamento dell’adolescente che vuole rompere ogni legame, vivere la sua vita, non sottostare a nulla e nessuno, ma appena si punge un dito corre dalla sua mamma a farsi medicare.
È anche il paradosso di molti adulti: diciamo di volere la libertà ma senza l’onere della responsabilità. Vorremmo una libertà che avesse soltanto effetti positivi, ma in tal caso non sarebbe più una libertà, bensì un automatismo orientato verso il bene. Come quando Dostoevskij diceva a Cristo: “È meglio se non fai di me un essere libero”, perché l’uomo vive molto più tranquillo senza la responsabilità della libertà.


Responsabilità è ascoltare
il gesto umano della vita


Ecco perché son diventato capace di ammirazione di certi segni che vedo apparire nella persona, più che nella Cappella Sistina o in una suonata di Beethoven. Mi accorgo che delle apparizioni del genio posso fare a meno. Ma di altre che appaiono nascoste nella quotidianità non posso fare a meno, perché fanno parte del mio ritmo spirituale.
Come quando vado nella Selva Lacandona, in Chiapas, e vedo gli indios, chini sui banchi fatti di stecchi, uniti insieme a disegnare, a scrivere, a leggere, a discutere e decidere, mentre i “grandi” tramano di scacciarli di lì.
La varietà e la ricchezza delle esperienze vissute in Messico hanno avuto per me i colori infiniti di un’alba di pace.


Come la voce del merlo
nella tempesta


Non c’è un’alba uguale ad un’altra, come non c’è un volto uguale all’altro. Ogni alba è fonte di coraggio, di speranza, di fede, che ci vengono date dalla sua silenziosa bellezza. L’incontro con le comunità “zapatiste”, con la “Comandançia”, con dom Samuel Ruiz, è stato l’abbraccio di un’alba carica di utopia, la visione di quanto il mondo potrebbe essere armonioso e dolce nel movimento. L’alba non sempre è bella: quando piove a dirotto, è buio pesto, il giorno pare non poter venire, anche se è già l’ora. Ma il merlo canta a distesa, sopra la monotonia della pioggia. Egli vede l’alba che non si vede.


Ho parlato con dom Samuel

Ho dialogato con dom Samuel Ruiz, seduto su sedie uguali: l’ho trovato umano, povero, cosciente di essere pastore di un popolo non capito, non accettato, un popolo peregrinante e nomade in una terra che è sua e non sua. E mi ritorna, prorompente, l’immagine dell’alba: giovane, limpida madre che si dissolve nel generare il giorno, ma senza tragedia, come l’istante più bello di un fiore che passa nel frutto. Continuo a perdermi nel paesaggio messicano, che mi spinge troppo in là, superando il mio limite di gioia contemplativa.
Di che cosa è fatta questa mia attrazione dolorosa e gioiosa verso il popolo messicano? Curioso come sono, speravo di scoprire sotto lo charro, il larghissimo cappello di paglia, troppo grande per essere serio, una faccia divertita, e scoprivo invece un volto trapunto di sofferenza, che disarmava tutte le mie speranze.


Messico: un popolo
che aspira all’incontro


È lo scrittore messicano Octavio Paz che mi aiuta a chiarire il legame che mi unisce a questo popolo carico di culture e di storia, che attraversa come un estraneo le sue piazze elegantissime e riserva per certe occasioni le espressioni frenetiche, in un corpo che pare fatto solo per scandire passi lenti nelle strade interminabili dei pellegrinaggi: “Tutti gli uomini nascono diseredati, e la nostro condizione vera è la orfanità, ma questo è particolarmente vero per gli Indios e i poveri del Messico”.
È un popolo che aspira alla comunione, all’incontro. Le sue espressioni religiose non sono solo una ricerca di protezione, ma sono una ostinata ricerca di comunione. “Niente – continua Octavio Paz – ha deviato la relazione filiale del popolo con il sacro, forza costante che dà permanenza alla nostra nazione e profondità alla vita affettiva dei poveri, però niente ha potuto farla più sveglia e feconda, neppure la messicanizzazione del cattolicesimo, neppure la Vergine di Guadalupe”.
Questa annotazione si perde con tutti i sospiri del poeta, che esplora con amore le radici della sua storia.


Solitario, ma non rassegnato

Purtroppo valgono i consigli dei diplomatici, degli economisti e dei latifondisti, che mai entreranno nella polpa della storia per timore che il suo fluire nel tempo travolga i loro progetti. Questo è il tema del popolo solitario, ma non rassegnato: solo l’incontro con amici potrebbe trasformare la solitudine in festa. Non l’incontro con chi, forte di una superiorità intellettuale, tocca con irriverenza il suo tenace attaccamento al sacro, ma l’incontro amichevole, dell’amico che ami com’è, aiutandolo a fare di questa passione costantemente frustrata, una passione “sveglia e feconda”, in una parola, liberatrice.
Tutti i progetti politici, che fanno apparire il Messico come una nazione che guarda al futuro, passano accanto e al di fuori della coscienza popolare, che da secoli il messicano mantiene intatta col silenzio. È come il popolo eletto che ha appeso gli strumenti musicali agli alberi, sulle rive dei fiumi di Babilonia e pazientemente aspetta i profeti. Qua e là si accendono fuochi di speranza, si chiamano Marcos o Ramona, dom Samuel Tatic o David, e le comunità scoprono il linguaggio dell’amicizia.


Chiede di essere accolto

Nessun popolo come quello messicano ci spoglia della sufficienza europea, delle categorie religiose formate sull’illuminismo teologico. Il popolo messicano chiede a Dio non i suoi miracoli, né la rivelazione del suo essere, chiede solo di essere accolto.
Non è la paura che lo guida ai suoi santuari, non è la ricerca di una felicità a buon mercato, perché è una razza intrepida che si sa difendere, cerca la comunione e l’accoglienza.
È quanto pensavo, mescolato ai pellegrini del Santuario di N.S. di Guadalupe, a Città del Messico, che la contemplazione, in fondo, è scoprirsi accolti. È l’esperienza profonda dell’accoglienza che dà il senso del definitivo, dell’assoluto e per questo scava una nostalgia irreparabile.


La felicità possibile

La radice contemplativa del popolo latino-americano è questa. I popoli dell’Argentina e del Messico ad uno straniero chiedono sempre: “Si sente bene qua?”, cioè si sente accolto?
A questo punto rivedo i vostri volti e sorrido, perché tanta è la gioia che si è impadronita di me in questa notte. Desidero che i vostri occhi siano capaci di vedere oltre la realtà che vi circonda. Citando Primo Levi, il quale sosteneva che nonostante sia vero che la felicità perfetta non esiste, è altrettanto vero che non esiste la perfetta infelicità. A me interessa la felicità possibile, raggiungibile grazie ad un’etica utile non già a giudicare gli altri, bensì a conoscere meglio se stessi e a cercare solidarietà umana.
Mi piace riflettere sul presente alla ricerca del possibile. Tuttavia affermo che non mi accontento del probabile, cerco anche il possibile.

Aprile 1996